AGENDA POLITICA 13 Gennaio Gen 2015 1000 13 gennaio 2015

Renzi, le sei piaghe che il suo governo deve curare

Bagarre costituzionale. Stallo Italicum. Dopo Napolitano. Elezioni anticipate. Salva Silvio. Semestre Ue in bianco e nero. Le criticità che zavorrano il premier.

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Matteo Renzi.

Tra polemiche, sviste e risultati da portare a casa a tutti i costi, il 2015 non è iniziato nel migliore dei modi per Matteo Renzi, che il 12 gennaio ha fatto il punto sui sei mesi a guida italiana del Consiglio Ue.
Della gabbia di riforme che il presidente del Consiglio si è costruito con le sue mani, e della quale ora è prigioniero, è stata scritta praticamente ogni cosa.
Soprattutto delle difficoltà legate all’approvazione della legge elettorale e alla seconda lettura del provvedimento che cancella il bicameralismo perfetto.
SONDAGGI IN CALO. Come se non bastasse, i sondaggi hanno iniziato la parabola discendente, proprio mentre gli interrogativi si accumulano sul futuro delle istituzioni, a partire dalla elezione del prossimo presidente della Repubblica fino al balletto sulle possibili elezioni anticipate della primavera 2015.
Diversi sono i punti cruciali che deve toccare l’azione di governo. Con tante criticità cui il giovane premier sarà chiamato a dare risposte importanti in tempi ristretti.

1. Riforma costituzionale: bagarre sul patto del Nazareno

Maurizio Bianconi.

Innanzitutto la riforma della Costituzione, sulla quale non sono mancate le polemiche sin dalle prime battute del 2015 parlamentare.
Lunedì 12 gennaio la giunta per il Regolamento di Montecitorio ha deciso di concedere il voto segreto sugli emendamenti che riguardano principi e diritti di libertà previsti dagli articoli 6, da 13 a 22 e da 24 a 27 della Carta, come indicato dall'articolo 49 del regolamento della Camera.
Ma ha rifiutato la possibilità per quelli che riguardano i principi in materia di legge elettorale, scatenando le ire di Movimento 5 stelle, Sinistra ecologia e libertà e Lega Nord che avevano presentato le due domande alla presidenza della Camera.
BIANCONI (FI): «NON NASCONDIAMOCI». Tra i commenti più duri c’è stato quello del deputato pentastellato Danilo Toninelli, secondo cui con il voto segreto «sarebbe saltato il patto del Nazareno».
Che fa il paio incredibilmente con quello del collega di Forza Italia, Maurizio Bianconi: «Non nascondiamoci dietro a un dito, esiste il patto del Nazareno, lo hanno salvato».

2. Legge elettorale: incognita sull'entrata in vigore

Il ministro delle Riforme, Maria Elena Boschi.

Di sicuro i toni alti non sono segnali incoraggianti in vista di un altro importante appuntamento per il Partito democratico e la maggioranza: quello sulla legge elettorale.
L’Italicum deve passare sotto le forche caudine del Senato, dove subirà l’ennesima modifica dalla sua sottoscrizione.
PREMIO ALLA LISTA. In questa nuova versione, che nei piani di Renzi dovrebbe essere approvata entro fine gennaio, ci saranno i capilista bloccati e l’alternanza di genere con preferenza dal secondo posto, le soglie più basse (sia per chi corre da solo, sia per chi si apparenta in coalizioni), il ballottaggio per chi non raggiunge il 40% al primo turno e soprattutto il premio di maggioranza assegnato alla lista e non più alla coalizione.
Quello che non è stato ancora chiarito dal governo è se ci sarà o meno una data di entrata in vigore diversa dal 2015: l’ipotesi era quella di indicare il 2016, ma per ora non c’è nessun accordo chiuso in tal senso.
IL COLLE COME FRENO. Ciò mette dunque a rischio slittamento i tempi per l’approvazione da parte dell’assemblea di Palazzo Madama, che può giocare la carta del Colle per rallentare la corsa di Renzi.

