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INTERVISTA 22 Dicembre Dic 2014 0600 22 dicembre 2014

Emma Bonino: «Europa, attenta al pericolo saudita»

Le nostre alleanze in Medio Oriente? «Serve ripensarle». L'Ucraina? «L'Ue era impreparata». La svolta Usa-Cuba? «Un rischio». La geopolitica secondo Bonino.

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Si allenta l'embargo su Cuba che «negli anni ha dimostrato di non aver portato alcun risultato». Rimangono le sanzioni alla Russia «che stanno funzionando». Ma soprattutto, mentre il continente americano vive una stagione diplomatica nuova, in Medio Oriente restano immutate le nostre alleanze con i sauditi e gli emirati che «finanziano il terrorismo».
LA GUERRA ARABA DEL PETROLIO. Emma Bonino, già vicepresidente del Senato, commissario europeo e due volte ministro, prima alle Politiche europee e poi agli Esteri, rifiuta i paragoni tra le sanzioni imposte da Ue e Usa a Mosca e la distensione tra Washington e L'Avana e invita a guardare a relazioni diplomatiche ben più compromettenti.
«L'embargo come le sanzioni», dice a Lettera43.it, «sono uno strumento che va usato quando può essere efficace. Per il regime di Castro il blocco economico era un alibi per le violazioni sui diritti umani». La crisi economica russa, inoltre, non dipende solo dalle sanzioni, ma anche dalla «guerra del petrolio scatenata dall'Arabia Saudita».
LA MALAGESTIONE DEL DOSSIER UCRAINO. Dopo aver passato alla Farnesina 10 mesi, Bonino non risparmia critiche alle gestione del dossier ucraino: «Ho posto il problema di come avrebbe risposto Mosca», racconta ricordando i Consigli dei ministri degli Affari Esteri a Bruxelles, «mi hanno risposto costantemente che non ci sarebbero state reazioni».
Ma più che al Cremlino e a Cuba, la preoccupazione di Bonino è rivolta alla vera novità a livello internazionale: la guerra tra i Fratelli musulmani, sostenuti da Qatar e Turchia, e i salafiti wahabiti delle monarchie arabe.
La Fratellanza musulmana ha scelto la via elettorale, spiega, mentre i salafiti hanno inventato i talebani e ora «finanziano l'Isis».
Ma noi che «siamo bravi ad ammazzare i dittatori e non sappiamo cosa fare dopo», abbiamo confermato le nostre alleanze con i secondi. «Potevamo almeno farci delle domande», denuncia l'ex ministro, «chiederci se siamo d'accordo o meno: non abbiamo fatto nemmeno quello».

Emma Bonino (Imagoeconomica).

