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PAGELLA 19 Dicembre Dic 2014 0615 19 dicembre 2014

Ue, semestre italiano: le vittorie e i fallimenti

Conquiste solo su Ogm e riciclaggio. Passi avanti simbolici sul gender balance. Sconfitte brucianti su migranti e Made in. La presidenza di Roma ai raggi X.

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da Bruxelles

Il premier Matteo Renzi a Bruxelles per il Consiglio europeo.

Per fare un resoconto sul semestre italiano a Bruxelles, bisogna prima di tutto essere flessibili.
E non solo perché questa è stata la parola più usata da Matteo Renzi, ma perché il premier è riuscito a farne il cavallo di battaglia della presidenza di turno del Consiglio Ue che si conclude il 31 dicembre.
E a quanto pare è proprio la flessibilità l'unico bottino politico portato a casa dall'Italia.
RINVIATO IL GIUDIZIO SU TRE PAESI. Da luglio infatti, almeno a parole, la strada dell'austerity è stata “abbandonata” per cercare di costruire quella della crescita. Cammino condiviso dalla nuova Commissione europea che ha deciso di rinviare a marzo 2015 il giudizio sulle leggi di stabilità dei Paesi in difficoltà come Francia, Italia e Belgio.
«Ma per l'Italia è stata più una cortesia, visto che una bocciatura proprio durante la presidenza di turno sarebbe stata vista come uno sgarbo istituzionale del nuovo esecutivo europeo», commentano alcuni funzionari a palazzo Berlaymont.
In concreto la richiesta più importante portata a Bruxelles da Renzi per 'cambiare verso all'Europa' era quella di scorporare i finanziamenti per gli investimenti nazionali dal calcolo del deficit, ma dopo i primi segnali positivi da parte del presidente dell'esecutivo Jean-Claude Juncker, è calato il silenzio. E nell'ultimo vertice europeo del semestre italiano (18 dicembre) non è stata fatta alcuna apertura significativa: «Ne parleremo a gennaio affrontando la flessibilità all'interno del patto», ha detto il lussemburghese.
CRESCITA, PERCORSO A OSTACOLI. Eppure a casa Italia c'è chi, pur consapevole dei pochi risultati raggiunti, ne esalta la portata politica: «Solo inserire la parola crescita e occupazione nel testo del primo vertice di giugno ha richiesto giorni di discussioni», raccontano gli addetti ai lavori a Lettera43.it.
Forte era infatti «la volontà di alcuni Stati membri di non voler parlare di crisi», quasi come se fosse questo a evocarla e non la realtà. «Basta che fate le riforme e tutto si risolve», si sono sentiti dire per mesi gli italiani, che però hanno continuato a battere proprio su quel punto.
Molti sforzi sono stati fatti, ma il periodo non ha permesso di raggiungere grandi obiettivi, è il mantra che si sente negli ultimi giorni di presidenza italiana. Il semestre italiano è stato infatti a cavallo non solo della pausa estiva, ma soprattutto del rinnovo delle istituzioni europee: parlamento, Commissione e Consiglio.
Un turnover che ha quindi impedito di portare avanti l'attività legislativa, il punto di forza su cui di solito gli Stati membri puntano durante la loro presidenza per ottenere risultati significativi.

L'ambasciatore Sannino: «Abbiamo cercato di essere ambiziosi ma realisti»

Jean-Claude Juncker.

