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EDITORIALE 20 Gennaio Gen 2015 1528 20 gennaio 2015

Gotor e Alfano, facce di tolla della politica italiana

Uno è un nominato che spara sulle nomine. L'altro attacca il governo di cui fa parte.

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Miguel Gotor, senatore del Pd.

Se c'è un pregio di questa un po' stucchevole partita per la nomina del successore di Giorgio Napolitano è che fa emergere il peggio che la politica, ma meglio sarebbe dire la partitocrazia, sa dare di sé.
Con una venatura grottesca e surreale che provoca una sorta di straniamento, come se quello cui si assiste fosse così assurdo che si stenta a crederlo.
Prendi Miguel Gotor, non un campione di simpatia, anche per via di una esibita concezione di sé che forse troverà riscontro nella sua attività di studioso ma certo non in quella di politico.
Gotor nella partita per la riforma della legge elettorale è il leader della minoranza dem, il Masaniello che alza le barricate contro i capilista nominati dalle segreterie dei partiti, che sarebbe uno dei frutti dell'ineffabile patto del Nazareno.
GOTOR, NOMINATO IN QUOTA BERSANI. «No a un parlamento di nominati», tuona a ragione il senatore. Dimenticando però che se oggi siede a palazzo Madama è perché nelle elezioni politiche del 2013 il suo nome apparteneva alla cosiddetta quota Bersani, ovvero quella lista di candidati “protetti” che l'allora segretario aveva inserito nelle liste con la garanzia di una sicura elezione.
Ora, d'accordo che siamo abituati a tutto e «abbiamo visto cose che voi umani, etc», ma un nominato che guida con tale massimalistica prosopopea la battaglia contro i nominati non si era ancora visto.
In questo Gotor si iscrive di diritto alla categoria dei Nimby, Not in my back yard: insomma, va bene tutto purché non avvenga nel mio cortile dove la contraddizione ha tutto il diritto di regnare sovrana.
ALFANO, POLITICO PER TUTTE LE STAGIONI. Prendiamo poi Angelino Alfano, l'etereo capo del Nuovo centrodestra, partitino i cui voti si pesano (infatti al Senato fa l'ago della bilancia della maggioranza che sostiene Matteo Renzi) e non si contano, perché a metterli in fila la contabilità risulterebbe assai sconfortante.
Alfano, costola uscita dal corpaccione berlusconiano, dopo mesi di gelo ha incontrato il Cavaliere per trovare una posizione comune sul nome del futuro inquilino del Colle. Ne sono usciti due, per altro largamente prevedibili tanto che, invece che perdere tempo a vedersi, bastava una telefonata.
Trattasi di Pier Ferdinando Casini e Giuliano Amato, due campioni del nuovo che avanza. L'obiettivo, ha detto Angelino, è quello di far eleggere un presidente della Repubblica che appartenga all'area moderata.
SI DOVREBBERO DIMETTERE ENTRAMBI. Area moderata? E quale sarebbe quella non moderata cui il candidato del centrodestra dovrebbe contrapporsi? Evidentemente il Pd, identificato come partito non moderato, con il quale il segretario del Ncd siede in quel governo di cui è addirittura vicepresidente.
Delle due l'una: o Alfano dovrebbe rifiutarsi di stare in un esecutivo con i non moderati, oppure il Pd è moderato quando si tratta di governo e barricadero quando si occupa di Quirinale.
Oppure, ed è l'ipotesi più probabile, sia Gotor sia Alfano hanno la faccia di tolla di chi predica in un modo e razzola in un altro.
Per riprendersi uno straccio di credibilità, bisognerebbe che il primo si dimettesse da senatore e si ripresentasse alle prossime elezioni non in una lista bloccata. E che il secondo facesse altrettanto col governo, denunciandone a gran voce la natura non moderata.
Già li vediamo, in nome dei principi ideali e della coerenza, pronti alla nobile rinuncia.

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