Parlamento Europeo 150116190852
INEFFICIENZA 16 Gennaio Gen 2015 1500 16 gennaio 2015

L'anti-terrorismo dell'Ue senza idee né risorse

In Europa 18 mila estremisti. Che si formano sulla Rete. Bruxelles è impotente: mancano soldi e strategie comuni. Arrestati due jihadisti al confine italiano.

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da Bruxelles

L'assemblea del parlamento europeo.

L'Europa è sotto attacco, il nemico colpisce su più fronti. Ma l'esercito non è schierato, è privo di un comandante in capo e soprattutto ha le armi spuntate.
È questa l'immagine che viene in mente all'indomani degli attentati terroristici di Parigi, davanti alle parole del capo dell'anti-terrorismo dell'Unione europea Gilles de Kerchove: «Non possiamo prevenire nuovi attacchi», ha spiegato.
Per fortuna, a sventarli sono stati i servizi di intelligence belgi: il 15 gennaio hanno avviato un'operazione che ha portato all'arresto di 13 persone (due invece sono state uccise).
«ATTENTATI SVENTATI». L'intervento è stato sincronizzato su più città per impedire una serie di attentati che, come ha spiegato il procuratore belga Eric Van Der Sypt, «erano stati pianificati dai terroristi per essere messi in atto nelle prossime ore».
Così il 16 gennaio a Bruxelles c'è chi ha tirato un sospiro di sollievo per lo scampato pericolo.
Ma mentre le macchine della polizia continunano a sfrecciare a sirene spianate assieme ai furgoncini verdi del Service public federal justice, qualcuno si chiede quando scatterà il prossimo allarme.
COSA PUÒ FARE L'UE? E soprattutto che cosa può fare l'Unione europea. Per ora solo difendersi: la Commissione ha deciso, infatti, di alzare il livello d'allerta contro il rischio di attacchi terroristici.
Ci saranno quindi maggiori controlli sugli accessi ai palazzi delle istituzioni. Ma a livello di politiche comunitarie le decisioni sono a zero.

Tutto nelle mani degli Stati membri: collaborazione decisiva

Verviers (Belgio): agenti di polizia in strada dopo il blitz contro i terroristi (16 gennaio 2015).

La questione, ancora una volta, non è legata all'inefficienza o alla debolezza dell'Ue, bensì alla frammentazione delle strutture di controllo e di difesa.
Quando si parla di politica estera e interna «è tutto nelle mani degli Stati membri», spiegano alcune fonti alla Commissione europea.
«Si tratta quindi prima di tutto di lavorare sul concetto di integrazione delle politiche che possano portare a una soluzione comune».
Cooperazione è la parola chiave che gli esperti di anti-terrorismo dell'esecutivo europeo usano più volte per spiegare come va affrontato il problema. Tre sono i pilastri: legislazione, politica e collaborazione.
Una strategia che però richiede tempo per dare buoni risultati. Esattamente quello che manca in questo momento di attacco terroristico.
FINO A 18 MILA ESTREMISTI. Secondo la Commissione i terroristi sono tra i 12 e 18 mila e provengono da 18 Paesi diversi.
I foreign fighters di cittadinanza o origine europea sono tra i 3 e i 5 mila. Il 60% di attacchi in Europa è fatta da persone che hanno lottato fuori dall'Europa.
I due terroristi uccisi dalla polizia belga il 15 gennaio erano appena tornati dalla Siria. Verviers è considerata un focolaio del fondamentalismo nella Vallonia belga, dove molti musulmani con posizioni estremiste sono arrivati dopo la guerra in Cecenia.
LA MINACCIA: «SIAMO UNO STATO». «Questo è un messaggio al Belgio e a tutti quelli che combattono lo Stato islamico. Non siamo un piccolo esercito, come voi cercate di far credere. Siamo uno Stato che si sta estendendo e che arriverà in Belgio, che lo vogliate o meno», ha scritto sulla sua pagina Facebook Lucas Van Hessche, un giovane di 19 anni, originario di Courtrai (Fiandre occidentali), andato a combattere in Siria in estate.
Alcuni giorni fa Van Hessche aveva sottolineato il suo sostegno ai responsabili degli attentati di Parigi. Numerosi i 'mi piace' al messaggio, e non solo di musulmani radicalizzati. Tra questi un ragazzo di 16 anni ha commentato: «Che Dio ascolti le tue parole».
AGIRE PRIMA CHE PARTANO IN GUERRA. Ad ascoltarle per ora sono gli esperti anti-terrorismo che alla Commissione europea stanno lavorando attraverso varie task force per capire e arginare il fenomeno.
«Il fondamentalismo islamico ha negli ultimi anni cambiato volto mostrando quello dei foreign fighters», cittadini europei che sono andati a combattere la jihad, spesso in Siria e Iraq, e che poi tornano in patria pronti a continuare la loro guerra. «Ed è prima che loro partano che dobbiamo agire», spiega una fonte.
PRIMO PROBLEMA: RADICALIZZAZIONE. Il vero problema su cui lavorare si chiama radicalizzazione. «E il miglior modo per impedire alla gente di farsi coinvolgere da estremisti violenti o attività terroristiche è convincerli ad allontanarsi da tali idee e metodi». Come? Lavorando sulle cosiddette «prime linee».
Per questo nel settembre 2011 la Commissione ha istituito la rete Radicalisation Awareness Network (Ran) che opera in tutta Europa con più di 1.000 organizzazioni formate da professionisti, ricercatori e Ong.
Persone che hanno una vasta conoscenza su come affrontare la questione del fondamentalismo sul campo, che vivono e lavorano vicino a chi rischia di essere condizionato da questi ambienti e cercano di dissuaderli.
«Perché combattere il terrorismo e l'estremismo violento non è solo una questione di misure di sicurezza. Ma di prevenzione».