Così la grande lotta alla disoccupazione, che nel programma del semestre italiano era il primo punto ('Un’Europa per il lavoro e la crescita economica'), è rimasta sulla carta.
Persino il summit sul lavoro presentato in maniera trionfale si è trasformato in una semplice conferenza. Da Torino, ex città operaia, è stato spostato a Milano. E i risultati si sono ridotti a uno scambio di idee, di intenti.
La Garanzia giovani, altro tema su cui Renzi aveva investito molto, è stato, soprattutto in Italia, oggetto di critica per l'esiguità dei risultati raggiungibili nel breve termine. E a Bruxelles la presidenza italiana non è risucita a spuntarla nemmeno sulla richiesta di aumentare di 6 miliardi di euro il fondo.
LA DISOCCUPAZIONE È AUMENTATA. Il tentativo di far lavorare insieme i ministri dell'Istruzione e del Lavoro organizzando dei Consigli in tandem non è bastato a far scendere il livello di disoccupazione giovanile: in Italia secondo gli ultimi dati Istat è addirittura salita al 43,3%.
«Il semestre italiano ha portato risultati», ha rivendicato il ministro alla Giustizia Andrea Orlando citando l'accordo sull'insolvenza approvato dal Consiglio Ue: «Nuove norme per sostenere le imprese e salvare il lavoro».
Insomma pochi passi, «ma nella direzione giusta», sostengono gli italiani: «Abbiamo cercato di lavorare su un'agenda di qualità e non di quantità, considerando anche il periodo in cui operavamo», ha spiegato l'ambasciatore presso l'Ue Stefano Sannino, «abbiamo cercato di essere ambiziosi, ma anche realisti».
DEFINITO IL PACCHETTO CLIMA. A fargli eco è l'ambasciatore Marco Peronaci: «Eravamo consapevoli delle complessità di questo semestre e abbiamo sottolineato subito l'esigenza di pensare meno alle finanze e più all'economia». I risultati ottenuti su «competitività, ambiente, energia, clima sono concreti».
Il pacchetto sul clima è stato chiuso il 23 ottobre, nonostante a lavorarci siano state le presidenze precedenti, che avevano posto come obiettivi il taglio delle emissioni di Co2 del 40% entro il 2030, l'aumento del 27% delle energie rinnovabili, l'efficienza e l'incremento dal 2020 delle reti d’interconnessione. L'Italia ha comunque giocato la sua parte nel negoziato e l’Ue potrà ora presentarsi con una linea chiara al vertice di Parigi nel 2015.
ACCORDO POLITICO SUL RICICLAGGIO. Sul piano legislativo la presidenza sottolinea l'importanza dell'accordo politico con il parlamento europeo sul riciclaggio, in linea con la battaglia italiana sulla trasparenza.
OpenEurope non era solo un hashtag, dicono a Bruxelles dove si rivendica anche la definizione del testo riguardante l'obbligo del sistema di emergenza e-call su tutte le nuove auto commercializzate dal 2018, quello sui servizi europei per l'impiego Eures, la normativa sulle buste di plastica, la ratifica delle intese sulle certificazioni marittime.
LA VITTORIA STORICA SUGLI OGM. Nonostante i numerosi pareggi, qualche vittoria è stata quindi conseguita, come quella sulla direttiva Ogm, che permette agli Stati di scegliere se coltivare o no prodotti geneticamente modificati, e rimbalzata tra le istituzioni europee per decenni.
Un accordo storico portato a casa grazie alla tenacia italiana, che è riuscita a far votare sì persino alla Germania. «Gli Stati Ue sono ora liberi di scegliere sulla coltivazione. Prevale il buonsenso, passa la linea Italia, vince l'Europa», ha commentato entusiasta il ministro dell'Ambiente Gian Luca Galletti.

Avanti i negoziati sul Ttip con gli Usa, stop alle quote rosa nei Cda

Migranti salvati dai militari italiani nel Mediterraneo.

Ma sono le decisioni prese a livello politico che hanno occupato la maggior parte del tempo: «Si è lavorato per trovare una soluzione comune sulla crisi ucraina, un approccio coordinato su ebola», ha ricordato Sannino, «abbiamo cercato di aumentare la trasparenza sul Ttip portando avanti il negoziato con gli Stati Uniti in modo da chiudere l'accordo di parternariato entro il 2015». Molte energie sono state spese anche per mettere il tema dell'immigrazione al centro dell'agenda. «Abbiamo ottenuto l'entrata in campo dell'Ue sul tema dell'immigrazione irregolare, facendo passare il concetto fondamentale delle 'frontiere comuni'», ha esultato il sottosegretario agli Affari europei, Sandro Gozi.
LA SCONFITTA SU TRITON. Ma l'operazione Triton suona più come una sconfitta che una vittoria. Doveva essere un'operazione aggiuntiva, di affiancamento, capace di alleggerire il lavoro delle autorità italiane alle frontiere, invece si è rivelato un escamotage che ha portato solo alla chiusura della costosissima Mare Nostrum, che all'Italia costava 9 milioni di euro al mese.
Dal primo novembre il programma comunitario Triton opera nelle acque del Mediterrano, ma la capacità di spesa è di appena 3 milioni di euro al mese. Un sostegno economico e strutturale ben lontano da quello chiesto da Renzi al parlamento di Strasburgo durante la sessione plenaria di luglio.
DIRITTI, CONQUISTE SIMBOLICHE. Sul piano dei diritti, quindi, i passi avanti sono stati fatti, ma spesso sono stati solo simbolici, come quello rivendicato dalla presidenza nei confronti delle questioni di genere: durante il semestre italiano il Consiglio europeo ha organizzato la prima conferenza Lgbti della storia Ue.
Il ministro del Lavoro Giuliano Poletti ha auspicato fino alla fine di vincere la battaglia sulla parità di genere: «Speriamo di poter finalizzare una proposta di direttiva», ha twittato l'11 dicembre in occasione dell'ultimo Epsco (Consiglio 'Occupazione, politica sociale, salute e consumatori'). In agenda c'erano l'occupazione e la direttiva sulla presenza femminile nei Cda delle imprese quotate in Borsa. Una direttiva voluta dall'ex commissario Ue alla Giustizia Viviane Reding, ma i 28 non sono riusciti a mettersi d'accordo.
MADE IN: LA GRANDE INCOMPIUTA. E non è solo sui temi sociali che si è faticato a ottenere risultati. È stato lo stesso Renzi ad ammettere per esempio che sul Made in avrebbe voluto fare di più. Il testo della direttiva, ritenuta di fondamentale importanza per l'industria italiana, non ha superato il passaggio in Consiglio.
Il primo Paese a opporsi all'obbligo per gli Stati di indicare l'origine dei prodotti è stato la Germania, che Renzi non è riuscito a portare dalla propria parte come è successo con gli Ogm.

