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ANALISI 14 Gennaio Gen 2015 1736 14 gennaio 2015

Charlie Hebdo, l'Occidente onori chi ha perso la vita

I fatti di Parigi ci danno l'opportunità di aprire un dialogo cruciale: non sprechiamola.

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La sede del giornale Charlie Hebdo.

Ho acquistato una copia di Charlie Hebdo. Non tanto perché sostenga una libertà di espressione senza limiti, ma perchè perché mi ripugna la sola idea che si possa uccidere per una provocazione, un’irrisione, o per l’appartenenza a un altro credo religioso. E perché voglio rivendicare le vitali ragioni della convivenza e condannare il fanatismo criminale.
Innalzo anch’io il cartello Je suis Charlie per affermare la volontà di un mondo di persone capaci di rispettarsi al di là delle proprie convinzioni religiose e/o politiche, ma non per sostenere un escludente primato della laicità sul valore della religiosità, né per avallare la pretesa di essere portatori di un superiore modello di regole di condotta e di organizzazione sociale che possa legittimarne l’esportazione anche con la forza.
SERVE UN DIALOGO CHE VADA OLTRE GLI INTERESSI. Lo innalzo per affermare l’esistenza di un terrorismo di matrice religiosa, quantunque strumentalizzata, così come di un terrorismo di Stato, da contrastare, come ci ricorda papa Francesco e per ribadire con fermezza un netto distinguo fra terrorismo di matrice islamica e islam così come tra terrorismo di Stato e natura dello Stato.
Non lo faccio per promuovere l’opaco concetto di “islam moderato”, con ciò implicando che l’islam abbia in sé i germi dell’estremismo. Ricordiamoci la nostra stessa storia.
Lo faccio per proclamare la necessità di un dialogo e di un confronto che superi le agende degli interessi e delle opportunità strumentali di natura geopolitica. E per sventolare la bandiera dell’incontro di culture e di civiltà, dicendo 'no' al suo scontro in nome di un nihilismo post-ideologico e post-religioso ovvero della perversa droga del fondamentalismo.
DOBBIAMO ESSERE GRATI A PARIGI. Dobbiamo essere grati alla Parigi del 7 e poi dell’11 e quindi del 14 gennaio, perché attraverso l’agghiacciante eccidio di cui siamo stati testimoni quasi in diretta, la clamorosa manifestazione di incertezza delle cosiddette forze di intelligence e di sicurezza, la strepitosa marcia di popolo che ne è seguita, imponente, nei numeri e soprattutto nel mosaico dei colori etnici, culturali e religiosi che vi erano rappresentati, ma anche del corredo di retorica e di ipocrisia che ha rischiato di sporcarla, si è dato vita ad un dibattito straordinariamente importante.
Grazie al lavoro di migliaia di giornalisti e operatori e al contributo di pensiero di intellettuali e di cittadini comuni che hanno spaziato dal tema del terrorismo a quello della presenza islamica in terra europea, al confronto tra Occidente e mondo islamico.
IL DIVERSO NON DEVE FARE PAURA. Insomma un dibattito a tutto tondo che dovrebbe essere salvato a futura memoria e che occorre augurarsi possa continuare.
Perché il tema è assolutamente complesso e cruciale e abbiamo bisogno che porti abbondante cibo di riflessione culturale per le nostre società e iniezione di principi attivi per una politica di respiro strategico all’altezza della sfida posta dal terrorismo e dall’insidia, forse più rischiosa e velenosa della propaganda razzista e xenofoba che sta facendo crescenti proseliti, a casa nostra e nella comune casa europea. Sfruttando la paura del “diverso” e dell’islamico in particolare che del diverso è simbolo eccellente.

Bravo Renzi, ma quel discorso andava fatto prima

Strasburgo: Matteo Renzi in riunione plenaria al parlamento europeo (13 gennaio 2015).

Penso infatti che siamo su un crinale sottile sul quale occorre muoversi con molta determinazione e oculatezza a evitare perniciose derive di inquietudine e instabilità sociale e politica di cui avvertiamo temibili sintomi.
Lo ha colto il premier Renzi con le alte e condivisibili parole usate a Strasburgo, in materia di identità e di immigrazione. Peccato che lo abbia fatto alla fine e non all’inizio del semestre di presidenza accompagnandole col contributo di una proposta strategica di proporzionale spessore e lungimiranza.
VERSO UNA DILATAZIONE DELLA PRESENZA ISLAMICA. In proposito mi domando se a seguito di quanto scritto finora non sia il caso di fissare l’attenzione su alcuni fatti incontrovertibili: che il nostro futuro si muove all’insegna di un’inesorabile dilatazione della presenza islamica in questo vecchio continente che rende sconsiderata qualsivoglia logica di esclusione e di scontro, mentre impone una politica strategicamente finalizzata a promuovere una convivenza degna di questo nome, arricchita dalle differenze e declinata a livello nazionale ed europeo in termini di ciò che è negoziabile e ciò che non lo è.
Com’è avvenuto in una certa fase della nostra emigrazione. Occorre prepararvisi, naturalmente, confermando i fondamentali della nostra identità, intesa dinamicamente e dunque con tutta l’eredità della sua storia passata e presente, anche religiosa, sanzionandoli nella pratica di un rapporto sociale proiettato sulle generazioni future. Anche rispetto alla loro componente islamica.
LA CONCORRENZA AUMENTA LA MINACCIA. Quanto alla minaccia del terrorismo, è indubbio che dopo tanti anni di guerra, con le migliaia di vite sacrificate, essa risulta più vitale di sempre ed estesa a tutte le latitudini, con agende rese ancor più pericolose per la concorrenza che si fanno fra loro (si vedano al Qaeda e lo Stato islamico). Restano inoltre da capire le ragioni dell’attrazione di questi gruppi su tanti giovani nati e cresciuti nel nostro modello culturale.
Dovremmo analizzare meglio ciò che non ha funzionato e trarne le debite conseguenze, evitando la leggerezza del “ci siamo sbagliati” quasi che la spirale del terrorismo ci vedesse estranei e colpevolizzasse esclusivamente i Paesi di credo islamico.
I GOVERNI OCCIDENTALI SONO COLPEVOLI. Che questi ultimi ne assommino in loro stessi le responsabilità di fondo è fuori discussione; ma l’Occidente vi è associato. E continua a esserlo con i governi che oggi convergono sulla lotta senza quartiere contro Isis, al Qaeda e via dicendo, ma che indulgono in un devastante scontro settario per affermare la propria egemonia regionale. Con varie e vaste complicità internazionali: che investano Tel Aviv o il Cairo, Teheran o Riyadh, Ankara o Baghdad e Damasco. E oltre.
L’eccidio di Parigi rappresenterà la leva per un sussulto di ruolo strategico dell’Europa rispetto ai temi di fondo del dibattito che ne sta scaturendo? È lecito dubitarne se il punto di partenza dovesse essere segnato dalla proposta francese di revisione di Shengen, respinta giustamente dal premier Renzi, ovvero dalla nostra di una super-procura europea anti-terrorismo. Occorre andare oltre gli strumenti dell’intelligence e della sicurezza.

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