Premier Matteo Renzi 141218165028
MAMBO 8 Gennaio Gen 2015 1716 08 gennaio 2015

Charlie Hedbo, se la nostra politica litiga anche davanti alle stragi

Invece di unire il Paese, la classe dirigente tace o si perde in inutili risse.

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Il premier Matteo Renzi.

Confesso di provare una sensazione di noia, con una punta di disgusto, per quel dibattito che si è aperto immediatamente dopo l’attentato a Charlie Hebdo che ha visto contrapposti coloro che chiamano alla soluzione finale contro l’islamismo e quelli che temono esclusivamente l’islamofobia.
Sono temi giganteschi e terribili che però, vorrei sbagliarmi, sono affrontati in una chiave rozzamente nazionale e persino elettorale.
UN CONFLITTO STERILE. È l’eterno confronto fra destra radicale e sinistra pacifista, con scambi di accuse esagerate e inverosimili. Anche in questo caso voglio tenermi fuori. Si facciano loro la guerra di parole che vogliono, mi limito a osservarli e a cogliere, in questo scambio di furibonde battute, un esempio di miserabilismus nostrano.
Il tema che invece vorrei porre al centro dell’attenzione o, più modestamente, che vorrei sollevare, è diversamente intrecciato alla terribile vicenda dei nostri colleghi parigini e alle conseguenze italiane.
Sono molto colpito dal fatto che nessun uomo politico di primo piano stabilisca un nesso fra il salto di qualità del terrorismo islamico in Europa e la minaccia che sentiamo pendere sull’Italia e su Roma, insieme alla necessità che la politica dia un vero colpo di reni.
Lo spettacolo è francamente sconcertante. Viviano in un’epoca e in un pezzo di mondo che sta attraversando quella guerra mondiale a pezzi di cui ci ha parlato papa Francesco.
I nostri territori non sono zone franche. La minaccia non riguarda solo obiettivi sensibili o aree militari. Il nuovo terrorismo, fatto anche di lupi solitari e di cellule che agiscono autonomamente, può scegliere di seminare panico, con gesti sanguinosi ed esemplari, colpendo qualunque cittadino o gruppi di cittadini.
SIAMO TUTTI POTENZIALI VITTIME. Le vittime potenzialmente sono tutte in strada, note o sconosciute. L’obiettivo di questa guerra terroristica è seminare terrore puro, creare panico, sollecitare rivalsa verso i musulmani integrati e quindi ottenere la loro rivalsa e la loro contrapposizione alle comunità in cui vivono.
È un progetto globale, realizzato con spirito di disciplina, larghezza di mezzi e di armi, con uomini e donne addestrati, con zone di comando lontane e con cellule esecutive in grado di muoversi da sole o con pochi supporti.
In questo quadro le comunità nazionali dovrebbero fare due cose: la prima è tendere a unire le forze democratiche più realistiche e moderate, la seconda costruire un tessuto fra politica-istituzioni e Stato che costituisca una vera barriera di contrasto.
IL PREMIER SMETTA DI GIOCARE A POKER. Il terrorismo storico lo abbiamo battuto perché c’erano - si rassegni Renzi - i corpi intermedi, pezzi di istituzioni che funzionavano al cospetto di altri che tradivano, settori della politica dotati di grande prestigio, partiti forti e radicati.
Non c’era questo clima dissacrato e dissacrante che esiste ora.
È una osservazione che consegno innanzitutto al premier che, essendo l’uomo politico più importate del Paese, deve farsi carico di questo problema. E deve farsene carico soprattutto di fronte alla scadenza della elezione del nuovo capo dello Stato, che andrebbe affrontata non come una partita di poker ma con un atteggiamento di apertura e lungimirante.
Se si preferisce vedere, invece, chi ce l’ha più lungo, allora vuol dire che abbiamo una classe dirigente troppo al di sotto dell’epoca storica.

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