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ANALISI 31 Dicembre Dic 2014 1149 31 dicembre 2014

Medio Oriente: il 2014 si chiude tra troppe incognite

Lo scenario è fragile e gravido di incertezza. Il Mediterraneo deve tornare centrale per l'Europa. Ma non più, e non solo, in chiave economica e commerciale.

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Il presidente siriano Bashar al Assad.

Con il 2014 si chiude il quarto anniversario delle Primavere arabe, con un bilancio decisamente problematico.
Con un’eccezione, la Tunisia, da salvaguardare come monito ed esempio a futura memoria.
La criticità dominante è stata senz’altro rappresentata dall’emersione dello Stato islamico (Isis), tanto brutale e sanguinaria quanto efficace nella velocità della sua conquista territoriale, complice il brodo di coltura prodotto dall’incrocio delle agende politiche dei principali attori regionali e internazionali gravitanti nell’area. Incrocio la cui contorta dinamica legittima un formidabile interrogativo circa il futuro dell’Iraq e della Siria e del correlato enclave di circa 170 mila chilometri quadrati sottratto loro dallo Stato islamico di cui è difficile ipotizzare quella debilitazione e distruzione preventivata da Obama e possibile solo con una massiccia operazione terra-aria, per ora non alle viste.
LA FRAMMENTAZIONE DELLA SIRIA. La Siria è ormai un territorio frammentato dove Bashar al Assad resiste nella sua “Siria utile” (costa tra Damasco e mare, Aleppo e collegamenti con Turchia e Libano) cercando, per la restante, di sfruttare a suo vantaggio sia la minaccia dello Stato islamico con la leva della priorità a essa assegnata da Washington e dai suoi alleati, sia la conflittualità tra l’esercito siriano libero e la pluralità delle altre milizie jihadiste combattenti.
Determinante l’appoggio di Teheran e di Mosca, oggi di nuovo nella veste di un’opzione negoziale che può solo fondarsi sull’irresolutezza occidentale e sull’ambiguo ruolo assunto da De Mistura, il nuovo rappresentate di Ban Ki-moon per la Siria.
PROVE DI ALLEANZA IN IRAQ. Meno confusa ma pericolosamente fluida la dinamica in Iraq dove si sta saldando un’alleanza dai contorni quanto meno equivoci tra Teheran, Washington - per certi versi anche Ankara, che per contro fa melina sulla Siria a danno della locale componente curda - e il governo di Baghdad contro lo Stato islamico che peraltro resiste e sembra anzi in grado di sorprendere ancora.
E mentre l'Isis continua a fare proseliti nella galassia dell’estremismo sunnita e a richiamare centinaia e centinaia di combattenti stranieri dai quattro angoli della terra, la strategia antiterroristica varata nel settembre scorso dalla coalizione a guida americana non sembra decisiva e soprattutto non appare preludere a una convergenza sul disegno futuro dell’area in questione che per oggi riguarda Iraq e Siria ma domani potrebbe interessare anche Libano e Giordania e un futuribile “spazio curdo”.
S'INCAGLIA IL PROCESSO DI PACE. Il 2014 ha segnato anche il fallimento del negoziato relativo al cosiddetto Processo di pace israelo-palestinese appesantito dallo scoppio di un altro scontro tra Israele e Gaza sulle cui ceneri si è consumato un rigurgito di micro-conflittualità che ha spinto Netanyahu a tirare la corda di una deriva ideologica che sta portando il Paese a nuove elezioni, con tutte le incognite che ciò comporta.
E con una Palestina alla ricerca di se stessa e di un suo posto sul piano internazionale.

Dallo Yemen alla Libia, tutti i fronti aperti

La città di Bengasi, Libia. In lontananza, il fumo causato dai bombardamenti.

Un’altra grave criticità ha interessato lo Yemen dove le spinte divisorie tra Nord e Sud hanno trovato nel prepotente imporsi degli sciiti Houtis al vertice del potere del Paese, con la complicità di Teheran in funzione anti-Arabia saudita, una deriva di cui è difficile sottostimare le ricadute negative, e non solo sotto il profilo geopolitico.
Nel Nord Africa ci si confronta con la grave crisi che ha investito la Libia dove gli sforzi per porre le premesse di un possibile negoziato sembrano cedere di fronte alla ricerca di una soluzione militare tra i due agglomerati che si fronteggiano politicamente e militarmente: l’uno che fa riferimento al governo rifugiatosi a Tobruk – quello, per intenderci, riconosciuto internazionalmente ma delegittimato da una sentenza della Corte suprema libica che ha invalidato le elezioni del giugno scorso – che annovera al suo vertice militare il generale Haftar, personaggio dall’oscura biografia e dagli opachi suoi danti causa, appoggiato da Egitto e Arabia saudita.
FERMENTO A TRIPOLI E DINTORNI. L’altro agglomerato è la coalizione di combattenti islamici Alba libica, che ha il controllo di gran parte di importanti città, fra le quali Misurata, Bengasi e la stessa Tripoli e che sta combattendo per il controllo delle installazioni politiche del Paese.
Seguono una propria agenda i gruppi jihadisti come Ansar al-Sharia, ma non è detto che tra questi e Alba libica non si ravvisi la convenienza a una qualche convergenza. Con conseguenze decisamente drammatiche anche per i Paesi vicini. Pensiamo all’Egitto e all’improvvida sterzata autoritaria e rozzamente escludente se non addirittura persecutoria adottata dal regime di al Sisi che lo espone al rischio di crescenti focolai di instabilità, dal Sinai al profondo Egitto.
TUNISIA, SERVE INCLUSIVITÀ. Pensiamo all’Algeria dove la piaga del terrorismo è tutt’altro che archiviata e lo sarà ancor meno con la fine del tempo di Bouteflika, già iniziato.
Pensiamo alla Tunisia, solitario esempio di “Primavera salvata” nello scenario Nord-africano e Medio-orientale giustamente valorizzato dalla Comunità internazionale, ma che ha bisogno di una governance fortemente inclusiva per riuscire a far fronte alle due minacce che la attanagliano: la grave crisi economica e sociale e l’estremismo islamico ben rappresentato dai 3 mila combattenti arruolati dallo Stato islamico. Auguriamoci che, con il realismo politico che ha segnato la sua storia politica legata a Ben Ali e a Bourghiba, il neopresidente Essebsi colga quest’esigenza di inclusività nel mandato che consegnerà al premier incaricato di formare il governo.
Inclusività nei riguardi di Ennahda, naturalmente, sia per consolidare la sua scelta democratica nella cruciale transizione tunisina, sia perché senza i suoi voti risulterebbe difficile governare le sfide del Paese.
IL RUOLO CENTRALE DEL MEDITERRANEO. Di fronte a questo scenario così fragile e gravido di incognite ha ragione il premier Renzi a sottolineare la centralità del Mediterraneo per l’Italia e la stessa Europa.
Ma se essa resta circoscritta al mondo degli interessi economici e commerciali, a forme oblique di sicurezza come quelle considerate col presidente egiziano o a politiche migratorie rette sull’improponibile Bossi-Fini, è una centralità geopoliticamente povera.

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