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ESTERI 22 Dicembre Dic 2014 1730 22 dicembre 2014

Tunisia, la Primavera araba è già finita

Socialista, laico e vicino a Ben Ali. Essebsi vince le elezioni. Decisiva la voglia di sicurezza del popolo. Scosso da due anni di violenze. E dall'ascesa dell'Isis.

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Per lo sconfitto Moncef Marzouki, presidente uscente anima del dissenso e della rivoluzione tunisina, Béji Caïd Essebsi è il ritorno all'ancient regime, «Ben Ali senza Ben Ali».
Difficile dargli torto, confrontando il curriculum dell'ex raìs con quello dell'88enne vincitore, il 21 dicembre, delle prime votazioni democratiche per il capo di Stato.
Socialista di lungo corso e storico consigliere del primo presidente della Tunisia post coloniale Habib Bourguiba, Essebsi è stato tra le altre cose direttore della Sicurezza Nazionale, ministro dell'Interno e degli Esteri, ambasciatore in Germania e, sotto Ben Ali, tra il 1990 e il 1991, pure presidente del parlamento.
ESSEBSI, TRAGHETTATORE NEL 2011. Nei passaggi istituzionali più critici, ha saputo restare defilato in ruoli secondari, tornando anche alla sua carriera di avvocato. Salvo poi ricomparire, da uomo di Stato, come il discusso primo ministro di transizione del 2011, nei turbolenti mesi post rivolte.
Essebsi non era un uomo nuovo e fu spazzato via dalle elezioni per l'Assemblea costituente chiamata a scrivere, dal 2012, la Carta per una nuova Tunisia. Il voto consegnò il Paese in mano agli islamisti moderati di Ennahda.
I quali piazzarono il 69enne Marzouki, medico e illustre dissidente a capo di un movimento secolarista (Congresso per la Repubblica), alla presidenza della Repubblica.
UN VOTO DI COMPROMESSO. Due anni dopo i sogni di rivoluzione, in crisi politica continua e con il terrorismo che insanguina il Paese, la Tunisia ha scelto però democraticamente di far vincere il compromesso sul cambiamento.
Per Marzouki la vittoria di Essebsi «non è democratica». Ma i numeri non mentono: con un'affluenza minore che al primo turno ma comunque alta (59% contro il 64%), il 55,68% gli elettori ha votato il leader socialista della nuova creatura politica Nidaa Tounes capo di Stato al posto dell'uscente Marzouki.
«Sarò il presidente di tutti i tunisini. Questo Paese ha fatto una rivoluzione tunisina, non araba, per la libertà», ha chiosato Essebsi, pronto per l'investitura.

Omicidi politici e attentati: la Tunisia vuole stabilità

«Lunga vita alla Tunisia!», gridano i suoi supporter nelle strade, pronti a festeggiare i dati definitivi. Nella capitale in migliaia brindano a un risultato atteso. Alle legislative dell'ottobre scorso, i laici progressisti di Nidaa Tounes hanno sbaragliato gli islamisti di Ennahda, usciti con le ossa rotte da un biennio di governo contestato e accidentato.
Questo autunno al capo e fondatore del partito è andato il 38% dei voti, con uno stacco netto di 10 punti percentuali su Ennahda (28%). All'orizzonte c'erano poi le presidenziali, con il longevo e sempreverde Essebsi superfavorito, in testa, al primo turno del 23 novembre scorso, con il 39,5% contro il rivale al 33,4%.
LE TENSIONI PRE-ELETTORALI. Marzouki è conosciuto come un uomo onesto, ma difficilmente stavolta potrà provare le presunte irregolarità denunciate su Facebook. Meglio rassegnarsi e accettare il ritorno al passato. La Tunisia del 2014 è un Paese lacerato dalle contraddizioni.
Ancora nella notte pre-elettorale, l'esercito ha ucciso un uomo armato e arrestato altri tre «sospetti», in risposta a un attacco ai soldati di guardia di una scuola di Kairouan dove era immagazzinato materiale per il voto.
Tra il rivoluzionario inverno del 2011, foriero dei sommovimenti arabi, e le consultazioni degli ultimi mesi, è scorso il sangue di decine di omicidi politici e militari.
LA VIDEO-MINACCIA DELL'ISIS. E alla vigilia delle presidenziali, a scopo intimidatorio, le due esecuzioni dei capi della sinistra radicale, Chukri Belaid e Mohammed el Brahimi, uccisi nel febbraio e nel giugno 2013, sono state rivendicate in un video da un gruppo di jihadisti, autoproclamati affiliati dell'Isis.
Per la sua storia politica, l'ex colonia francese è il Paese nord-africano con l'apparato partitico e statale più strutturato e, prima delle rivolte, era l'economia trainante del Maghreb. Ma la Tunisia è anche lo Stato che più rifornisce di combattenti stranieri il califfo Abu Bakr al Baghdadi.

Con Nidaa Tounes tornano i socialisti di Ben Ali

Il candidato laico Beji Caid Essebsi.

Dai dati dei principali osservatori d'intelligence (l'inglese International Centre for the Study of Radicalization e l'americano Soufan Group), dalla Tunisia sono partiti per la Siria oltre 3 mila foreign fighter, più dei circa 2.500 sauditi e dei 2 mila giordani.
Nel filmato i jihadisti hanno minacciato gli elettori di «tornare a Tunisi per uccidere molti di voi e issare la bandiera ‘Non vi è Dio che Allah’», vessillo dello Stato islamico, esortandoli a «non farsi ingannare» alle urne.
Con buona pace di Marzouki, tra gli oltre 5 milioni di aventi diritto chiamati a votare è prevalsa la voglia del ritorno all'ordine.
Come l'Egitto del golpe militare contro i Fratelli musulmani, anche la Tunisia motore del cambiamento è caduta nella trappola: forze più potenti del fragile rinnovamento hanno destabilizzato il Paese, spingendo la maggioranza della popolazione a richiedere sicurezza.
ELETTORI IN CERCA DI SICUREZZA. Marzouki e gli alleati di Ennahda hanno ripudiato le frange estremiste, ma gli elettori non si sono fidati, riconsegnando il Paese a una riedizione del partito socialista del regime, il disciolto Raggruppamento costituzionale democratico (Rcd).
Come nella granitica Algeria dei generali, la vecchia politica viene preferita a un nuovo incompiuto, prospettato peggiore di Ben Ali.
C'è una Costituzione scritta a un tavolo comune dopo la Rivoluzione dei gelsomini, però. E per quanto la storia insegni che i testi possono sempre essere cambiati, i tunisini credono in un'alternanza demoratica, dal 2011, tra laici e islamisti al potere.
LA DOPPIA ANIMA DEL PAESE. La Carta del popolo sancisce la doppia anima di un Paese, «a identità islamica» ma con Stato e religione separati. Molti dei barricaderos scesi in piazza quattro anni dopo vogliono il ritorno alla «stabilità» e festeggiano la vittoria di Essebsi come un «momento storico importante, progresso verso la democrazia».
L'ex ministro bollato da Marzouki come «riciclato» ha vinto legittimamente: i circa 29 mila osservatori, tra internazionali e nazionali, non hanno notato i brogli ventilati.
Con il partito degli ex socialisti e un capo di Stato ex socialista vincitori delle prime Legislative e Presidenziali libere dall'indipendenza nel 1956, dal 2014 parlare di Primavera araba in Tunisia è davvero troppo.

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