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INTERVISTA 14 Gennaio Gen 2015 1601 14 gennaio 2015

Augusto Barbera: il prossimo presidente sia un notaio

Un presidente «costretto a essere forte perché partiti e i governi erano deboli». Ma sempre rispettando la Carta. Il giudizio di Barbera sui 9 anni di Napolitano.

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Come Napolitano nessuno mai. Nessuno aveva passato nove anni al Colle. Nessuno aveva nominato due governi fuori dalle indicazioni dei partiti. Nessuno ha così tante volte spronato il parlamento all'agenda delle riforme costituzionali.
Re Giorgio lo hanno chiamato. In quell'appellativo stanno la stima e la critica per aver svolto un ruolo di guida politica nel mezzo della crisi, di custode della stabilità e dello schema delle larghe intese. E per le tante scelte prese stando sempre in prima linea.
UN MANDATO ECCEZIONALE. Il primo presidente ex comunista salito al Quirinale ha sicuramente interpretato il ruolo di capo dello Stato in maniera 'eccezionale'. Ma mentre per molti ha travalicato i limiti della Costituzione, per Augusto Barbera, professore emerito di Diritto costituzionale all'Università di Bologna e già ministro dei Rapporti con il parlamento sotto il governo Ciampi, ha semplicemente mostrato la flessibilità dell'equilibrio tra i tre poteri dello Stato.
L'ESPANSIONE DEL COLLE. «Nella normalità», spiega il costituzionalista, «il presidente della Repubblica si comporta come la regina d'Inghilterra, ma Napolitano ha dovuto intraprendere una via politicamente più attiva nella nomina dei presidenti del Consiglio, nell'intervento nelle dinamiche politiche, nell'insistenza sulle riforme costituzionali, in tutte le sue esternazioni sulla pacificazione, nel tentativo di unità nazionale: problemi che altri presidenti non hanno avuto. Ma in questo ha rispettato perfettamente la Carta del '48. Che è stata pensata intelligentemente come una fisarmonica: un triangolo con ai tre vertici il parlamento, il governo e il presidente: quando uno è debole l'altro si espande».

Il costituzionalista Augusto Barbera (Imagoeconomica).

