Arabia Saudita 130530123808
ANALISI 8 Gennaio Gen 2015 0538 08 gennaio 2015

L'Arabia saudita? Una potenza, con o senza re Abdallah

Il monarca non sta bene e c'è chi dipinge scenari rovinosi per Riad. Ma il potere è già stato redistribuito. E gli effetti si vedono.

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Il re Abdallah bin Abdulaziz Al-Saud.

Le condizioni di stabilità sancite dall’ultimo bollettino medico sulla salute del re saudita Abdallah non sono valse a togliere le cancellerie del mondo interno dal pre-allarme in cui sono entrate a fine anno alla notizia del suo ricovero per un’infezione polmonare.
Comprensibilmente, data la già malferma salute dell’ultra 90enne sovrano e l’importanza geopolitica del suo Paese, ma non al punto da legittimare le Cassandre da sempre vaticinanti potenziali scenari rovinosi per quella casa reale.
PIÙ RAMMARICO CHE PREOCCUPAZIONE. In patria, dove è amato e in ogni caso rispettato, la notizia è stata accolta con sincero rammarico: per la sua capacità di rappresentare gli aspetti più profondi dell’identità nazionale e di rispondere alle sollecitazioni del processo di modernizzazione del Paese con una misura e intensità che facciamo fatica ad apprezzare, ma che laggiù trovano ampio riscontro positivo.
Il rammarico supera le preoccupazioni per la successione, come nel mondo arabo e in quello islamico sunnita, dove la mano benedicente di questo custode dei Luoghi santi di Mecca e Medina si è stesa con la generosità dei suoi petrodollari e del suo fondamentalismo wahhabita, anche là dove è discusso.
VERSO UNA FORMA DI POTERE COLLEGIALE. Nel mondo occidentale si segue la vicenda con grande attenzione ma sembra prevalente la consapevolezza dei passaggi successori già previsti: con la designazione a principe ereditario di Salmān bin Abd al-Azīz nel 2012 e poi, atteso anche il suo stato di salute (affetto da demenza senile?) con la nomina a vice primo ministro (secondo in linea successoria) del 70enne fratellastro Muqrin bin Abdulaziz nel 2013.
Consapevolezza rafforzata dal fatto che questi passaggi si iscrivono in una dinamica di ripartizione dei ruoli di potere nella governance del Paese, in senso verticale e orizzontale, saldamente collaudati, non solo tra i numerosissimi membri della real casa ma anche tra questi e la crescente area “laica” della popolazione.
E che tale dinamica si sta rafforzando in direzione di un contemperamento del potere assoluto del sovrano in crescenti formule di collegialità nel processo decisionale e di una lenta limatura del potere della famiglia religiosa rispetto a quello della sfera politico-istituzionale.
UN PROCESSO CHE NON VA SOTTOVALUTATO. Intendiamoci, si tratta di linee di tendenza che procedono con una gradualità tanto più lontana dai nostri tempi e ritmi quanto più risultano coperti dal velo di opacità che caratterizza il sistema di governo saudita, già di per sé gravato da un autoritarismo per noi fuori epoca.
Ma sarebbe erroneo sottovalutarle, sia nella cornice interna, dove le mediazioni risultano comprensibilmente più ardue, principalmente per problemi di compatibilità socio-religiosa e/o politica, come in materia di diritto di famiglia e di rappresentanza politica e tribale, sia nell’ambito della politica estera, scossa dalla sfida percuotente delle primavere arabe.
Sfuggirebbe infatti l’emergente risultato di una conduzione del Paese già da tempo entrata in una sorta di transizione nella quale il ruolo del re Abdallah, pur sempre rilevante, risulta inserito in un processo decisionale più ampio e quasi successorio. Con interessanti e innovativi risvolti sotto il profilo della sua assertività e vocalità.

Arabia saudita protagonista in terra asiatica

Hassan Rohani incontra il presidente russo Vladimir Putin.

La politica estera rappresenta uno scenario privilegiato al riguardo se solo si pensa al punto di svolta marcato dai due clamorosi gesti compiuti da Riad nel settembre del 2013 allorchè il ministro degli Esteri rinunciò a pronunciare il suo discorso in Assemblea generale e soprattutto a occupare il posto biennale di membro non permanente del Consiglio di sicurezza dell'Onu per protestare contro la sua colpevole inazione di fronte alla tragedia siriana.
Pensiamo al forte allarme dato tra la fine del 2013 e l'inizio del 2014 e ai conseguenti provvedimenti assunti per contrastare l’incombente minaccia dello Stato islamico e la sua forza d’attrazione sul piano esterno (combattenti stranieri e adesioni dall’universo estremista sunnita) che il mondo occidentale ha di fatto ignorato per diversi mesi.
RIAD ALLARGA IL RAGGIO D'INFLUENZA. Pensiamo alle azioni diplomatiche enfaticamente pubblicizzate per segnare la determinazione saudita di allargare l’orizzonte delle sue relazioni strategiche, ad esempio in terra asiatica, rispetto al tradizionale ma meno immutabile asse portante dell'alleanza con gli Stati Uniti.
Pensiamo alle diversificate risposte che Riad ha dato e sta dando alla caleidoscopica politica iraniana, oscillante tra i colori luminosi del dialogo internazionale professati dal presidente Rohani, quelli ben più incerti del negoziato sul nucleare, a quelli foschi del sostegno anche militare (via Hezbollah libanese) al regime criminale di Bashar al Assad e del contributo dato al successo degli Houtis in Yemen con potenziali seri rischi geopolitici per l'Arabia.
Ovvero alla capacità di ricucitura dei rapporti tra il Qatar e gli altri membri del Consiglio di cooperazione del Golfo sulla cui base il 2014 si è chiuso con la comune determinazione a combattere contro lo Stato islamico e a formare sia una sorta di Interpol regionale (Abu Dhabi) che una forza navale congiunta (Bahrain) con la prospettiva di un futuro comando militare, parimenti congiunto.
UN SEGNALE A MOSCA E TEHERAN. In questi casi, citati come esempio, il ruolo del re Abdallah è stato cruciale, certamente, ma si è sviluppato all’interno di una forte coesione della dirigenza di vertice del Paese che va colta. Coesione che ha avuto la sua ultima, significativa affermazione nella decisione di non sostenere il prezzo del greggio attraverso una riduzione della produzione di petrolio e soprattutto di portarvici l’intera Opec.
Nel calcolo operato da Riad è stata preminente la volontà di non perdere quote di mercato - in quell’ottica l'Arabia aveva proposto, e Mosca rifiutato, una riduzione concordata - nella consapevolezza di potersi permettere per qualche tempo anche un drastico ridimensionamento della rendita del suo oro nero. Ma non si può neppure escludere l’intento di dare un inequivoco segnale, economico e politico, a concorrenti e antagonisti. Tra questi figurano Mosca e soprattutto Teheran con cui Riad ha un pesante conto aperto.
Penso che re Abdallah vorrebbe vederne il seguito in termini di riequilibrio dei rispettivi posizionamenti, almeno a livello regionale, ma solo il futuro ci dirà se potrà soddisfare questo suo presunto e quanto mai legittimo desiderio. Riad è comunque pronta a scriverlo.

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