Papa Francesco 141120062802
ANALISI 24 Dicembre Dic 2014 0600 24 dicembre 2014

Obama, il terrorismo non si sconfigge con la forza

La guerra non paga: la storia lo dimostra. Barack ascolti le parole del papa.

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Papa Francesco.

Nel recente volo da Strasburgo a Roma papa Bergoglio si è intrattenuto con i giornalisti su diverse questioni di attualità.
Su una di esse, riguardante la guerra al terrorismo, ha espresso un giudizio di sferzante limpidezza affermando che «la minaccia dei terroristi è reale, ma c’è anche il terrorismo di Stato [...] quando ci si sente in diritto di massacrare i terroristi e con loro cadono anche degli innocenti. Bisogna fermare l’aggressione, ma nessun Paese ha il diritto di farlo per conto suo».
Alla vigilia di Natale mi piace riprendere questo concetto, sintesi di ragioni morali, di richiami alla legittimità ma anche di sollecitazione a “fermare” l’aggressione, perché quel giudizio si salda con forza con l’ormai annoso dibattito sulla risposta più adeguata alla minaccia del terrorismo.
MIOPIA FIGLIA DELL'OCCIDENTALISMO. È infatti sotto gli occhi di tutti che quella datavi finora si sia rivelata insufficiente visto che dal 2001, in cui si scatena la guerra al terrorismo responsabile dell'orrenda strage delle Torri gemelle, il mosaico internazionale dell’estremismo, principalmente di matrice islamica, lungi dal ridursi, si è ampliato in maniera inquietante.
Penso che a monte vi sia una diffusa miopia, figlia di un inossidabile occidentalismo, che ha indotto a trascurare il suo brodo di coltura, cioè le gravi criticità sociali, economiche e politiche locali sulle quali hanno trovato facile presa velenose derive di ordine ideologico-religioso. E penso che accanto alla diagnosi occorra considerare le manchevolezze delle terapie messe in atto per contrastare quella minaccia tra le quali credo di dover porre in primo piano la netta preferenza accordata all'intervento militare.
A questo del resto sembra essersi richiamato il pontefice, con particolare riguardo agli attacchi aerei e, in tale ambito, all’uso dei droni, strumenti principe della strategia antiterroristica americana, inaugurata da Bush e ripresa e anzi rilanciata da Obama.
OBAMA DEVE CAMBIARE REGISTRO. Ricordo il suo discorso all’Università della Difesa nazionale quando riconobbe che anche con questa nuova arma letale non si era evitata la morte di tanti civili innocenti – «tragedie spezzacuore» le definì – ma ne difese strenuamente l’impiego quale la più discriminante, in termini di entità di «danni collaterali» e di distruzioni materiali, nella panoplia degli strumenti di guerra disponibili.
E ricordo l'irrilevante riferimento a remore in materia di legalità e di legittimità internazionale, accentuato dall'attenzione riservata alla fattispecie dell’uccisione di un cittadino americano, se sospettato rappresentare un’imminente minaccia per gli Stati Uniti.
In piena sintonia con John Brennan, ispiratore della strategia di impiego di quest'arma che, sotto nomina a direttore della Cia, ne difese a spada tratta legalità, moralità ed efficacia, primo funzionario dell’amministrazione Obama a riconoscere pubblicamente gli attacchi compiuti in Afghanistan, Libia, Pakistan, Somalia, Yemen e altrove. Senza incontrare particolari dissensi all'interno dell'opposizione americana, anzi.

Gli studi smentiscono la narrativa di Washington

Barack Obama.

Diverso è stato il dibattito esterno al Palazzo, acuitosi in questi ultimi mesi col nuovo fronte aperto contro lo Stato islamico o Isis che dir si voglia, che ha confermato, semmai ve ne era bisogno, la fiducia americana in tale strategia di intervento.
Fiducia venata da una seria ombra di problematicità, considerando la possibilità che altri soggetti internazionali si ritengano in diritto di fare altrettanto, come già avvenuto.
Per non parlare di altre controindicazioni di merito intrinseco; a cominciare dalla sconcertante conclusione cui giunge un rapporto redatto da una squadra di studenti della New York University e di Stanford, laddove si dichiara «falsa» la narrativa dominante negli Usa (e altrove) secondo la quale l’uso dei droni renderebbe gli stessi Stati Uniti più sicuri dal terrorismo e comporterebbe minimi danni collaterali.
LA PROPAGANDA ISIS COGLIE NEL SEGNO. Conclusione non dissimile da quella emergente da un documento dell’intelligence della Cia, fatto filtrare dal Gruppo Assange, dove si legge che gli attacchi condotti con tali strumenti possono essere efficaci, ma sono di norma accompagnati da effetti negativi e non di rado da ricadute addirittura controproducenti. Per i pesanti contraccolpi derivanti dalla percentuale sempre troppo elevata di vittime innocenti – (dell’ordine delle migliaia in questi ultimi quattro anni) – che l'opaca riservatezza dell’amministrazione non aiuta certo a calmierare, e dalla conseguente scia di ostilità, per usare un eufemismo, che gli Usa e alleati si sono guadagnati e si stanno guadagnando, sia tra le popolazioni interessate sia tra quelle che ne sono venute a conoscenza, in patria e a livello internazionale.
E ciò, occorre sottolinearlo, anche a seguito del mistificante uso propagandistico che ne hanno fatto gli stessi gruppi terroristici, beneficiandone in termini di reclutamento di nuovi adepti quando, ad esempio, dopo i primi attacchi aerei nel Nord Iraq, l’Isis diffuse sul web angosciose immagini di bambini uccisi in Yemen.
Con l’effetto moltiplicatore della propria strategia propagandistica grazie alla quale, dal giugno scorso a oggi, lo Stato Islamico sarebbe passato dalle 10-15mila alle circa 60 mila unità attuali.
PIÙ PARTENARIATO, MENO PREDOMINIO. Anche l’eliminazione dei loro comandanti sarebbe risultata relativamente efficace data la flessibilità della catena di comando e la peculiarità del terreno conflittuale.
Insomma, un bilancio non particolarmente brillante, confermato dalla la vitalità che questi gruppi, a cominciare dall’Isis, malgrado la potenza di fuoco impegnata contro di loro, dimostrano.
Quindi? Forse occorrerebbe riflettere maggiormente alle parole del pontefice dalle quali si evince l’urgenza e la necessità di rivedere sensibilmente l’attuale squilibrio tra componente militare e componenti soft – intelligence, propaganda ideologica e culturale, eccetera - esistente nell’attuale strategia anti-terroristica, sollecitando assai più di quanto non si faccia adesso la responsabilità del mondo islamico e alzando significativamente la soglia del partenariato rispetto a quella del predominio.
Forse ridurremmo anche il rischio del terrorismo in casa nostra.

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