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TERRORISMO 12 Gennaio Gen 2015 1915 12 gennaio 2015

Papa Francesco nelle Filippine, missione blindata

L'allarme Cia sul Vaticano. Gli attacchi ai predecessori. Le cellule Isis nel Paese. Manila attende Bergoglio: 40 mila uomini in campo. Bagno di folla in Sri Lanka.

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Per l’intelligence italiana il Vaticano è un «possibile obiettivo», stando alle informative dei servizi stranieri. Ma senza «segnali concreti» di un imminente attentato dell’Isis alla Santa sede né a papa Francesco nei suoi spostamenti.
La sorveglianza è comunque «potenziata». E qualche preoccupazione, dopo i 20 morti negli attacchi terroristici a Parigi, il capo delle forze armate delle Filippine, generale Gregorio Pio Catapang, ce l’ha, soprattutto per la solita e irrevocabile decisione del pontefice di non viaggiare su un mezzo blindato. Ma senza protezione, a contatto con la gente.
IL PAPA IN SRI LANKA E FILIPPINE. Nelle isole del Pacifico che sono anche il più grande Paese cattolico dell’Asia (l’80% della popolazione), Francesco è atteso dal 15 al 19 gennaio, dopo una tappa in Sri Lanka.
Un fiume umano di 6 milioni di fedeli è pronto ad accogliere il papa «venuto dalla fine del mondo» alla messa all’aperto del 18 gennaio a Manila, capitale con due precedenti, nel 1970 e nel 1995, di attentati falliti ai pontefici.
E di uno Stato che, nel Sud, ospita una cellula di estremisti armati, prima affiliati ad Al Qaeda, poi allo Stato islamico di Iraq e Siria (Isis).
IN 200 TRA LE FILA DELL'ISIS. Tra i 100 e i 200 combattenti islamici, secondo le denunce dell’ex presidente filippino Fidel Ramos e di alcuni media, sarebbero andati in Medio Oriente per unirsi ai jihadisti dell’Isis.
E all’indomani dell’allarme, lanciato dai media israeliani, sulla presunta segnalazione della Cia a Roma sul «Vaticano, primo Bersaglio nella lista dell’Isis», Catapang descrive la visita di Francesco nelle Filippine come una «sfida per la sicurezza».

No-fly zone e 40 mila uomini per proteggere Francesco

Fino a 40 mila uomini, riporta da Hong Kong il South China Morning Post, sono stati schierati dai vertici miliari per proteggere il papa nella sua seconda visita apostolica, in sei mesi, in Asia: «La più grande operazione di sicurezza del Paese» per il governo di Manila.
Le forze in campo includono 37 mila unità aggiuntive, tra i 7 mila soldati e le decine di migliaia tra poliziotti e riservisti, «in pieno stato di allerta», al fianco delle guardie svizzere al seguito di Francesco.
Per l’arrivo del pontefice, diversi voli aerei sono stati cancellati e nel Paese scatterà anche una no-fly zone. A Manila, dove la ressa sarà maggiore, sono stati proclamati cinque giorni di vacanza.
BARRICATE LUNGO IL PERCORSO. Nelle zone più sensibili del percorso, la polizia ha eretto barricate per impedire che la massa si avvicini troppo al pontefice, come accade invece nei minuti di suspense, durante il corteo a Rio de Janeiro, in Brasile, per la visita apostolica. Per i fedeli vige il divieto di portare con loro borse e ombrelli. Persino i droni con le telecamere, per le riprese dall’alto, sono stati proibiti.
Sulle autorità filippine pesa il ricordo degli attacchi passati ai pontefici nel Paese. Atterrato a Manila, il 27 novembre di ormai 45 anni fa, Paolo VI si vide venire incontro nell’aeroporto uno squilibrato travestito da prete, il pittore boliviano Benjamin Mendoza, che scagliò contro di lui un pugnale, all’altezza della gola.
GLI ATTENTATI A PAOLO VI E WOJTYLA. Fortunatamente papa Giovanni Battista Montini rimase ferito solo leggermente, grazie alla sua entourage che lo scudò con prontezza.
Meno nota delle pallottole di Ali Ağca è rimasta, nell’opinione pubblica, anche la bomba esplosa tra le mani degli attentatori, sempre a Manila, il 5 gennaio 1995, una settimana prima della seconda visita di Giovanni Paolo II. Eppure l’attacco di 20 anni fa al papa polacco, più che mai dopo il massacro nella redazione parigina Charlie Hebdo, dovrebbe essere tenuto bene a mente dai servizi segreti di tutto il mondo.

La mano di Yusuf, pianificatore delle bombe al Wtc

Lì per lì, l’incendio sembrò un banale incidente di delinquenti comuni che maneggiano esplosivi.
Ma durante le perquisizioni del loro appartamento, a due passi dall'ambasciata vaticana, saltarono fuori finti abiti da sacerdote, timer e mappe con l’itinerario di Karol Wojtyla nella capitale filippina.
La polizia comunicò poi l’arresto di due pachistani e un marocchino, sospettati di voler attentare alla vita del papa, insieme con un gruppo di terroristi entrati nel Paese.
Mandante della spedizione fu, secondo le informazione passate dagli Usa a Manila, il terrorista kuwaitiano di al Qaeda, Ramzi Aḥmad Yusuf, tra i pianificatori delle bombe al World Trade Center del 1993 e della mancata strage, un anno dopo, sul volo della Philippine Airlines 434. Nipote, inoltre, di Khalid Shaykh Muhammad, il progettista degli attacchi dell'11 settembre 2001 nel campo di Guantánamo, a Cuba.
LA MINACCIA SI È PROPAGATA. Quattro lustri, due pontefici e svariate guerre dopo, la minaccia del terrorismo islamico non è stata sconfitta. Anzi si è propagata, al Qaeda ha generato l’Isis e la messa di Francesco nella capitale sarà la più sorvegliata, oltre che la più affollata, della storia della Chiesa: un nuovo record sulle adunate per Wojtyla.
Nel 2014, in alcuni video i Combattenti islamici per la libertà di Bangsamoro (Biff) e i separatisti di Abu Sayyaf (quest’ultimi affiliati di al Qaeda nel Sud-Est asiatico) hanno giurato fedeltà all’Isis, riportando alta la tensione tra i gruppi armati filippini e il governo centrale.
«Nessun nemico dello Stato potrà sfruttare questo evento», ha assicurato il generale Catapang. Come l’intelligence italiana, le vecchie guardie dell’esercito filippino che hanno combattuto una vita contro i ribelli musulmani negano «minacce serie e specifiche», rilevate contro il pontefice.
PAPA: «ISIS RIFIUTO DI DIO». Ma, per il Philippine Institute for Peace, Violence e Terrorism (Pipvtr), queste esistono e sono «emanate da vari gruppi violenti ed estremisti». A settembre, in occasione della visita di Francesco in Albania, anche l’ambasciatore iracheno in Vaticano, Habeeb al Sadr, giudicò «credibili» i report di un piano dell’Isis di uccidere il papa «in uno dei suoi viaggi all’estero o addirittura a Roma».
A Tirana tutto filò liscio. Ma da allora Francesco non ha risparmiato durissime condanne all’Isis, continuando a chiamare i governi «a reagire all’ingiusta aggressione, nel quadro del diritto internazionale». «Il fondamentalismo religioso è, prima di tutto, il rifiuto di Dio», ha chiosato il papa in memoria dei morti in Francia, alla volta dello Sri Lanka.

Twitter @BarbaraCiolli

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