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INTERVISTA 5 Gennaio Gen 2015 0800 05 gennaio 2015

Tiraboschi: «Il Jobs act di Renzi è il nuovo apartheid»

Stesse mansioni. Diverse tutele. Una riforma a doppio regime. Valida soltanto per i neo assunti. Il giuslavorista Tiraboschi: «Mossa di marketing senza futuro».

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Più che una «rivoluzione copernicana», una efficace «operazione di marketing» che non «risponde alla sfida del futuro» e prepara il mercato italiano «ai lavori che verranno», basandosi su un nuovo «apartheid».
Michele Tiraboschi, giuslavorista e direttore del centro studi sul lavoro Adapt-Marco Biagi, è molto critico sui primi decreti attuativi del Jobs act, la riforma che avrebbe dovuto proiettare l'Italia nel mondo della flexsecurity.
E che invece il professore definisce «una mera riscrittura dell'articolo 18» viziata da molti ideologismi.
VECCHIO PROGETTO APPREZZABILE. Anche se - dice Tiraboschi - non è stato solo Renzi ad aver stravolto il pur «apprezzabile» progetto di riforma presentato il 9 gennaio del 2014.
Pure i sindacati hanno le loro responsabilità. Arrivati «impreparati» all'appuntamento, minacciano ora ricorsi alla Consulta sulla presunta incostituzionalità della legge. Rischiando di costruire un «cavallo di Troia e di fornire l'assist perfetto per togliere anche ai vecchi contrattualizzati le tutele dell'articolo 18».

