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IPSE DIXIT 31 Dicembre Dic 2014 0534 31 dicembre 2014

Giorgio Napolitano, i discorsi di fine anno

Gli interventi di fine anno del capo dello Stato.

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La sua prima volta fu otto anni fa.
Nel discorso di fine anno del 2006, Giorgio Napolitano - da pochi mesi al Quirinale al posto di Carlo Azeglio Ciampi - si trovò a commentare il risultato elettorale che aveva riportato Romano Prodi a Palazzo Chigi, grazie a una maggioranza risicatissima che, a Palazzo Madama, si reggeva sui voti dei senatori a vita.
MESSAGGI AI CITTADINI E ALLA POLITICA. Lo fece invitando il Paese, e le forze politiche, ad abbassare i toni del confronto politico.
Negli anni seguenti affrontò i temi più svariati, dal lavoro ai rifiuti, passando per le riforme costituzionali. La sera del 31 dicembre 2014 è atteso il suo ultimo discorso da capo dello Stato prima delle imminenti dimissioni.
Questi, in sintesi, gli interventi di fine anno del presidente della Repubblica.

Il capo dello Stato Giorgio Napolitano (ImagoEconomica).


2006: la necessità di un clima sereno

Napolitano esordì con parole di distensione indirizzate a cittadini e forze politiche: «A questo più alto incarico sono stato chiamato all'indomani di un voto che ha visto gli elettori dividersi in due parti quasi uguali, tra loro nettamente contrapposte. Ma forte è il bisogno di un clima più sereno e costruttivo».
Se da un lato il capo dello Stato evidenziò segni di ripresa in economia, non rinunciò a spronare il governo ad adoperarsi per ridurre il «pesante debito pubblico»: «Dobbiamo riuscirci non solo per rispettare i nostri impegni con l'Europa, ma per porre su fondamenta più solide e sane lo sviluppo del nostro Paese».
Sul tema delle riforme istituzionali, invece, Napolitano rimarcò l’esigenza di trovare un accordo anche «su meccanismi elettorali che rendano più lineare e sicura la formazione delle maggioranze chiamate a governare il Paese».

2007: un pensiero alle vittime della Thyssen

«Come dobbiamo guardare all’anno che sta per iniziare, con quali preoccupazioni econ quali motivi di speranza e di fiducia?». È questa la domanda che Napolitano rivolse agli italiani per delineare un bilancio del 2007. Il capo dello Stato, nel suo secondo discorso, evidenziò come il problema per il Paese fosse quello di trasmettere dinamismo, «puntando sull’innovazione e sul merito, privilegiando fortemente l’istruzione».
Napolitano cercò di sfatare il mito di un Paese in declino e parlò della «cultura della creatività italiana» e della necessità di valorizzare meglio il nostro «patrimonio storico-artistico», ma dedicò un passaggio del discorso anche alle vittime dell’incidente della ThyssenKrupp di Torino e uno al problema dei rifiuti in Campania.
Mentre per quanto riguarda il tema delle riforme, Napolitano disse: «Ora che uno spiraglio di dialogo si è aperto, con il contributo di entrambi gli schieramenti politici, specie sulla riforma elettorale, occorre assolutamente evitare che l’occasione vada perduta».

2008: la crisi come un'opportunità

Napolitano si rivolse agli italiani, parlando della crisi finanziaria che aveva travolto gli Stati Uniti e che stava arrivando in Europa.
«Dobbiamo guardare in faccia ai pericoli cui è esposta la società italiana, senza sottovalutarne la gravità : ma senza lasciarcene impaurire».
Il capo dello Stato vedeva nella crisi «un’occasione» per «liberare» l’Italia dai «problemi che portiamo dietro da troppo tempo», primo fra tutti la riforma delle istituzioni, della pubblica amministrazione e della giustizia. E invitò l’Italia a non agire da sola ma «come parte di quella Europa unita che si conferma come non mai un punto di riferimento essenziale».

2009: l'importanza dell'equilibrio tra poteri

«Non era mai accaduto nel passato, in situazioni simili, che i rappresentanti degli Stati più importanti, di tutti i continenti, si incontrassero così di frequente, discutessero e lavorassero insieme per cercare delle vie d'uscita nel comune interesse, e per concordare le decisioni necessarie».
Con queste parole Napolitano descrisse gli sforzi fatti dalla comunità internazionale per affrontare la crisi finanziaria e in questo senso rimarcò anche il contributo del G8 de L’Aquila, colpita quello stesso anno da un gravissimo terremoto.
Il tema caldo del suo intervento fu però quello delle riforme: il federalismo fiscale e la giustizia. Su quest’ultimo punto Napolitano fu chiaro: «La Costituzione può essere rivista – come d'altronde si propone da diverse sponde politiche - nella sua seconda parte» ma «l'essenziale è che siano sempre garantiti equilibri fondamentali tra governo e parlamento, tra potere esecutivo, potere legislativo e istituzioni di garanzia, e che ci siano regole in cui debbano riconoscersi gli schieramenti sia di governo sia di opposizione».

