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MESSAGGIO 3 Gennaio Gen 2015 1649 03 gennaio 2015

Quirinale, Renzi: «Il Pd sarà decisivo»

Il premier: «Sceglieremo un arbitro imparziale». E sulle riforme: «L'iter termina nel 2015».

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Matteo Renzi.

La scelta del nuovo capo dello Stato si avvicina, e il presidente del Consiglio Matteo Renzi non ha dubbi: «Sono certo che il Pd sarà decisivo nello scegliere insieme a tutti un arbitro equilibrato e saggio, il garante super partes delle istituzioni».
«SOSTITUZIONE DIFFICILE». Ciò che è certo è che non si tratta di un percorso semplice: «Sarà un passaggio delicato e difficile, come dimostra la storia parlamentare anche di questa legislatura. E succedere a un grande italiano come Giorgio Napolitano non sarà semplice», ha scritto Renzi nella sua lettera agli iscritti del Partito democratico.
A non rendere facile l'impresa ci sono le condizioni e i veti che iniziano a emergere. Da chi, nel centrodestra, ha invocato un nome di area cattolica e popolare. A chi, come il capogruppo di Forza Italia Paolo Romani, ha detto no a «tecnici o iscritti al Pd». Fino a chi dallo stesso partito, come Santanchè e Prestigiacomo, ha chiesto che il nuovo presidente restituisca «l'agibilità politica» a Silvio Berlusconi, ovvero quella grazia negata da Napolitano.
INCUBO FRANCHI TIRATORI. Renzi può certo contare sull'asse con il Cavaliere, che ha inviato segnali di ampia disponibilità. Ma chi ha provato a fare le prime ricognizioni sul fronte dei franchi tiratori, segnala che potrebbero sfilarsi da un'intesa i quaranta parlamentari azzurri vicini a Raffaele Fitto e tra i 70 e i 90 della minoranza Pd (circa 30 senatori, più 40-60 deputati). «Non credo si rivedranno i '101' di Prodi», ha detto un esponente della minoranza dem, «ma molti di noi sarebbero pronti a dichiarare il loro dissenso esplicito rispetto a un nome non autorevole».
A far diminuire le resistenze sarebbe invece, ha osservato, una figura «non subalterna al governo». Perciò dalla minoranza viene letto come un segnale positivo inviato all'area del dissenso, il riferimento di Renzi a una figura «garante» e «super partes».
«RIFORME DI PORTATA STORICA». Il cambio al Colle, però, non modifica i programmi del governo: «Nel 2015 porteremo a termine l'iter parlamentare delle riforme costituzionali. È un lavoro di portata storica», ha chiarito il premier.
«Il presidente Napolitano ha spiegato bene come il bicameralismo paritario sia stato il più grande errore della Assemblea costituente. Faremo chiarezza sul ruolo delle regioni, elimineremo gli enti inutili, semplificheremo il processo legislativo. Davvero un grande passo in avanti».
PA: «I BRAVI NON SIANO INFANGATI DAI FURBETTI». Prioritaria anche la riforma della Pa, tornata al centro del dibattito dopo il caso dell'assenteismo dei vigili romani: «Il parlamento dovrà licenziare la legge delega sulla Pa», ha scritto Renzi. «Meno sprechi, tempi certi delle risposte del pubblico, grande investimento nel digitale, semplificazione e efficienza. Perché i tanti bravissimi funzionari pubblici che lavorano con onore hanno il diritto di non essere infangati da furbetti e furbastri».
Poi un'altra promessa: «Chiuderemo già dalle prossime settimane la legge elettorale». A prescindere dal voto per il presidente della Repubblica.

Nella sua lettera Renzi ha indicato mese per mese i temi dell'agenda del governo, da affrontare «velocemente» e «senza paura». E ha chiesto ai Dem di «non mollare di un solo centimetro» nel cambiamento, guardando a quando «tra tre anni» arriverà il momento di andare a votare e farsi giudicare.
DA EXPO A ROMA 2024. «C'è molto da fare», ha spiegato. «A gennaio» il piano per gli investimenti annunciato dal ministro Padoan. «A febbraio la scuola. A marzo il Green act su economia e ambiente. Aprile sarà il mese di cultura e Rai. A maggio riflettori su cibo, agricoltura, turismo, made in Italy: arriva l'Expo. A giugno liberalizzazioni e prima dell'estate il punto sullo sport anche in vista della candidatura per le Olimpiadi del 2024».
E intanto ancora il lavoro, «per una politica industriale degna di questo nome e per norme più semplici», nella convinzione che «diradata l'ideologia» verrà riconosciuto al Jobs act di aver introdotto norme «più giuste».

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