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ESTERI 19 Gennaio Gen 2015 0740 19 gennaio 2015

Grecia, il ritorno di George Papandreou

Nel 2011 portò Atene sull'orlo del baratro. Ora punta a essere l'ago della bilancia. E pulire l'immagine del suo clan. Da un secolo ai piani alti della politica.

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Metaforicamente si potrebbe definire un parricidio.
George Papandreou, già premier della Grecia consegnata alla Troika nel 2010, presidente dell’Internazionale socialista nonché nipote e omonimo del George primo ministro dell’Ellade infine libera dai nazisti, ha scelto di abbandonare il Pasok, il partito socialista fondato dal padre Andreas nel 1974, al termine della dittatura dei Colonnelli.
UNO SCOPO POCO NOBILE. Il delitto simbolico avrebbe lo scopo, non esattamente nobile, di indebolire - se non di affossare - la storica formazione paterna in vista delle elezioni del prossimo 25 gennaio, a vantaggio della neonata creatura di Papandreou terzo: il Movimento dei socialisti democratici.

In Grecia è tempo di elezioni: Papandreou risponde presente

Quando si tratta di Atene, però, non sono mai solo giochi di potere: lirismo e pathos si mescolano nei palazzi di Piazza Syntagma.
Di mezzo ci sono una dinastia consegnata al potere dalla storia, le vicende di un Paese diventato cavia dell’eugenetica finanziaria europea e gli equilibri sottili di una democrazia sedotta dagli uomini forti e abbandonata da quelli deboli.
Chi siano i forti e chi i deboli non è sempre immediato da stabilire, ma certo quasi tutta l’Europa oggi è impegnata a difendersi dal leader di Syriza Alexis Tsipras: giovane, piacente, sfrontatamente di sinistra, populista quanto basta.
TSIPRAS VERSO LA VITTORIA. I sondaggi elettorali lo danno a un passo dalla vittoria, benché in lieve calo: se si votasse oggi, secondo le rilevazioni dell’istituto Alco (8 gennaio 2015), potrebbe ottenere il 33,8% dei consensi, a fronte del 30,5 dei conservatori di Nea Dimokratia, dal 2012 pedissequamente impegnati a dar seguito alle ricette di Bruxelles e a sedare le pulsioni di ribellione degli ellenici.
L’ascesa di Syriza viene pubblicamente raccontata dai falchi del Nord come un potenziale cataclisma per la stabilità dell’Europa, ma in conversazioni meno mediatiche persino i commentatori del non certo sinistrorso Financial Times descrivono Tsipras come una persona «estremamente ragionevole».
MOVIMENTI DIETRO LE QUINTE. Sottobanco, poi, da settimane si limano dossier che consentano al Che Guevara di Atene di mantenere le sue promesse – «mai più schiavi della Troika» – e a Bruxelles di contenere la forza centrifuga del cambio di passo greco.
Ed è tra le trattative segrete e le dichiarazioni roboanti che si muovono tutti quelli un po’ meno a sinistra di Syriza: coi risultati ipotizzati, infatti, per formare un governo Tsipras avrebbe bisogno di coalizzarsi con qualcuno. Qualcuno che sia magari più misurato e navigato del 40enne Alexis, più familiare con i meccanismi non sempre limpidi dell’Ue, nonché più incline a un riformismo né progressista né radicale, ma semplicemente inevitabile. Qualcuno che lavori all’ombra del carisma di Tsipras per tenere la Grecia sulla (presunta) retta via.
Papandreou, dunque, è tornato a sentire la chiamata che da quasi un secolo trattiene la sua stirpe tra le leve del potere.

L'umiliazione del 2011: il caos, le dimissioni e le critiche

George Papandreou è stato premier della Grecia dal 6 ottobre 2009 al 10 novembre 2011.

