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JIHADISTI 16 Gennaio Gen 2015 0600 16 gennaio 2015

Isis, la guerra fallimentare dell'Occidente

Poche bombe. Raid inefficaci. Coalizione ambigua. Reticenze di Turchia e Qatar. Oltre ai ritardi Usa. Così la lotta al terrorismo non è incisiva. E il Califfato cresce.

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Dai primi raid Usa contro l’Isis dell’estate 2014, la coalizione anti-jihadisti in Siria e in Iraq è cresciuta con numerosi, fin troppi, alleati.
Le bombe (poche) sono continuate a cadere, in aiuto ai ribelli siriani e ai peshmerga curdi che combattono sul terreno.
Ma il Califfato nato dopo la clamorosa presa di Mosul - seconda città irachena di un milione e mezzo di abitanti - non è stato rovesciato.
Anzi, fuori dallo Stato islamico al Qaeda ha ripreso vigore. E, uno dopo l’altro, dal Medio Oriente all’Africa, diversi gruppi fondamentalisti hanno giurato fedeltà all’autoproclamato califfo Abu Bakr al Baghdadi.
PERICOLO FOREIGN FIGHTERS. All’effetto domino si è aggiunto il flusso inarrestabile di foreign fighters, combattenti stranieri in Siria e in Iraq o aspiranti tali, che nei Paesi d’origine organizzano stragi come quelle di Parigi.
I raid contro l’Isis in Medio Oriente sono serviti a poco. In Siria i ribelli del Free syrian army sono stati fagocitati dall’esercito del regime e dall’Isis.
Curdi ed esercito iracheno avanzano di qualche posizione, ma retrocedono su altre. E nonostante mesi di trincea, i raid al contagocce e gli sparuti aiuti lanciati dagli Usa non hanno fatto liberare neanche una città piccola come Kobane.
UNA COALIZONE AMBIGUA. I risultati di mezzo anno di intervento anti-Isis sono magri, per non dire disastrosi.
Fuori dai confini mediorientali, lo Stato islamico si espande sempre di più. Con proseliti insospettabili, raccontano le fonti a Lettera43.it, come il gruppo di «cinesi catturati dai peshmerga», nell'Isis per «4 mila dollari al mese».
Il terrorismo islamico è un fenomeno sempre più complesso. E, oltre che della timidezza degli americani, le colpe sono di una coalizione poco credibile che, sotto l’ombrello Usa, raccoglie Stati, come i Paesi del Golfo e la Turchia, finanziatori o comunque complici dei jihadisti che “combattono”.

L'Occidente sta al gioco della guerra sporca saudita

Finanziatrice delle cellule salafite di fondamentalisti islamici nel mondo, l’Arabia Saudita spiccava tra le delegazioni presenti alla manifestazione in Francia contro gli attentati alla redazione di Charlie Hebdo e al supermercato kosher.
È arcinoto a tutti i governi che gli sceicchi wahabiti (ramo salafita dell’Islam) di Riad usino i petrodollari e anche gli euro accumulati dal petrolio per combattere la loro guerra regionale contro l’Iran sciita ed espandere il credo salafita sunnita all’estero.
Ma anziché mettere sotto embargo l’Arabia saudita, gli Stati Uniti e l’Occidente continuano a non spezzare il cerchio con di chi, per decenni, ha alimentato la radicalizzazione dell’Islam, con effetti sotto gli occhi di tutti.
IL BOICOTTAGGIO DEL PETROLIO. Al corteo di Parigi, il presidente francese François Hollande ha sfilato con gli inviati dei reali di Riad che, nei giorni dell'attentato, hanno fatto incatenare e prendere a frustate un blogger «blasfemo»: 50 colpi a settimana, fino alle 1.000 della condanna.
Per conservare lo status quo e allargare l'egemonia nella regione, i sauditi usano tutti i mezzi, inclusa la tattica di strozzare il nemico con l'arma del greggio a basso costo.
In seno all'Opec (Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio), tra i malumori generali Riad - la più ricca di riserve in danaro e in greggio - ha detto no a frenare la caduta dei prezzi, tagliando la produzione.
LE RAFFINERIE MOBILI DELL'ISIS. «Loro tengono bene e l'Occidente fa il loro gioco. Si danneggia invece l'Iran, che così perde 1 miliardo di dollari al mese. Poi l'Iraq del post Saddam che stava rilanciando l'export di petrolio.
Infine i curdi che «con gli introiti dai giacimenti nel Nord dell'Iraq finanziano anche la lotta all'Isis», spiega a Lettera43.it Shorsh Surme, scrittore curdo con i famigliari che vivono e lavorano nel Kurdistan iracheno.
«Lo Stato islamico invece continua a commerciare petrolio di contrabbando verso gli Stati limitrofi. Neanche i raid fermano il business, i jihadisti si sono dotati di raffinerie mobili».
Per Vittorio Emanuele Parsi, docente di Relazioni internazionali alla Cattolica, occorre «cambiare le alleanze da Guerra fredda, se davvero si vuole combattere la minaccia globale maggiore, cioè l'Isis».
Ma neanche l'esperto di Medio Oriente è ottimista sulla possibilità che, «dopo le stragi di Parigi, i vecchi assetti cambino, sciogliendo il conflitto».