3. Dopo Napolitano: si punta forte su Roberta Pinotti

Il ministro della Difesa Roberta Pinotti accanto al premier Renzi.

Il vero bivio per il futuro dell’esecutivo è proprio l’elezione del nuovo presidente della Repubblica.
Giorgio Napolitano è pronto a rassegnare le dimissioni, da formalizzare mercoledì 14 o giovedì 15 gennaio, subito dopo che il premier avrà chiuso ufficialmente il semestre di presidenza italiana del Consiglio europeo.
Martedì 13 il saluto al corpo dei corazzieri nella caserma Negri di SanFront: l'ultimo atto di Napolitano come inquilino del Colle.
Una volta uscito dal Quirinale l’ex “migliorista”, si apriranno le danze per la scelta del successore.
PRODI RESTA IN CORSA. Dopo l’esclusione per cause di forza maggiore di Emma Bonino (l’ex ministro ha annunciato di avere un cancro ai polmoni), e i 'no grazie' di Mario Draghi e Franco Marini, la rosa si è ristretta a 2-3 nomi, tra i quali, bisbigliano in transatlantico, Romano Prodi, Franco Bassanini e soprattutto Roberta Pinotti.
L’attuale ministro della Difesa, infatti, avrebbe tutte le caratteristiche desiderate da Renzi e i suoi (anche Silvio Berlusconi e Angelino Alfano non si opporrebbero alla scelta) per ricoprire un incarico delicato e difficile come quello di presidente della Repubblica. E non avrebbe alcun pregiudizio a sciogliere le Camere e mandare il Paese al voto, qualora il cammino delle riforme governative si complicasse in parlamento.

4. Elezioni anticipate: una exit strategy renziana

L'Aula di Montecitorio.

Non è più impronunciabile, ormai, la parola elezioni tra i deputati Pd che affollano i divanetti della Camera, nelle pause dei lavori.
VIA DALLA PALUDE ROMANA. Anzi, le urne rappresenterebbero una possibile soluzione, quasi una exit strategy, se la cosiddetta “palude romana” provasse a inghiottire il rottamatore.
Che comunque ci sta mettendo anche del suo per complicarsi la vita.

5. Salva Silvio: un boomerang non dimenticato

Silvio Berlusconi.

L’eco delle polemiche per la norma ribattezzata “Salva Silvio”, inserita nella delega fiscale, poi ritirata dal governo, è stata soffocata dal dolore e la rabbia per la strage del terrorismo islamico in Francia.
FIDUCIA CROLLATA. Ma il nodo di come cancellare un passaggio che ha rischiato di far crollare la fiducia nel giovane leader dem è ancora tutto da sciogliere.

6. Il semestre europeo: pochi risultati e tante perplessità

Il premier Matteo Renzi a Bruxelles per il Consiglio europeo.

Resta abbastanza scarno il file Excel dei risultati ottenuti dall’Italia durante l’ultimo semestre di presidenza del Consiglio europeo.
Per alcuni osservatori Renzi ha perso l’occasione di mettere a segno dei colpi importanti per guadagnare credibilità internazionale, altri (l’opposizione più dura, ovviamente) invece hanno colto la palla al balzo per sottolineare l’inconsistenza del capo del governo fuori dai confini patri.
RAPPORTI RAFFORZATI? I fedelissimi del premier, però, vedono il bicchiere mezzo pieno e anzi sostengono che questi mesi sono stati messi a frutto per stabilire rapporti di forza con tutte le cancellerie e i governi europei, oltre che con quelli di quasi tutto l’Occidente e non solo.
In termini di risultati concreti, però, l’Italia effettivamente porta a casa pochino, se non lo sdoganamento della parola “crescita” associata al “rigore”.
Non è tanto, di sicuro non risolve i problemi del nostro Paese e del Vecchio continente. È un inizio, ma la partita è ancora tutta da giocare.

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