Americano di nascita, politico per estrazione e socialista per destino, il 62enne George ha oltretutto parecchio da cui riscattarsi.
A cominciare dall’umiliazione con cui, nel 2011, fu costretto a lasciare la poltrona di primo ministro, sottomesso in Europa e disprezzato in patria, obbligato dalle pressioni della coppia Merkel-Sarkozy a cancellare il referendum che voleva indire sulla permanenza della Grecia nell’euro.
La consultazione era l’ultimo tentativo di impedire l’avvitarsi fuori controllo della crisi sociale di Atene, dopo aver denunciato l’anno precedente i conti pubblici truccati e l’impossibilità di ripagare i titoli sul debito pubblico e dopo aver accettato forzatamente i diktat dei creditori internazionali.
I DISSIDI CON VENIZELOS. Probabile che nemmeno quella del referendum, in realtà, fosse stata una idea di Papandreou: troppo europeista per ritenere davvero “Grexit” la soluzione della tragedia greca, ma forse sedotto dalla tentazione populista del “non abbiamo bisogno di voi”.
Si dice poi che fosse stato Evangelos Venizelos, allora ministro delle Finanze del suo governo, a tramare fortemente per il fallimento del tentato referendum e per la sua uscita di scena: e si capisce perché oggi Papandreou voglia riprendersi il palcoscenico che gli lasciò allora, candidandolo alla successione e affidandogli le redini del Pasok.
Disse con amarezza il premier dimissionario che avrebbe creato una scuola di formazione per politici, ma i dissidi con Venizelos sulla direzione del partito socialista – non dissimili ai coltelli che si sfoderano nel Pd italiano – hanno impegnato troppe attenzioni, fino alla decisione di ammazzare il sogno del padre pur di riprendersi un ruolo nella guida della Grecia.
UNA DINASTIA LUNGA UN SECOLO. La perseveranza, d’altronde, è un tratto della dinastia che viene spesso definita i Kennedy di Atene; tra i fondatori della patria e al suo comando, con fortune alterne, a ogni giro di boa della storia.
Toccò dapprima a George I, varie volte ministro negli Anni 20 del secolo scorso e fondatore della socialdemocrazia greca, deportato durante il regime del dittatore militare Metaxas (Anni 30), liberato dopo un lustro e poi di nuovo in lotta contro il fascismo, di cui divenne storico oppositore. Catturato dagli italiani, riuscì a fuggire in Egitto da dove organizzò la Resistenza e finì per essere nominato primo ministro in esilio. Era ancora sulla scena quando i Colonnelli capeggiati da Papadopoulos lo arrestarono nel 1967, un anno prima della sua morte.

L'obiettivo di George junior: superare il 3% e diventare ago della bilancia

Andreas Papandreou, padre di George e due volte premier greco negli Anni 80 e 90.

In quella vigilia di Putsch i militari presero anche il secondo Papandreou, il figlio Andreas: negli Anni 40, dopo essere stato espulso dal Paese per le simpatie a sinistra, aveva riparato prima in America e poi in Svezia, dove aveva frequentato le migliori università e i pensatori dei circoli liberal, ma era rientrato in Grecia in tempo per l’elezione del padre a primo ministro nel 1963 e per esserne nominato consulente politico.
Era Andreas che i Colonnelli cercavano la notte che fecero irruzione in casa e puntarono una pistola alla tempia del 13enne George (junior): «Dicci dove si nasconde tuo padre o ti ammazzeremo».
AL POTERE CON IL PADRE. L’uomo si consegnò da solo, e soltanto sette anni dopo, al termine della dittatura, diede vita all’agognato partito socialista, figlio della maturazione delle lezioni paterne, con il quale restò al potere, con qualche parentesi, per tutti gli Anni 80 e i primi 90.
George junior, formatosi in Svezia durante l’esilio, manca forse del carisma degli altri due, ma ha pagato al Paese il suo tributo in voltafaccia, amarezze e tradimenti.
Nel 2013 è stato invitato a raccontare la sua versione dei mesi convulsi in cui esplose la crisi greca e quella dell’Europa intera: ha usato l’etimologia delle parole «agorà», «idiota» e «democrazia» necessarie a capire il fallimento europeo nella globalizzazione delle istituzioni, vero vulnus del nostro tempo.
IN CERCA DI RISCATTO. Diventare il bilanciamento di Tsipras, l’uomo dell’equilibrio, capace all’occorrenza di trattare anche con l’opposizione dei conservatori, potrebbe essere il suo riscatto contro la storia e contro Bruxelles. Sempre se il suo Movimento dei socialisti democratici, grazie al richiamo che ancora il cognome Papandreou riesce a esercitare, potrà superare la soglia del 3% necessaria ad approdare in parlamento.
Il rischio, non da poco, è di non farcela, distruggendo al contempo le possibilità di sopravvivere del Pasok paterno – oggi crollato intorno al 6% dei consensi – e togliendo a Tsipras i voti necessari per governare da solo.

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