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RIFORME 19 Dicembre Dic 2014 1135 19 dicembre 2014

Jobs act, Poletti: «Il governo ascolta, ma nessuna trattativa»

Poletti: «Parliamo, ma decide l'esecutivo». Cgil e Uil promettono «lotte crescenti».

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Il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti.

Il Jobs act non è materia di negoziati. E i sindacati promettono di dare (nuove) battaglie.
A spiegare la posizione del governo di Matteo Renzi sulla riforma del Lavoro è stato il ministro del Welfare Giuliano Poletti, che, nel confronto di venerdì 19 dicembre, ha precisato che «non ci sarà nessuna trattativa».
SOLO DISCUSSIONI. Secondo il titolare del Lavoro, l'esecutivo intende «illustrare le sue posizioni, discutere con le parti sociali, raccogliere le istanze e le sollecitazioni» sul Jobs act, ma senza scendere a patti. «Il governo prenderà le sue decisioni nel rispetto della delega», ha proseguito Poletti durante l'incontro a Palazzo Chigi con sindacati e associazioni datoriali, che Sinistra ecologia e libertà ha definito «uno specchietto per le allodole».
VERTICE CON LE PARTI SOCIALI. Alla riunione con il ministro del Lavoro hanno partecipato i segretari generali della Cgil e della Uil, Susanna Camusso e Carmelo Barbagallo, ma pure il responsabile del mercato del lavoro della Cisl Gigi Petteni e il segretario generale dell'Ugl, Paolo Capone.
Presente anche Confindustria con il direttore generale Marcella Panucci e il vicepresidente per le relazioni industriali Stefano Dolcetta.
TEMPI BREVI PER LA RIFORMA. Da quanto riferito da alcuni partecipanti, nel corso della riunione Poletti ha sottolineato che il governo «ha mantenuto l'impegno di confrontarsi e discutere» con le parti sociali sui decreti attuativi del Jobs act, «pur nella consapevolezza di una diversità di valutazioni soprattutto con i sindacati che hanno scioperato».
Inoltre, il ministro ha ribadito che i tempi previsti dalla delega sono «brevi: sei mesi al massimo entro i quali i decreti devono essere completati».

I sindacati promettono «lotte crescenti»

Una fase della riunione a Palazzo Chigi tra governo e parti sociali.

Durante la riunione di Palazzo Chigi, Poletti ha anche illustrato i principali punti del Jobs act.
Per esempio, per i licenziamenti illegittimi nelle imprese con meno di 15 dipendenti l'indennizzo che sarà corrisposto al lavoratore resterà quello attuale (da 2,5 mensilità a un massimo di sei, ndr), mentre il governo sta valutando l'ipotesi di inserire la possibilità di reintegro in azienda in caso di licenziamento disciplinare ingiustificato se il fatto materiale contestato al lavoratore «non sussiste».
UNIRE ASPI E MINI ASPI. Per i licenziamenti illegittimi, ha spiegato il ministro secondo quanto riferito dai presenti all'incontro, ci sarà un indennizzo crescente in ragione dell'anzianità di servizio: tuttavia, lo stesso Poletti ha aggiunto che non c'è ancora una scelta sull'entità dell'indennizzo per le imprese con oltre i 15 dipendenti (secondo la Uil l'indennizzo dovrebbe essere tra i tre e i sei mesi).
L'esecutivo, poi, s'è saputo che vuole unificare l'Aspi e la mini Aspi e estendere il sussidio di disoccupazione anche ai collaboratori.
VALUTARE LE PROPOSTE. Il titolare del Lavoro ha poi precisato come la «volontà» del governo è quella di «spostare il numero più alto delle tipologie contrattuali nel nuovo contratto a tutele crescenti», prevedendo poi anche un fondo ad hoc del governo per i contratti di ricollocazione.
I SINDACATI: «LOTTE CRESCENTI». Nonostante la premessa di non voler aprire una trattativa sul Jobs act, Poletti ha specificato che il governo vuole approfondire le questioni poste dai sindacati. Ma questi ultimi hanno promesso, secondo quanto detto da Barbagallo, «lotte crescenti» nel caso in cui il governo confermasse quanto esposto dal ministro.
CRITICHE DA CAMUSSO. Anche Camusso è stata critica con l'esecutivo, arivvando a definire «contratto a monetizzazione crescente» quello illustrato dall'esecutivo: « Il cuore della proposta è che si passa da una tutela reale, concreta, alla monetizzazione di quella tutela. Non c'è alcuna traccia degli ammortizzatori sociali», ha detto la leader della Cgil spiegando di essere d'accordo con la Uil sul fatto che si tratti di una riforma che mette le imprese davanti ai lavoratori.

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