DOMANDA. Lei ha parlato della guerra del petrolio scatenata dall'Arabia, quali sono i Paesi colpiti?
RISPOSTA. L'Algeria, che avrà più problemi di quelli che già ha ora, ma anche il Ghana. E poi l'Iran, che era il vero obiettivo, e la Russia che è nell'asse di alleanze iraniane. Ma anche gli Stati Uniti si troveranno in difficoltà: già risentono dell'abbassamento del prezzo e dell'aumento della produzione.
D. E la Libia?
R. La Libia è investita dallo scontro interno all'Islam sunnita. Semplificando, c'è una guerra interna tra milizie e i gruppi politici di Bengasi e Tripoli, cioè tra la Fratellanza musulmana e i gruppi appoggiati dall'Arabia Saudita, dagli Emirati e dall'Egitto. E le tribù locali si alleano con l'una e con l'altra.
D. L'ambasciatore libico a Roma, parlando con Lettera43.it, ha chiesto il ritorno della Nato, lei sarebbe favorevole a un nuovo intervento?
R. Noi sappiamo molto bene come si ammazzano dittatori, ma non sappiamo cosa fare dopo. Io dico basta agli interventi militari al di fuori delle Nazioni Unite, alle coalizioni di Paesi che poi hanno la loro agenda personale. E non è neppure chiaro cosa vogliano fare insieme. Somigliano sempre più a 'coalizioni degli ambigui'.
D. Le Nazioni Unite però non hanno risolto la crisi siriana.
R. Perché il Consiglio di sicurezza è bloccato.
D. La riforma del Palazzo di Vetro viene spesso invocata, ma non arriva mai.
R.
Su quella non c'è l'accordo non solo dei cinque Paesi del Consiglio di sicurezza, ma del mondo intero.
D. Quindi?
R. Soluzioni miracolose non ce ne sono. L'idea di un mondo di superpotenze è un'illusione. Oggi il panorama internazionale è multipolare. E questo significa che potenze regionali finanziarie e militari come il Qatar, gli Emirati e l'Arabia Saudita, hanno ambizioni e mire di tipo strategico. E il nostro riflesso condizionato militare non è più adeguato.
D. L'Italia, attraverso Fondo strategico italiano, ha stretto partnership sia con il fondo sovrano del Qatar che con quello del Kuwait. Sta firmando accordi industriali con gli Emirati Arabi soprattutto nel campo della difesa (il 18 dicembre il ministro Pinotti ha ricevuto l'ambasciatore, ndr).
R. I rapporti economici si possono avere. Il problema è essere coscienti di quali vincoli e ripercussioni internazionali queste scelte portano con sé. Bisogna per lo meno domandarsi: «Al fianco di chi interverremmo e per fare che cosa?».
D. Si spieghi meglio.
R. I nostri migliori alleati sono sempre stati i salafiti wahabiti delle monarchie arabe. Questa è una posizione storica. La vera novità è che nella famiglia sunnita adesso turchi e qatarini si oppongono a questa ideologia.
D. Dovremmo prendere posizione?
D.
A mio avviso no e invece l'abbiamo presa. Abbiamo ricevuto al Sisi (il presidente egiziano, ndr) senza battere ciglio e abbiamo riconfermato l'alleanza con salafiti e wahabiti.
D. Cosa avremmo dovuto fare invece?
R. Io penso che sia prudente rivedere le alleanze storiche di fronte a questa nuova guerra sunnita. La volontà di un Islam politico c'era anche prima. Ma la strada dei Fratelli musulmani non dico sia democratica, ma almeno è elettorale.
D. E invece l'altra?
R. L'altra l'abbiamo sotto gli occhi e non da oggi. Per lo meno dall'invenzione dei talebani in poi.
D. Sta dicendo che c'è un collegamento tra l'ideologia salafita, sostenuta dai nostri alleati storici, e il terrorismo che diciamo di combattere?
R. È un episodio dietro l'altro della stessa guerra senza confine. Però poi di fronte all'Isis ci sorprendiamo.
D. Lei quindi pensa che l'Isis sia finanziata da sauditi e dalle monarchie arabe?
R. Sì.
D. Gli alleati europei dovrebbero chiedere agli Usa di ridiscutere le loro posizioni sull'Egitto e l'Arabia Saudita?
R. Ma se proprio gli alleati europei non vogliono discutere nemmeno le loro.
D. Perché secondo lei? Vale la spiegazione spesso banale degli interessi economici?
R. Gli interessi economici ci sarebbero anche dall'altra parte. Non so dirle quale sia la motivazione. Ma so che adesso l'idea della necessità di rivedere le alleanze occidentali inizia a essere condivisa anche a livello degli esperti e dei ricercatori.
D. Intanto il parlamento europeo ha riconosciuto la Palestina, ma l'Italia non l'ha fatto.
R. Anche in Italia ci sono delle mozioni depositate in parlamento. Dopodiché sostengo come i radicali che bisogna cambiare paradigma La questione non è a mio avviso due popoli due Stati. Ma due popoli, due democrazie. Altrimenti sarà la demografia a decidere il loro futuro.

