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CASA BIANCA 20 Gennaio Gen 2015 1440 20 gennaio 2015

Usa, Obama svolta: politica interna priorità di governo

Terrorismo sullo sfondo. Dopo i flop in Siria e Iraq contro l'Isis, Barack cambia strategia nel discorso alla nazione: tasse ai ricchi, bonus famiglie, scuola gratis.

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Il presidente degli Usa firma un atto alla Casa Bianca.

Tra una frase e l'altra, Barack Obama chiosava: «Con tutti i problemi che abbiamo in casa...».
Era una delle sue interviste in tivù del 2013 poco rimbalzate sui media internazionali.
Si parlava della guerra contro le armi chimiche di Bashar al Assad, in Siria.
Ma erano anche i giorni dell'ennesima sparatoria di un folle in una scuola americana. Il presidente americano era pressato per intervenire contro Damasco, anche se poi si sarebbe trovato l'accordo attraverso la Russia.
GUERRE «LIMITATE». La frase rimase buttata là, tra le righe. Troppo scomoda per un capo della Casa bianca, considerata, fino ad allora, l'abitazione dello sceriffo del mondo.
La musica comunque non sarebbe cambiata.
Lo si è visto con la goffa reticenza degli Usa ad agire incisivamente in Siria e in Iraq («non abbiamo una strategia contro l'Isis»). Con il cauto, «limitato», intervento militare contro lo Stato islamico, capofila di una grande coalizione internazionale e della Nato.
PRIORITÀ INTERNE. Il low profile è riemerso clamorosamente con l'assenza di Obama e di suoi adeguati rappresentanti alla manifestazione dell'11 gennaio a Parigi contro la strage di Charlie Hebdo.
E, secondo le indiscrezioni, è confermato dal penultimo discorso alla nazione del presidente degli Stati Uniti, concentrato sulle misure di politica interna. Soltanto sullo sfondo gli scenari internazionali.

Disoccupazione sotto il 6%. Obama: «Ora più tutele sociali»

Con l'Europa nella morsa del terrore, agli oltre 300 milioni di statunitensi Obama ha intenzione di annunciare, in pompa magna, non la nuova war on terror degli Usa. O gli sviluppi di una nuova campagna in Medio Oriente.
Ma la sua battaglia ai paperoni che non pagano le tasse negli Usa.
In diretta tivù, davanti alla Camere riunite, nel discorso annuale del 20 gennaio (le 20 di Washignton, le 2 italiane), stando alle anticipazioni del New York Times, il presidente americano dovrebbe promettere imposte più alte sui ricchi, da redistribuire sotto forma di sgravi fiscali al ceto medio ammaccato dalla crisi.
Dopo i crac di Wall Street del 2008, l'economia americana ha vissuto anni difficili. Milioni di statunitensi hanno perso il lavoro e talvolta anche la casa.
CONSENSI IN RISALITA. Lo Stato ha investito molto per la crescita. Ma gli stipendi si sono dovuti comprimere e il boom della ripresa occupazionale - 8,7 milioni di posti recuperati nel 2014, dati del Bureau of Labor Statistics - non è valso a Obama la vittoria alle elezioni di Midterm.
Occorreva del tempo. E infatti, dopo la débâcle dell'autunno 2014, con i dati sul +5% del Pil americano di fine anno, l'indice di gradimento di Obama è risalito.
L'ultimo sondaggio, del Washington Post/Abc News, lo fotografa al 50% dei consensi: l'indice più alto dalla primavera del 2013, 9 punti in più rispetto al dicembre 2014.
PIÙ TASSE AI RICCHI. «La crisi è dietro di noi, ora dobbiamo fare in modo che tutti ne traggano vantaggio», ha dichiarato il presidente.
Le retribuzioni medie possono tornare a gonfiarsi, ma togliendo i grandi privilegi ai pochi (il simbolico 1% degli Occupy Wall Street) che guadagnano troppo.
Varata la tormentata riforma sanitaria, Obama è pronto a dare incentivi sociali alle famiglie con figli, aumentando l'accesso gratuito all'istruzione e distribuendo paternità retribuite e bonus per gli asili nido.

I foreign fighter americani sono molto meno di quelli europei

Il premier isralieano Benyamin Netanyahu col segretario di Stato Usa John Kerry.

Di certo l'allarme jihadisti c'è, l'intelligence lavora sodo perché gli americani hanno paura delle nuove minacce.
Il 22 gennaio il segretario di Stato americano John Kerry è atteso Londra per un vertice internazionale sul terrorismo.
Ma i cittadini hanno bisogno di serenità, non di altri attacchi.
In fondo i foreign fighter andati a combattere dagli Usa in Siria e in Iraq sono nettamente inferiori agli europei: poche decine, non migliaia.
In questa chiave va letta l'assenza di Obama ai cortei parigini, nonostante le sincere e profonde condoglianze alla Francia. Tra il premier israeliano Benjamin Netanyahu e il leader palestinese Abu Mazen, accanto al presidente francese François Hollande e alla cancelliera tedesca Angela Merkel non c'era nemmeno il numero due della Casa Bianca.
In quelle ore, Kerry era - ed è rimasto - in India, impegnato a rafforzare i rapporti commerciali con il gigante asiatico.
FOCUS IN ASIA CENTRALE. In partenza per New Delhi, alla fine di gennaio, c'è anche Obama, che vuole porre le basi per quintuplicare il volume di scambi e investimenti tra i due Paesi.
La ripresa degli Usa si fonda anche sugli interessi crescenti nell'Asia centrale, oltre che sulle tasse che l'Amministrazione democratica vuol far piovere sui capitali dei suoi paperoni.
A fine mandato, il presidente tenta il tutto e per tutto con l'aumento (dal 23,8% al 28%) del prelievo su dividendi e capital gain (utili da capitali) per chi guadagna più di mezzo milione di dollari l’anno. E con le imposte sui trust, le cassaforti delle grandi famiglie americane come i Bush, e su banche e finanziarie.
RIVOLTA REPUBBLICANA. Non avrà vita facile. I repubblicani in maggioranza a Camera e Senato sono pronti a bloccare le sue misure, imponibili solo in parte con i poteri presidenziali.
«Riforme davvero improbabili», hanno bollato in rivolta montante, dopo il boccone amaro della riconciliazione con Cuba.
Ma negli Usa l'economia, e anche i soldi, hanno ripreso a girare. Ottenesse solo il 20% dei 320 miliardi di dollari che, in 10 anni, punta a incassare, Obama pagarebbe il college gratis alle matricole. Davvero, nel 2016, il ceto medio voterà repubblicano?

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