Putin Russia 141219153106
ALLEANZA 23 Dicembre Dic 2014 0700 23 dicembre 2014

Russia in crisi, l'amica Cina pronta a salvare Putin

Rublo a picco, crac economico e oro in vendita? In aiuto di Mosca c'è Pechino. Che investe in Siberia e aumenta le importazioni. Per blindare l'asse eurasiatico.

  • ...

Vladimir Putin.

Vladimir Putin può argomentare che l'Occidente attenta all'indipendenza della Russia e paragonare il proprio Paese all'orso che lotta per sopravvivere, perché un amico discreto ma di sostanza gli copre le spalle.
È la Cina, che ha ribadito la propria fiducia in Mosca proprio mentre il presidente russo sosteneva la sua tesi nel suo discorso di fine anno.
Nella fattispecie, il sostegno è arrivato dal portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, Qin Gang, secondo cui la Russia ha sufficienti riserve e risorse per risolvere la crisi del rublo in picchiata.
MOSCA NON PUÒ FALLIRE. Mosca è in crisi per via delle sanzioni e del calo dei prezzi energetici pilotato dall'Arabia Saudita? Nessun problema: la nuova partnership eurasiatica ha il vento in poppa e gli amici si vedono nel momento del bisogno.
Così, mentre la Russia puntella la sua economia vendendo parte delle proprie riserve in oro - così sembrerebbe suggerire il calo del prezzo del metallo giallo sui mercati - la Cina ha deciso di aiutare il vicino bisognoso, soprattutto per mantenere intatte le proprie ambizioni di superpotenza del futuro: Mosca non può fallire, ci sono troppi interessi in comune.
IL PRINCIPIO È DEL WIN-WIN. L’aiuto è concesso ovviamente con uno sguardo ai propri interessi sia futuri sia immediati, in linea con il principio del “win-win”.
Così, invece di buttare soldi in un “piano Marshall” secondo caratteristiche russo-cinesi, la Cina pensa di aumentare la propria quota di investimento nella costruzione dei futuri gasdotti siberiani, da un lato, e di aumentare le importazioni puntando soprattutto sull’alta tecnologia che arriva da Mosca, dall'altro.

I cinesi sono preoccupati per gli accordi sul gas

Il premier cinese Li Keqiang.

Le preoccupazioni cinesi di lungo periodo vanno a parare sull'energia.
I due accordi sul gas sottoscritti a maggio 2014 e poi al summit Apec di novembre porteranno complessivamente in Cina 68 miliardi di metri cubi di gas all'anno.
Sono noti i dettagli del primo accordo (da 38 miliardi di metri cubi), in base ai quali Mosca intascherà 400 miliardi di dollari e rifornirà la Cina per 30 anni attraverso un gasdotto “orientale” che attraverserà la Siberia e arriverà nelle province Nord-Est della Cina (e si dice che potrebbe proseguire verso Corea e Giappone).
L'altro gasdotto (da 30 miliardi di metri cubi), quello “occidentale”, passerà per i monti Altay e finirà in Xinjiang, nel “Far West” cinese.
TUBI PRONTI NEL 2017, FORSE. Ora Pechino teme che la Russia, a causa della crisi, non riesca a costruire i grandi tubi, che dovrebbero essere pronti per il 2017.
Ed è così probabile che aumenti la propria quota di partecipazione nell'impresa comune o che conceda a Mosca un prestito agevolato e finalizzato alla grande opera.
L'ALTRO ASSE È QUELLO MILITARE. L'altro polo della cooperazione russo-cinese è quello militare.
All'inizio del 2014 i due Paesi hanno condotto un'esercitazione navale congiunta nel Mar Cinese Orientale, e secondo l'agenzia di stampa russa Tass per il 2015 sono previste altre manovre, una nel Pacifico e una nel Mediterraneo.
Ma al di là del fatto strategico, ai cinesi viene l'acquolina in bocca soprattutto pensando alla tecnologia militare russa da importare: i due Paesi sono in trattativa per la vendita dei jet russi più avanzati - i Su-35 - dei missili anti-aerei S-400.

Mosca e Pechino condividono la stessa visione del mondo

Il presidente russo Vladimir Putin con il suo omologo cinese Xi Jinping.

Cina e Russia condividono su molti punti una stessa visione del mondo.
C'è da costruire una grande Eurasia, l'integrazione politico-culturale-economica che viaggerà sulla rinnovata Via della Seta, dal Pacifico all'Atlantico, da Pechino ad Anversa. Passando per Mosca e Berlino.
È l'idea di un mondo multipolare che metta fine all'unilateralismo Usa. Ci sono dietro enormi interessi ma anche uno scarto culturale, con l'idea di non intromissione negli affari interni altrui sbandierata dall'asse russo-cinese in netta contrapposizione all'eccezionalismo Usa: l'idea della nazione con la grande missione da compiere.
MA LA RUSSIA TEME L'INVASIONE. Detto dei punti in comune, la partnership non è tutta rose e fiori. Due su tutti, i problemi.
Da parte russa, se Mosca poteva fare la parte del fratello maggiore ai tempi di Stalin e Mao, oggi i ruoli si sono ribaltati.
È palese che Pechino è la figura forte della coppia e la Russia teme una colonizzazione economica che potrebbe anche diventare umana: a Mosca si paventa l'invasione di immigrati cinesi nelle desolate province siberiane.
Da parte cinese, si guarda sempre e comunque a Washington. Se è vero che Pechino spinge per la fine dell'unilateralismo Usa, è altrettanto vero che la Cina vuole essere riconosciuta come superpotenza alla pari dall'establishment americano, più che puntare a un mondo realmente multipolare.
LA CINA VUOLE TORNARE AL CENTRO. Lo richiede sia la necessità di continuare la “crescita pacifica”, sia il progetto politico di “grande sogno cinese”: la fine di quel percorso che dal secolo dell'umiliazione (la subordinazione coloniale della Cina nell'Ottocento e primo Novecento) vuole concludersi con il ritorno della Cina allo status di “centro del mondo”.
È questo il senso del “nuovo modello di relazioni tra grandi potenze” che la diplomazia cinese cerca di imporre a quella Usa. E in questa visione, c'è forse un Putin di troppo.

Correlati

Potresti esserti perso