Gettate le basi per il lavoro della presidenza lettone

Come aveva spiegato a Lettera43.it all'inizio del semestre il direttore generale per gli Affari economici alla Commissione europea Marco Buti, il lavoro italiano consisteva nel gettare le basi sui temi e le problematiche che dovrà affrontare la nuova legislatura.
Un ridimensionamento preventivo che ha permesso ai nostri politici di interpretare come successi anche le attività lasciate a metà.
«Compiere progressi sostanziali sul pacchetto di protezione dati», era tra le priorità della presidenza. Anche il rafforzamento delle politiche per la lotta contro le organizzazioni criminali era al centro dell’agenda. Ma si è trattato solo di avviare un processo. Come quello contro l’evasione fiscale delle multinazionali in Europa approvato durante l’Ecofin di dicembre. Un problema sotto gli occhi di tutti, soprattutto dopo lo scoppio dello scandalo Luxleaks.
A RILENTO SULL'AGENDA DIGITALE. Pochi i risultati raggiunti anche nello sviluppo dell’agenda digitale, dossier che passa ora nelle mani della presidenza lettone, chiamata a discutere e concretizzare pure un altro tema caro a Roma: quello sull’istituzione della procura unica europea. Oltre a cercare un accordo sulla Tobin Tax, altro punto rimasto insoluto.
«Su alcuni dossier abbiamo fatto passi avanti significativi che non erano scontati e consegniamo alla prossima presidenza una piattaforma di lavoro molto avanzata», ha detto Orlando elencando gli avanzamenti su costituzione della procura europea, trattamento dei dati personali, giustizia civile, procedure di insolvenza, risoluzione delle controversie di lieve entità. «Su alcuni fronti sui quali la situazione poteva incartarsi e si potevano fare dei passi indietro, abbiamo invece fatto dei passi avanti».
LE RELAZIONI CON MOSCA RETROCEDONO. Indietro si è tornati invece sul fronte delle relazioni con Mosca. «Nonostante le sanzioni derivanti dalla crisi ucraina, la Russia resta un partner strategico con cui affrontare questioni regionali e globali», si leggeva nel programma del semestre. «L’Italia incoraggerà pertanto l’Ue a individuare le modalità più adeguate per rilanciare il dialogo e per cogliere le opportunità di miglioramento del partenariato strategico, qualora le circostanze lo permettano».
Ma le circostanze non l'hanno permesso. E proprio il ministro degli Esteri italiano Federica Mogherini, diventata durante il semestre Lady Pesc, ha dovuto rivedere quella posizione.
«ITALIA, CHE DISORGANIZZAZIONE». Infine una delle intenzioni del nostro Paese era «promuovere ulteriormente i negoziati di adesione con il Montenegro, la Serbia e l'Albania».
Peccato che poi l'ultimo Consiglio di stabilizzazione e associazione, che ricadeva sotto la presidenza di Roma, è stato presieduto dal ministro degli Esteri lettone anziché da una delegazione italiana, che era assente.
«Ne abbiamo viste di presidenze, ma una disorganizzata come questa italiana mai», raccontano alcuni funzionari.
E il fatto che Renzi non abbia nominato un ministro per gli Affari europei a gestire i tanti dossier messi sul tavolo, forse, dice qualcosa sulla reale intenzione di cambiare verso all'Europa.

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