Michele Tiraboschi. © Imagoeconomica


DOMANDA. Il Jobs act non si applica agli statali. Almeno per ora. È giusto che abbiano tutele più forti di chi lavora nel privato?
RISPOSTA. Tutti i commentatori scientifici che hanno studiato il testo senza avere addosso i riflettori dell'opinione pubblica sapevano che non sarebbe stato applicato al pubblico.
D. Perché?
R. C'è un testo di riforma della Pubblica amministrazione in parlamento che tocca il tema del lavoro e che toccherà anche il tema dei licenziamenti. Era scontato che il Jobs act fosse dedicato solo al settore privato. Fermo restando che è necessario individuare un processo di raccordo e di armonizzazione tra le due discipline.
D. La Consulta ha sempre riconosciuto l'ammissibilità del doppio regime.
R. La Corte costituzionale ha sempre ritenuto la diversità di trattamento ragionevole. Anche se è vero che uno degli obiettivi della riforma Renzi era quello di universalizzare le regole del lavoro. E invece resta la separazione tra pubblico e privato.
D. Ma licenziare i dipendenti pubblici fannulloni è davvero impossibile? Non ci sono già le regole dell'ex ministro Renato Brunetta?
R. Il Jobs act si applica solo ai nuovi assunti e siccome nella Pa c'è il blocco delle assunzioni stiamo parlando di discorsi ipotetici. E poi la retorica dei fannulloni serve a riempire pagine di giornali e alimentare polemiche. Su questo Ichino è molto bravo nel volere gettare benzina sul fuoco.
D. Cioè?
R. In seguito alle riforme degli ultimi anni la normativa del lavoro pubblico già consente di cacciare i lavoratori che non sono diligenti, che non adempiono agli obblighi contrattuali o che, peggio, rubano o altro. Un conto però sono le regole e un conto è la volontà politica di farle applicare.
D. Si andrà verso una progressiva estensione delle nuove norme?
R. Il problema vero del Jobs act è proprio il doppio regime. Lavoratori che hanno le stesse mansioni avranno tutele differenti. Questo è l'apartheid.
D. Addirittura?
R. Avremo nuovi assunti con minori tutele. Può piacere o non piacere il Jobs act, ma se fai una riforma e hai il consenso che ha Renzi, vai fino in fondo e applichi le stesse regole a tutti.
D. Mettere mano ai diritti acquisiti non avrebbe scatenato un duro conflitto sociale?
R. Le regole cambiano e quando cambiano devono essere applicate a tutti. Peraltro a Palazzo Chigi dicono che questa norma serve a creare occupazione, non a fomentare licenziamenti.
D. Sul doppio regime vecchi/nuovi assunti vede gli estremi per un ricorso alla Consulta?
R. È possibile che lavoratori non protetti dalle vecchie regole facciano ricorso dicendo «noi non abbiamo le protezioni che hanno dei lavoratori che svolgono il nostro stesso lavoro».
D. È già successo?
R. Sì, per i lavoratori di imprese con meno di 15 dipendenti o per gli apprendisti, non coperti dall' articolo 18.
D. E la giurisprudenza cosa dice a riguardo?
R. La Corte costituzionale ha sempre detto che è compito del legislatore decidere il campo di applicazione delle regole purché ci sia una ragionevolezza.
D. Quindi?
R. Allora dire che il nuovo Jobs act non si applica alle piccole imprese perché sarebbe troppo oneroso è ragionevole. Dire che in un'impresa con mille dipendenti per un certo numero di anni avrà una quota di lavoratori protetti dall'articolo 18 e un'altra no è irragionevole.
D. Perché il ricorso è rischioso?
R. Alimentare un contenzioso davanti alla Corte costituzionale potrebbe fornire un bell'assist a Matteo Renzi per togliere l'articolo 18 anche a chi ce l'ha oggi.
D. In che senso?
R. Se la Consulta dice è incostituzionale avere regimi diversi, il premier potrebbe rispondere decidendo di togliere l'articolo 18 anche a i lavoratori che finora non si è voluto toccare. Mi pare che il sindacato sia con le spalle al muro.
D. Lei ha usato il termine «lingua disonesta» per descrivere la riforma del lavoro. Non è eccessivo?
R. Il progetto politico di Renzi suggestiona molto. La sua idea di modernità e del buttare via i vecchi arnesi ci sta tutta...
D. Ma?
R. Trovo che parlare di un contratto che dà tutele che crescono col tempo quando invece è una semplice riscrittura dell'articolo 18 sia una operazione disonesta. Questo è il vecchio contratto depotenziato dell'articolo 18.
D. Il governo rivendica di aver esteso le tutele, come il diritto alla maternità, a chi prima non ne beneficiava.
R. Al momento ci sono due schemi di decreto e solo uno bollinato dalla Ragioneria, quello del contratto a tutele crescenti.
D. E quello degli ammortizzatori?
R. Manca del bollino perché non ci sono le risorse. Quindi al momento non è stato esteso nulla. I co.co.pro. avevano già da prima, dalla legge Biagi, la maternità. In ogni caso la logica del dire «ti do un piccolo diritto e ti tolgo i diritti più grandi» ha il fiato corto.
D. Da qualche parte però bisognava pur cominciare. O immaginiamo ancora una società fordista fatta di articolo 18 e posto fisso?
R. Basterebbe dire che ci sono meno risorse, che il mondo è cambiato, che i cicli produttivi sono brevi e che si può essere assunti solo per brevi periodi.
D. Invece?
R. Non si è fatto un nuovo contratto a tempo indeterminato, perché questo non lo è. Si tratta di un contratto liberamente rescindibile dietro pagamento di una somma di denaro.
D. Come la definisce?
R. Una bella operazione di marketing. Ma è l'equivalente di un contratto precario.
D. Se un imprenditore può avvalersi di un co.co.pro. perché dovrebbe scegliere il nuovo contratto? Per gli sgravi fiscali?
R. Oggi le imprese possono usare liberamente tirocini da 6 a 12 mesi per 200, 300, 500 euro al mese. Neppure l'incentivo economico della legge di Stabilità sarà così forte e convincente da spingerle ad abbandonare stage spesso fittizi e a passare a contratti stabili.
D. Perché?
R. Le imprese hanno bisogno di altro per assumere e fare scelte proiettate verso il futuro. Vari studi empirici dimostrano che l'incentivo economico infiamma il mercato del lavoro per qualche mese, ma appena finisce le imprese chiudono.
D. Qualche esempio?
R. Basta pensare alla vicenda dei call center, vissuti di incentivi pubblici, regionali, statali e ogni volta chiusi o delocalizzati appena questi terminavano.
D. Il governo ha promesso di legiferare a breve anche sulle politiche attive, il grande assente dei decreti natalizi. In che direzione si dovrebbe andare?
R. Renzi avrebbe dovuto essere più prudente, perché questa operazione «tu lavoratore ti sganci dall'idea del lavoro fisso e io ti do tutele moderne» regge se ci sono ammortizzatori decenti, servizi di formazione di qualità. Questo non c'è. Guardiamo al fallimento di 'Garanzia giovani'.
D. L'innominata.
R. Non riusciamo a usare il miliardo e mezzo di euro che viene dall'Europa per mettere in campo politiche di riqualificazione e formazione per una fascia limitatissima di ragazzi, e all'improvviso togliamo l'articolo 18 e pensiamo di essere pronti a fare queste politiche per tutto il mercato del lavoro?
D. Un controsenso.
R. È questo che lascia perplessi. Renzi sarebbe stato molto più forte e autorevole se avesse fatto funzionare garanzia Giovani a dimostrazione che il mondo è davvero cambiato.
D. Non c'è proprio nulla che la convince di questo Jobs act?
R. Renzi aveva fatto un ottimo progetto di riforma il 9 gennaio 2014, in cui parlava di riscrivere il sistema Italia, di fare i piani industriali per i settori produttivi trainanti, e da ultimo le regole.
D. E poi cos'è accaduto?
R. Invece siamo partiti dalla regole senza aver messo in campo interventi di sistema che aiutino le regole a funzionare.
D. I sindacati hanno contribuito a migliorare o peggiorare la legge?
R. A me non convince né la posizione del sindacato che dice no né il Jobs act. Perché stiamo discutendo un tema del passato.
D. Quale?
R. Il licenziamento è l'espressione massima del potere organizzativo e gestionale del “padrone”, e il mercato del lavoro del futuro non è questo.
D. E cos'è?
R. È un mercato che richiede partecipazione, condivisione del lavoro, dei rischi, dei risultati, che richiede modi di lavorare diversi. Le categorie storiche della subordinazione e dell'autonomia sono superate.
D. Cosa fare dunque?
R. Andrebbe riscritto il sistema di welfare puntandolo sulla persona e non sul contratto, autonomo o subordinato che sia. Ma c'è arretratezza culturale e storica in questo dibattito sul lavoro. Il Jobs act non risponde alla sfida del futuro.
D. In America invece ha funzionato.
R. Ma Obama nel 2011 non parlava assolutamente di leggi e regole. Diceva di ripensare l'infrastruttura logistica e tecnologica del Paese. Di rifare gli aeroporti, le ferrovie, le scuole, la banda larga. Di puntare sui lavori digitali.

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