Gli interessi di Turchia e Qatar e i ritardi americani

Il petrolio dell'Isis finisce anche in Turchia, che con la Siria e l'Iraq ha migliaia di chilometri di confine.
Ma anziché spaventarsi per le minacce di al Baghdadi di «prendere le dighe sull'Eufrate e liberare Istanbul», il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha lasciato passare dalle sue frontiere centinaia, se non addirittura migliaia, di foreign fighters.
Mentre il Qatar, alleato nel cavalcare la Primavera araba e membro defilatissimo della coalizione anti-Isis, riversava fiotti di petrodollari sui gruppi di “ribelli” siriani sempre più radicali.
Poiché il nemico del nemico è - evidentemente - un amico, Ankara è inoltre rimasta nell'immobilità di fronte allo stillicidio di Kobane: cittadina curdo-siriana sul confine turco dove l'ala siriana del Pkk di Abdullah Öcalan, attraverso le Unità di difesa del popolo (Ypg), è riuscita a instaurare le comuni socialiste di Rojava.
RETICENZE SUL PKK A KOBANE. Kobane sotto assedio è diventata il simbolo della resistenza all'Isis. Ma Erdogan, che con il vuoto di potere di Damasco coltivava altri disegni di occupazione nel Nord della Siria, ha lasciato avanzare l'Isis, tergiversando più di un mese prima dell'ok a far passare dalla Turchia, sotto il pressing americano, i 150 pershmerga curdi in aiuto al Ypg.
Da allora non è cambiato molto. Sul campo servirebbero più uomini e più bombe. Ma la Turchia, membro di punta della Nato, non ha mai dato le basi aeree agli Usa, che pure (insieme all'Ue) esitano ad armare davvero i comunisti della Rojava: si era ventilato di togliere il Pkk dalla lista delle organizzazioni terroristiche, ma poi la proposta è caduta nel vuoto.
USA, QUANTE NEGLIGENZE. «L'Isis è un'organizzazione crudelissima, bene organizzata e con armi molto sofisticate. Ci attaccano di notte, con strumenti a infrarossi. A Gwer altri 30 peshmerga sono caduti contro un'offensiva», racconta Surme.
«I ribelli del Free Syrian Army sono fermi. Servirebbero forniture di armi americane di ultima generazione, come quelle saccheggiate dai jihadisti nelle caserme di Mosul. Invece i curdi, sempre più soli, ne hanno di più vecchie, per lo più ricevute attraverso il governo di Baghdad e non direttamente».
Davvero in Occidente c'è la volontà di combattere il cancro dell'Isis? «Il quadro non è buono, la coalizione avrebbe potuto agire in modo più incisivo, ma si è fatto poco», commenta Parsi a Lettera43.it.
Per Surme, gli «Stati Uniti sono colpevoli di ritardi e svariate negligenze. Non ultima», conclude l'esperto curdo, «non essere riusciti, in 10 anni di occupazione, a infiltrare l'Iraq di un'adeguata intelligence che impedisse questi eventi».

Twitter @BarbaraCiolli

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