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LAVORO 28 Dicembre Dic 2014 1502 28 dicembre 2014

Jobs act, Poletti: «Non si cambia, non ci saranno trattative»

Niente passi indietro sugli statali. Renzi: «Decida il parlamento».

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Giuliano Poletti, ministro del Lavoro.

Sul Jobs act il ministro del Lavoro Giuliano Poletti sbatte la porta. «I punti fondamentali», ha dichiarato, «sono definiti». Intervistato da Repubblica, il ministro ha escluso modifiche al provvedimento e ha chiuso alle richieste di Ncd e sinistra del Pd: «Trattative proprio no. Le Commissioni esprimeranno un parere e il governo lo valuterà. Direi che la sostanza del decreto è quella e tale rimarrà, ciò non toglie che esamineremo con molta attenzione le osservazioni che dovessero pervenire e decideremo collegialmente».
NESSUNA APPLICAZIONE AI PRIVATI. Poletti ha escluso che le nuove regole si applicheranno anche agli statali: «Direi proprio di no. Quando abbiamo approvato la legge delega abbiamo sempre fatto esclusivo riferimento al lavoro nel settore privato».
Ha spiegato poi perché si siano estese le nuove regole ai licenziamenti collettivi: «Per una esigenza di coerenza dell'impianto normativo. Poiché i licenziamenti collettivi sono sempre motivati con ragioni di ordine economico o organizzativo sarebbe stato incoerente escludere il reintegro per quelli individuali e non anche per quelli collettivi».
«NESSUN RIPENSAMENTO». Ha escluso quindi ogni ripensamento, come chiedeva invece la minoranza Pd vista la disparità tra nuovi e vecchi assunti: «Rispetto tutte le posizioni, ma una riforma va valutata nel suo equilibrio complessivo. E questa riforma è equilibrata».
RENZI DELEGA IL PARLAMENTO. Ma il premier Matteo Renzi è intervenuto per tenere aperti i giochi: «Sarà il parlamento a pronunciarsi. Esiste giurisprudenza nell'uno e nell'altro senso. Ma non sarà il governo a decidere». La norma, ha chiarito il presidente del Consiglio, dovrà però essere inserita eventualmente nel disegno di legge delega sulla Pa e non nel Jobs act. Il testo della riforma del lavoro riguarda infatti solo il settore privato. E, sostengono in molti, è ormai un testo blindato, sia a destra che a sinistra. Non accettando insomma le richieste di Ncd, il governo non sarà costretto ad accettare anche quelle di alcune parti del Pd che chiedono, ad esempio, una modifica sui licenziamenti collettivi. Anche perché il parere delle Commissioni parlamentari non è vincolante per l'esecutivo, che deciderà autonomamente se accettare o meno le eventuali richieste di modifica.
CRITICHE DALL'OPPOSIZIONE. Immediate sono arrivate le reazioni da parte del mondo politico, con forti critiche da parte dell'opposizione. Il senatore di Scelta civica Pietro Ichino ha ricordato: «Quando il governo ha deciso di non escludere dal campo di applicazione i nuovi assunti nella Pa erano presenti anche Poletti e Madia. Ecco come è andata nel Cdm del 24 dicembre». «Evidentemente i due ministri hanno cambiato idea. Ma dovranno convincerne il resto del governo e della maggioranza. Mi sembra molto improbabile».
Il segretario della Lega Nord, Matteo Salvini, sul Twitter ha commentato: «Il Jobs act vale per dipendenti pubblici, saranno licenziabili. Anzi no. Anzi forse. Anzi vedremo. Da licenziare in tronco è #Renzi!».
Daniela Santanchè, di Forza Italia, ha detto: «Renzi non cambia il verso e il Jobs act ne è la dimostrazione. Una vera riforma del lavoro non poteva che partire dai dipendenti pubblici. Questo è quello che hanno fatto i Paesi che il verso lo hanno cambiato».
Anche il senatore di Scelta Civica e sottosegretario agli Esteri, Benedetto Della Vedova, ha centrato l'attenzione sullo stesso punto. «È ormai chiaramente sul tappeto una questione politica ineludibile, che riguarda il necessario superamento della disparità nel sistema delle regole e delle tutele tra dipendenti pubblici e privati».

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