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POLITICA 27 Dicembre Dic 2014 2000 27 dicembre 2014

Jobs Act, scontro sul pubblico impiego

Poletti: «È solo per i dipendenti privati». Tensione nella maggioranza. Il sottosegretario all'Economia Zanetti: «Sconcertante». Renzi attacca i critici.

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Maurizio Sacconi e Giuliano Poletti.

Matteo Renzi bacchetta i critici ma le tensioni sulle riforme del governo non si placano. E sul Jobs Act si accende lo scontro in tema di pubblico impiego.
Il ministro del Lavoro Poletti ha specificato al quotidiano online Affaritaliani.it che la misura non vale anche per i lavoratori pubblici, «perché tutta la discussione sulla legge delega è stata fatta sul lavoro privato e quindi non è applicabile al pubblico impiego».
Un netto rifiuto alla richiesta espressa dal Nuovo centrodestra, con Maurizio Sacconi che aveva chiesto che la riforma venisse estesa alla Pa. Ipotesi, quest'ultima che era stata caldeggiata - pur se più volte contestato - anche dal senatore di Scelta Civica Pietro Ichino.
«Quando presentammo questo criterio di delega fummo indotti a ritirarlo dal governo in quanto esso considerava già vigente l'impegno ad omologare lavoro pubblico e lavoro privato», ha detto Sacconi.
«La discussione sulla legge delega è stata fatta sul lavoro privato, mentre sul lavoro pubblico c'è in parlamento una legge delega sulla Pubblica amministrazione, nell'ambito della quale si potranno eventualmente affrontare tali tematiche», è stata la replica di Poletti, che ha così confermato quanto dichiarato già dal ministro della Pubblica amministrazione Marianna Madia.
L'interpretazione di Ichino, secondo cui l’assenza di un riferimento esplicito all'esclusione degli statali si traduce in un loro coinvolgimento, era arrivata del tutto a sorpresa. Ma è stata smentita dal governo.
ZANETTI (SC): «INAPPLICABILITÀ A PA SCONCERTANTE». «Trovo francamente sconcertante questo affannarsi di alcuni ministri nel negare l'applicabilità del Jobs Act al pubblico impiego», ha osservato il sottosegretario al Ministero dell'Economia e deputato di Scelta Civica Enrico Zanetti, sottolineando che il dualismo con i privati «non sta in piedi».
«A parte che il nostro senatore Ichino ha già spiegato anche dal punto di vista tecnico perché questo dualismo non sta in piedi, come si fa a non capire che certi distinguo non rappresentano giuste rassicurazioni per il pubblico impiego, bensì ingiuste discriminazioni per i dipendenti del settore privato?», ha aggiunto Zanetti.

Licenziamenti collettivi e risorse per la nuova Aspi: i nodi irrisolti

Susanna Camusso.

Quello della validità o meno del Jobs Act per i dipendenti pubblici era solo uno dei nodi rimasti irrisolti dopo l'approvazione dei decreti attuativi della riforma del lavoro nel consiglio dei ministri del 24 dicembre scorso: dalle risorse per la nuova Aspi ai licenziamenti collettivi.
La prima partita si gioca proprio sul nuovo ammortizzatore sociale destinato ad assorbire progressivamente i precedenti Aspi e mini-Aspi e a mandare in pensione la cig in deroga. Il decreto attuativo è stato infatti approvato «salvo intese», in assenza cioè della bollinatura finale della Ragioneria generale dello Stato e l'individuazione certa delle coperture.
Al momento l'unico importo scritto nero su bianco è quello inserito nella legge di stabilità che ai nuovi ammortizzatori destina 2,2 miliardi per ciascun anno 2015 e 2016 e 2 miliardi di euro per gli anni a seguire a partire dal 2017. Le risorse potrebbero però non bastare: nel 2013, ad esempio, - anno, è vero, di crisi profonda, non necessariamente destinato a replicarsi - secondo i dati Inps, Aspi e mini-Aspi sono costati ben 7,5 miliardi di euro. Anche senza arrivare a quelle cifre, comunque, il problema risorse resta, tanto che già nel corso dell'esame della legge di stabilità le minoranze del Pd avevano chiesto ulteriori stanziamenti.
SINDACATI PRONTI ALLO SCONTRO IN PIAZZA. C'è poi la questione dei licenziamenti collettivi. Inaspettatamente il decreto prevede infatti che le regole sui licenziamenti individuali valgano anche per quelli di almeno cinque lavoratori. Una regola che forse è servita per placare gli animi più bellicosi all'interno della maggioranza ma che ha mandato su tutte le furie i sindacati. Non solo la Cgil, già pronta a nuovi scioperi e a ricorsi giudiziari contro tutto il pacchetto, ma anche la finora più cauta Cisl.
Proprio l'ex sindacalista Cesare Damiano ha promesso il suo impegno, invitando anche ad apprezzare quello che finora è stato ottenuto. Sicuramente, in qualità di presidente della Commissione Lavoro della Camera, intende battersi per ricondurre la norma ai soli licenziamenti individuali, ma nel frattempo, ha sottolineato, l'importante è essere riusciti a disinnescare quelle che parti del Pd vedono come le bombe dello scarso rendimento e dell'opting out, fortemente volute invece da Ncd. Qualsiasi sia il parere che le Commissioni parlamentari invieranno al governo, l'esecutivo non sarà comunque obbligato a tenerne conto, visto che sulle deleghe le indicazioni parlamentari non sono vincolanti.
L'ultima questione è quella sollevata appunto dal senatore di Scelta Civica Pietro Ichino: l'estensione del contratto a tutele crescenti anche agli statali bocciata dall'esecutivo.
Finora il Jobs act, ha spiegato il ministro del Lavoro Giuliano Poletti, è infatti sempre stato visto come strumento per favorire le assunzioni nel settore privato, tirando in ballo solo ed esclusivamente le imprese e mai lo Stato come datore di lavoro. Anche il ministro della Pa Marianna Madia ha in più occasioni smentito una generalizzazione delle norme.

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