La missione impossibile: bloccare i jihadisti sulla Rete

Facebook è uno dei social network monitorato dall'intelligence per scovare terroristi.

La vera nuova sfida per l'Ue e gli Stati membri sono i terroristi homegrown, detti anche country native, «che sono nati e vivono in Europa e sono liberi di muoversi», raccontano gli esperti.
È il «terrorismo domestico, di questo stiamo parlando e per questo ci dobbiamo occupare non di lupi solitari o di stranieri e della loro regolarizzazione, ma del loro network nei Paesi in cui sono cresciuti».
Una rete che i terroristi iniziano a tessere sempre più spesso davanti al computer. «Ostacolare la comunicazione e la diffusione delle conoscenze tecniche dei terroristi, soprattutto attraverso internet, è un tema su cui stiamo lavorando», dicono.
SI FORMANO SUI SOCIAL MEDIA. «Ci sono terroristi, tra cui quelli degli attentati di Parigi, che non hanno mai viaggiato né lottato sul terreno, ma sono diventati jihadisti attraverso la propaganda e la formazione presente su internet».
Per gli esperti «una grande sfida» è come fare a «mantenere internet libero», raccontano, «perché è usato per reclutare, fare propaganda, ma regolare e bloccare queste attività si scontra con la libertà di espressione».
Ma soprattutto si scontra con le risorse economiche. Individuare e monitorare queste persone dentro e fuori dalla Rete ha infatti un prezzo.
MANCANO RISORSE UMANE. E all'Ue «mancano i soldi non solo per finanziare nuovi progetti, ma anche per la cooperazione e il rifinanziamento di network o forze speciali», spiegano fonti della Commissione.
«Così spesso non ci sono gli esperti nei posti giusti e al momento giusto. Insomma manca un supporto politico e finanziario per poter dare all'Unione europea un ruolo davvero attivo nella difesa dal terrorismo».
A non avere invece un problema di risorse sembrano proprio i terroristi. Chi dà loro i soldi? «Stiamo provando a ricostruire e mappare i network, le persone, i movimenti, tracciare le loro operazioni finanziarie», dicono gli esperti.
A Bruxelles si sta cercando di bloccare le fonti di finanziamento congelando i beni e ostacolando il trasferimento di capitali. Un'attività di intelligence che consiste anche «nella condivisione delle informazioni con Frontex, Europol, Eurojust e Interpol».
SCAMBIO DI INFORMAZIONI. Quello scambio di dati che se fosse stato più intenso avrebbe forse permesso di scongiurare gli attacchi di Parigi. Per non ripetere gli stessi errori «stiamo cercando di creare un dialogo politico più forte con gli Usa, l'Onu e Paesi che sono rilevanti come Arabia Saudita, Pakistan, ma anche Canada e Australia».

Le armi arrivano sempre più spesso dai Balcani

Miliziani jihadisti.

La Commissione europea sta inoltre intensificando le collaborazioni con Paesi come «Turchia, Olanda, Giordania, Arabia Saudita, Qatar».
«L'obiettivo del dialogo è condividere informazioni e capire che approccio avere, come reagire alla minaccia dei foreign fighters.
ARMI FUORI CONTROLLO. La prevenzione finisce però quando queste persone tornarno nel Paese di origine per commettere un atto terroristico. Scattano allora le operazione di protezione e sicurezza per impedire loro l'accesso a materiale esplosivo, chimico, alle cosiddette dirty bomb o dirty devices».
«Il traffico illegale di armi militari rappresenta un grande problema», dice una fonte. E a quanto risulta alla Commissione c'è un intensificarsi del fenomeno, «i Balcani continuano ad essere un'importante piattaforma di passaggio, transito e smercio di armi, così come il sud della Libia».
REGISTRAZIONE DEI VOLI BLOCCATA. Attraverso le frontiere poi non passano solo le armi, ma anche terroristi. Per questo per monitorare meglio aeroporti e altre infrastrutture critiche è necessario lavorare insieme tra i vari Paesi. Facile a dirsi, difficile a farsi.
La Commissione europea ha già presentanto nel 2011 una proposta sul 'Passenger name record' (Pnr) per la registrazione dei passeggeri dei voli - strumento che i Paesi indicano come fondamentale per la lotta al terrorismo - ma è bloccata all'europarlamento da oltre due anni.
PIÙ FLESSIBILITÀ SU SCHENGEN. Il 16 gennaio la Commissione europea si è detta pronta a discutere su una interpretazione più flessibile delle regole previste da Schengen per quanto riguarda il rafforzamento dei controlli alle frontiere esterne. E su questo punto ha inviato agli Stati membri un documento.
Anche se l'opinione è che più che una stretta delle frontiere servirebbe una maggiore collaborazione tra i vari Paesi. E soprattutto le varie culture.
«LA COMUNITÀ MUSULMANA CI AIUTI». Per combattere i terroristi «abbiamo bisogno della comunità islamica, dei loro leader, degli imam, della loro teologia, cultura e tradizione. Elementi necessari per decostruire la caricatura dei jihadisti».
A rendere invece tutto più difficile, lamentano gli esperti, «è la confusione che spesso vien fatta sui media tra musulmani e fondamentalisti islamici. Questo rischia di isolare e marginalizzare la comunità musulmana e creare un'altra pericolosa spaccatura in Europa». E anche in questo caso l'Ue avrebbe le mani legate.

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