«Sul caso Ucraina l'Europa era impreparata»

D. A proposito di strane alleanze, gli anticastristi dicono che Obama ha fatto il patto con il diavolo. Come giudica lo storico disgelo tra Cuba e Stati Uniti?
R. Obama ha semplicemente fatto un'analisi dei risultati dell'embargo. E in 53 anni non è che abbia dato grandi risultati.
D. Secondo lei ci sarà una svolta democratica?
R.
L'allentamento sicuramente non significa uno sviluppo ordinato verso la democrazia. Ma penso che sia un rischio che valga la pena correre. Perché la democrazia non è un evento, ma è un processo. Soprattutto nel momento in cui l'embargo stesso era un alibi per il regime.
D. In che senso?
R.
Dal regime dicevano: «Non è che noi non apriamo, è colpa degli americani che soffocano la nostra economia». E questa era la loro più grande scusa.
D. Non pensa fosse anche una realtà?
R.
Sì, ma veniva molto strumentalizzata. Per esempio, l'embargo non è certo responsabile della violazione persistente dei diritti umani o della pratica sistematica dei prigionieri politici.
D. L'Europa non rischia di fare la stessa cosa con le sanzioni alla Russia? Non offre a Putin un alibi?
R. Non penso. Lo ha spiegato anche il Financial Times. Da una parte ci sono le sanzioni, che stanno funzionando soprattutto per il settore finanziario e tecnologico. Ma dall'altra c'è la guerra vera del petrolio, scatenata per altre ragioni dall'Arabia Saudita. In ogni caso, penso che l'utilizzo delle sanzioni o il blocco economico non sono e non devono essere una scelta puramente ideologica.
D. Devono essere decisioni pragmatiche, insomma?
R. Non esattamente. L'embargo è uno strumento come molti altri. Va usato in alcune circostanze, cioè quando può essere efficace. Lo è stato per esempio in Sudafrica. In altri casi non è servito. Se uno vuole andare a Napoli può usare il treno o l'aereo, dipende da cosa vuole ottenere.
D. Con la Russia non sarebbe necessario più dialogo?
R. Paesi come la Germania un dialogo lo hanno cercato fino in fondo. Ma hanno dovuto anche fare i conti con la realtà della politica perseguita dal Cremlino e l'abbattimento dell'aereo della Malaysia airlines e 200 morti non sono roba da niente. A quel punto anche la Germania si è dovuta arrendere.
D. E il contraccolpo sull'economia italiana?
R. Capisco che ci sono persone che pensano solo alle faccende italiane. Ed è comprensibile. Ma la stessa Germania ha rapporti economici con Mosca, anche più stretti di noi.
D. Per l'Ucraina si può pensare a una soluzione federale?
R. Non penso sia questo il problema più urgente. Ma credo che in Europa siano stati fatti degli errori.
D. Quali?
R. Intanto chiedevamo molto offrendo troppo poco. E l'accelerazione dell'accordo di associazione dell'Ucraina all'Ue è stata poco studiata nelle sue possibili conseguenze. L'ho detto al Consiglio dei ministri: ho posto il problema della possibile reazione russa.
D. Con quali risultati?
R. Mi si è costantemente risposto che non ci sarebbero state reazioni negative da parte di Mosca.
D. Quale era la sua posizione?
R. Personalmente pensavo che l'Europa dovesse avere un piano B e un piano C. Ma pochissimi Paesi al Consiglio dei ministri europei hanno fatto qualche osservazione.
D. Quali?
R. Sotto traccia parecchi. Ma gli altri assicuravano: i russi sono informati di tutto. Una tesi che si è rivelata inconsistente.
D. Come è possibile che la diplomazia europea sia a questo punto?
R. È possibile. Eravamo impreparati.
D. Secondo lei il governo Renzi ha fatto bene a puntare sull'incarico di Lady Pesc?
R. Passiamo alla domanda successiva.
D. Crede che le critiche alla sua presunta politica filorussa fossero strumentali?
R. Sicuramente sì, non è la Mogherini che si è inventata una politica di dialogo.

Twitter: @GioFaggionato

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