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ESTREMISMO 8 Gennaio Gen 2015 1715 08 gennaio 2015

Yemen, al Qaeda e l'escalation del terrorismo

Attentati a catena come in Iraq e in Siria. I seguaci di bin Laden tornano a colpire. E cresce la paura di nuovi attacchi in Occidente. Come quello in Francia.

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Nel giorno nero per l’Europa della strage barbara alla redazione di Charlie Hebdo, almeno 36 persone sono morte e altre decine sono rimaste ferite in Yemen, per un’autobomba esplosa contro un’accademia militare, vicino al palazzo del ministero della Difesa.
Non è una notizia secondaria per l’allarme internazionale sul terrorismo islamico, che ormai, attraverso i cosiddetti «lupi solitari», dal Canada all’Australia fin nel cuore del Vecchio Continente, organizza attentati a catena.
TERRORE SALAFITA. Dalla proclamazione dello Stato islamico in Iraq e Siria (Isis), con il conseguente intervento internazionale, è in atto una drammatica ripresa degli attacchi fondamentalisti in Medio Oriente e in Occidente.
Lo Yemen di al Qaeda nella Penisola araba (Aqap) è uno dei teatri privilegiati di questa recrudescenza per due ragioni centrali nella storia dell’Islam nell’ultimo secolo: la guerra fratricida tra sunniti e sciiti e la proliferazione, nel ramo sunnita, dei radicali salafiti.
SCONTRI IN SIRIA E IRAQ. In Siria i jihadisti dell’Isis sono in guerra con i qaedisti di al Nusra e, anche in Iraq, il leader Abu Bakr al Baghdadi ha alle spalle un rapporto tormentato con la rete originaria del terrore.
Ma l’erede di Abu Musab al Zarqawi è partito dalla casa comune di al Qaeda in Iraq. E molti foreign fighters di gruppi qaedisti sono migrati - e migrano tuttora - nello Stato islamico.
In Siria, oltre all’Isis, gli Usa hanno bombardato le basi dei fondamentalisti salafiti dei Khorasan, affiliati ad al Qaeda, e continuano a inviare droni in Yemen. Dove con la presa da parte degli huoti, a settembre 2014, della capitale Sanaa, è in atto una guerra ormai frontale tra sunniti fondamentalisti di al Qaeda e sciiti filoiraniani.

In Yemen sciiti contro sunniti e al Qaeda affossa i Fratelli musulmani

In Yemen la proxy war, guerra per procura, esplosa di riflesso con la Primavera araba, vede avanzare i ribelli finanziati dalla Repubblica islamica anziché la Fratellanza musulmana.
Alla marcia sciita verso il Sud, nel Paese primo per detenuti di Guantanamo, l’Islam sunnita risponde con gli attacchi terroristici della sua ala più estremista e violenta, l’unica in grado di contrastare, sul terreno, il passaggio del potere al ramo rivale dopo la caduta il trentennale regime di Saleh.
L’alternativa è un governo inconsistente di unità nazionale alla libanese che, nonostante i ripetuti tentativi, non tiene, esponendo il Paese agli attacchi a catena.
MAXI ATTENTATI A CATENA. Prima della strage del 7 gennaio - all’alba un kamikaze si è fatto esplodere su un minibus carico di tritolo uccidendo i cadetti della polizia, persone in fila al ministero e passanti - il 4 gennaio a Dhamar, nel Sud del Paese, c’era stato un altro attentato. E il 1 gennaio, a Ibb, un nuovo attacco anti-houti aveva fatto 49 morti.
Accolti come gli attori del cambiamento, gli houti al Nord e nella capitale hanno incontrato il consenso della maggioranza della popolazione, per un terzo sciita. Ma una radicalizzazione dello scontro era più che prevedibile, nello Stato cortile di casa dei sauditi.
REPRESSIONE MILITARE. Screditato dalla corruzione e incapace di governare, il partito dei Fratelli musulmani (Islah) non poteva ricompattare il fronte anti-sciita dei delusi che, in un percorso non diverso dall’Iraq post Saddam Hussein, ha finito per allargare le file di al Qaeda.
Dal maxi attentato del 9 ottobre 2014 - almeno 47 morti in piazza a Sanaa, durante un raduno dei ribelli - lo Yemen non trova pace. Mentre, in Egitto come il Libia, la deriva estremista prende sempre più piede tra i sunniti marginalizzati dalla repressione dei militari.

Governo ad interim inconsistente. Lo Yemen come la Libia

Il kamikaze che nell’autunno 2014 si fece saltare in aria tra i manifestanti uccise anche diversi bambini, immortalati dalle macchine dei fotografi.
E, a dicembre, nel giorno della strage talebana della scuola di Peshawar, in Pakistan (148 morti, tra i quali 132 minori), in Yemen un’autobomba a un check point contro uno scuolabus aveva ucciso 15 bambini: a essere incolpati sono stati i militanti sunniti di Aqap. Come per il massacro nella redazione satirica parigina, è una coincidenza significativa.
7 MILA MORTI NEL 2014. Formalmente, Aqap non ha rivendicato la strage del 9 ottobre, né gli attentati di gennaio, compiuti nello stile e contro i tradizionali obiettivi della rete terroristica. Tra i luoghi attaccati recentemente c’è stata anche la residenza dell’ambasciatore iraniano a Sanaa, dove hanno perso la vita due persone.
Secondo le stime ufficiali, nel 2014 in Yemen ci sono stati 7 mila uccisi in scontri e attentati, 1.200 dei quali civili. Con l'aumentare di attentati, nel 2015 il bilancio non potrà che aggravarsi. Come Baghdad, la capitale, dove a parole i ribelli houti avrebbero dovuto ritirarsi dopo la nomina dell’ennesimo premier ad interim, è devastata dalle esplosioni.
SITUAZIONE CATASTROFICA. I soccorritori che hanno raccolto le ultime vittime in strada vicino al ministero e alla Banca centrale, parlano ormai di una «situazione catastrofica».
Per gli Stati Uniti, l’Aqap è il ramo più pericoloso di al Qaeda, in grado, come Khorasan, di organizzare attentati anche in Usa, come l’Isis in Francia. D'altra parte al Qaeda e Stato islamico sono due facce della stessa medaglia.
Un bubbone riesploso e incontrollabile, nonostante i 10 anni di cosiddetta «guerra al terrore» degli Usa.

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