DOMANDA In molti hanno accusato Napolitano di essere andato oltre i limiti del suo mandato, inaugurando un presidenzialismo di fatto: cosa ne pensa?
RISPOSTA. Che non è possibile condividere questa opinione perché le variabili politico-parlamentari della sua presidenza sono state determinanti.
D. Si spieghi meglio.
R. Come gli angoli di un triangolo, il ruolo del capo dello Stato si allarga e si restringe in ragione del comportamento degli altri due poteri costituzionali, il parlamento e il governo.
D. Quindi la responsabilità dell'espansione del potere del presidente della Repubblica è di altri?
R. Esatto. Viene soprattutto dalla debolezza del sistema partitico. Napolitano ha dovuto ricorrere a governi tecnici. Ma lo fece anche Luigi Einaudi nel 1953 con Giuseppe Pella. E Sandro Pertini scelse autonomamente Giovanni Spadolini. E altrettanto fece Oscar Luigi Scalfaro con Carlo Azelio Ciampi.
D. Napolitano però lo ha fatto più di ogni altro.
R.
Questo è avvenuto perché il partito di maggioranza relativa non era mai in grado di trovare un premier che potesse essere votato.
D. Dopo le ultime elezioni c'è stato l'incarico esplorativo a Pier Luigi Bersani e poi alla fine, anche per intervento di Napolitano, la formazione del governo di Enrico Letta...
R. La verità è che i poteri, in ordine alla scelta dell’incaricato e alla libertà d’azione di quest’ultimo, sono tutt'ora incerti. Per questo è nato il pre-incarico, che però ha creato problemi. Queste incertezze e le turbolenze dei partiti hanno portato a una progressiva crescita di influenza del capo dello Stato sugli equilibri di governo.
D. Molti avrebbero preferito il ricorso alle elezioni anticipate.
R. Per anni lo scioglimento delle Camere è dipeso da una pratica consociativa: lo scioglimento avveniva solo con l'accordo tra i maggiori partiti.
D. E come funzionava?
R. Era una sorta di 'autoscioglimento', che dava ai partiti poteri di veto. Con Ciampi e con Napolitano, si è affermata la prassi che il ricorso anticipato alle urne è legittimo solo in assenza di una possibile maggioranza in parlamento. Si è escluso, insomma, che la decisione dovesse essere presa dal presidente del Consiglio.
D. E questo che effetti ha avuto?
R. Ha contribuito a indebolire i governi espressi in regime bipolare e pur politicamente legittimati dal voto popolare.
D. Il risultato è che Napolitano ha nominato direttamente tre primi ministri.
R. Monti e Letta erano governi tecnici o, in qualche modo, di anormalità costituzionale. Ma con Renzi si è tornati alla normalità.
D. Perché dice normalità?
R. Perché Renzi è stato candidato alla leadership e alla premiership dal suo partito.
D. Tutto lo schema però si regge sulle larghe intese, uno schema di cui Napolitano si è fatto in qualche modo custode.
R. Se le elezioni con Bersani sono andate come sono andate, era naturale che il presidente della Repubblica sollecitasse la nascita di una maggioranza. Non mi pare ci fosse alternativa. Non è che le larghe intese piacciono di più. Lui ha sempre cercato la pacificazione e l'unià nazionale perché doveva sostenere quei processi che erano gli unici possibili.
D. È normale che abbia proposto con così tanta forza un'agenda di riforma costituzionale?
R. Ci sono funzioni presidenziali altamente politiche, non sempre e non tutti riconducibili alla funzione di garanzia. Il presidente della Repubblica può assumere il ruolo di negoziatore o anche respingere un decreto, in realtà l'intervento più diretto di Napolitano fu il rifiuto di firmare il decreto sull'eutanasia di Eluana Englaro.
D. E sulle riforme?
R Il rischio che le due Camere uscissero con maggioranze diverse c'è sempre stato. È successo con Prodi nel 2006.
Ma non era mai stato così evidente come negli ultimi anni. Gli stessi costituenti sapevano che il bicameralismo perfetto era un sistema che non funzionava. Tanto che all'inizio avevano pensato a durate di mandato differenti per Montecitorio e Palazzo Madama. Poi hanno deciso la perfetta corrispondenza.
D. Come mai?
R. Perchè erano d'accordo sui grandi principi, ma in realtà sia il Pci che la Dc temevano la vittoria altrui.
D. È intervenuto più volte anche sul federalismo, chiedendo un riequilibrio tra Stato e Regioni.
R. Nel 2001 è stata fatta una riforma del Titolo V tutta a favore delle Regioni. L'interpretazione di Napolitano è molto diffusa, tanto è che nessuno difende più il Titolo V, nemmeno i suoi autori, che peraltro si nascondono. Ed è normale che il presidente abbia insistito.
D. Cosa pensa del rapporto di Napolitano con il Consiglio superiore della magistratura?
R. Penso che su questo fronte sia stato un presidente di tutto equilibrio, in qualche caso si è espresso contro gli eccessi dei pubblici ministeri. Ma non ho mai sentito da parte di qualcuno del Csm una critica nei confronti della condotta costituzionale di Napolitano. Semmai c'è stata quella tensione con la procura di Palermo.
D. Sulla vicenda delle intercettazioni palermitane, due suoi illustri colleghi, Franco Cordero e Gustavo Zagrebelsky, si pronunciarono pubblicamente contro il ricorso del Quirinale alla Consulta con cui il Colle chiedeva la distruzione delle telefonate.
R. Questo non significa che abbiano ragione. Io non sono d'accordo. E penso che la procura abbia fatto un errore. Perché come tutti abbiamo potuto capire leggendo le motivazioni della Corte costituzionale, non c'era bisogno delle intercettazioni di Napolitano.
D. L'ex presidente ha sollecitato anche una maggiore integrazione europea e un'acquisizione di maggiore di sovranità da parte di Bruxelles. Oltre alla crisi del sistema partitico italiano, l'espansione del suo ruolo può essere causata anche dalla debolezza del sistema europeo?
R. Diciamo che di fronte alla crisi europea Napolitano ha cercato di essere il garante della stabilità italiana, mentre i governi oscillavano e cambiavano senza un ragionevole motivo, anche se poi si è visto che più di tanto da solo non poteva fare.
D. Ci sono state polemiche anche sul fronte dei senatori a vita, come giudica le scelte del Colle?
R. Non le ricordo, ma anche se avesse nominato persone che votavano centrosinista non c'entra nulla. È importante sottolineare, per esempio, che nel caso dei giudici della Corte costituzionale ha invece favorito la rappresentanza di tutte le posizioni.
D. Cosa dobbiamo aspettarci con la fine del suo novennato?
R. Che il presidente della Repubblica torni un notaio. Ma questo è un auspicio. Non perché sia meglio in sé, ma perché vorrebbe dire che attraverso la riforma della legge elettorale avremo superato la debolezza del nostro sistema.

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