2010: il riferimento ai 150 anni dell'Unità d'Italia


A fare da perno al quarto discorso di fine anno fu ancora una volta la crisi e la situazione dell’economia e della finanza italiana: «Molto dipenderà per noi dalla capacità dell'Europa di agire davvero come Unione: Unione di Stati e di popoli, ricca della sua pluralità, e forte di istituzioni che sempre meglio le consentano di agire all'unisono, di integrarsi più decisamente».
Secondo Napolitano la situazione economica è tale per cui non «si può aspirare a certezze che siano garantite dallo Stato a prezzo del trascinarsi o dell'aggravarsi di un abnorme debito pubblico. Quel peso non possiamo lasciarlo sulle spalle delle generazioni future senza macchiarci di una vera e propria colpa storica e morale».
Nel suo discorso, infine, non poteva mancare un riferimento alle imminenti celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia: «Celebrare quell'anniversario, come abbiamo cominciato a fare e ancor più faremo nel 2011, non è perciò un rito retorico. Non possiamo come Nazione pensare il futuro senza memoria e coscienza del passato».

2011: il bisogno di un risanamento di bilancio


Il 2011 si chiuse con la fine del governo Berlusconi e con l’ingresso in politica di Mario Monti.
Il passaggio di testimone fu fortemente voluto dal capo dello Stato per evitare uno scioglimento anticipato delle Camere che «avrebbe rappresentato un azzardo pesante dal punto di vista dell'interesse generale del Paese». Fu l’anno dello spread che, dopo aver superato i 500 punti base col governo Berlusconi, scese nel corso dei mesi successivi. Una situazione che Napolitano definì «grave» ma dalla quale l’Italia stava faticosamente uscendo: «Lo sforzo di risanamento del bilancio deve perciò essere portato avanti con rigore. Nessuna illusione possiamo farci a questo riguardo».
Sulla minaccia dell’antieuropeismo il capo dello Stato ammonì: «È comprensibile che anche in Italia si manifesti oggi insoddisfazione per il quadro che presenta l'Europa unita. Ma ciò non deve mai tradursi in sfiducia verso l'integrazione europea».

2012: il rammarico per le mancate riforme


Il 2012 si chiuse con le elezioni alle porte. Berlusconi, infatti, fece cadere il governo Monti poche settimane prima del discorso di fine anno di Napolitano, che fu nuovamente incentrato sulla «necessità di ridurre il nostro massiccio debito pubblico». Il presidente della Repubblica rimarcò con orgoglio, infatti, lo sforzo compiuto dall’Italia per ridurre lo spread, ma mostrò anche grande rammarico per la mancata riforma della legge elettorale.
Parlando della scelta di Monti di candidarsi a premier, Napolitano disse: «Il senatore Monti ha compiuto una libera scelta di iniziativa programmatica e di impegno politico. Egli non poteva candidarsi al parlamento, facendone già parte come senatore a vita. Poteva, e l'ha fatto - non è il primo caso nella nostra storia recente - patrocinare, dopo aver presieduto un governo tecnico, una nuova entità politico-elettorale, che prenderà parte alla competizione al pari degli altri schieramenti. D'altronde non c'è nel nostroordinamento costituzionale l'elezione diretta del primo ministro, del capo del governo».

2013: lo sfogo dopo un anno difficile


«L’anno che sta per terminare è stato tra i più pesanti e inquieti che l’Italia ha vissuto da quando è diventata Repubblica». Napolitano iniziò così il suo discorso di fine anno nel 2013, un anno definito «tra i più inquieti sul piano politico e istituzionale».
Auspicando un 2014 «diverso e migliore, per il Paese e specialmente per quanti hanno sofferto duramente le conseguenze della crisi», il capo dello Stato anticipò le sue intenzioni con uno sfogo: «Resterò per un tempo non lungo. Ma non mi lascerò condizionare da campagne calunniose, da ingiurie e minacce. È ridicola la storia delle mie pretese di strapotere. Tutti sanno della pressione esercitata su di me da diverse forze politiche».
Infine Napolitano lanciò un appello per un «nuovo percorso di crescita, di lavoro e di giustizia per l’Italia con un’incisiva riforma delle istituzioni repubblicane».

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