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PROFILI 21 Gennaio Gen 2015 1546 21 gennaio 2015

Esposito, chi è il senatore del Pd

Fu #tacchinofelice. Ora è supercanguro. Chi è il senatore Pd che ha cambiato l'Italicum.

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È il grande smacchiatore di questi giorni. No, non ha smacchiato l'ex arci-nemico Silvio Berlusconi come si era ripromesso di fare il suo ex leader Pier Luigi Bersani. Ma in un colpo solo ha tolto di mezzo quasi 40 mila emendamenti all'Italicum che avrebbero messo in difficoltà Matteo Renzi.
Il grande Canguro, come è stato ribattezzato, è Stefano Esposito senatore dem di Torino.
Di più, Esposito in un'intervista a La Repubblica ha definito, senza troppo fairplay i «compagni» della sinistra del Pd «parassiti». Salvo poi scusarsi via Twitter. «Concetto di parassita è offensivo hai ragione», ha cinguettato al vicesegretario dem Lorenzo Guerini, «mi scuso con i colleghi, il resto lo rivendico».


Offesa che non è certo passata inosservata. «Dare del parassita a Corsini, Gotor, Mucchetti, è pericoloso», ha risposto Bersani. «È gente per bene che non chiede niente e va trattata con rispetto. Se viene meno il rispetto è finita».
Forse a galvanizzare Esposito era stata la soddisfazione di aver «fregato», parole sue, Roberto Calderoli, il massimo conoscitore della macchina di Palazzo Madama.

Una soddisfazione durata poco. O, meglio, rovinata dai «guastafeste» e dai «gufi» che hanno preso ad attaccarlo da un social all'altro. Una su tutte l'ex direttore di Youdem Chiara Geloni, con cui ha avuto uno scontro pesante sul filo dei 140 caratteri.
IL BATTIBECCO CON GELONI. A scatenare la bionda giornalista l'appunto di Esposito sul voto dell'Italicum alla Camera di Pier Luigi Bersani nonostante si fosse dichiarato contrario. Fedeltà alla ditta, si giustificò l'ex segretario Pd. Detto, fatto: Geloni ha accusato Esposito di aver firmato «emendamenti trappola contro i compagni». Lui ha risposto sopra le righe, almeno per un senatore Pd: «Non ti permettere di dire cagate. Il mio emendamento ha la stessa dignità di quelli di Gotor».
A VIOTTI: «POVERO CRETINO». Non è andata meglio a Daniele Viotti, eurodeputato Pd che si è preso senza giri di parole del «povero cretino». Una ruggine vecchia, quella tra i due, tanto che Viotti, citando il blog di Mirko Solinas, aveva apertamente accusato il Nostro. Lui che avrebbe voluto 'epurare' Pippo Civati e Laura Puppato per i loro voti di dissenso, non avrebbe dato miglior esempio. Nella scorsa legislatura da deputato Esposito ha infatti votato «222 volte diversamente dal gruppo dem alla Camera».
Pure il suo indice di produttività su Openpolis non brilla: con 168,6, si classifica 275esimo su 630 deputati.
Acqua passata, c'era ancora Enrico Letta a Palazzo Chigi e Pier Luigi Bersani aveva imboccato il viale del tramonto. Meglio dunque abbracciare il renzismo.

La battaglia pro Tav e le minacce

Stefano Esposito, senatore Pd.

A dire il vero, Esposito da Moncalieri era già passato alle cronache prima della cangurata di Palazzo. Sempre lontano dallo stile sabaudo - gli va riconosciuta una certa coerenza - il senatore aveva prima attaccato duramente i No-Tav per poi essere folgorato sulla via di Chiomonte (copyright Grillo).
LE ACCUSE CONTRO CAMPOSANA. A luglio 2013, contro l'attivista Marta Camposana che aveva denunciato manganellate e palpeggiamenti subiti a suo dire dai poliziotti, aveva twittato secco: «Parte da Pisa per andare a fare la guerra allo stato, prende, giustamente, qualche manganellata e si inventa di essere stata molestata». La sua passione per l'Alta Velocità era finita pure in un libro del 2012 dal titolo perentorio: Tav sì, scritto con Paolo Foietta, direttore delle aree tecniche della Provincia di Torino.
LE MINACCE E LE MOLOTOV. Il suo placet alle manganellate scatenò polemiche a non finire. Tanto che il 13 gennaio 2014 il senatore si vide recapitare tre bottiglie incendiarie sul pianerottolo di casa con un biglietto che lasciava poco spazio all'immaginazione: «Torna in prefettura, altrimenti fari bum bum ora che non c'è più Caselli a proteggerti». Minacce e pedinamenti lo costrinsero ad accettare una scorta.
IL DIETROFRONT (RIENTRATO). La sua foga pro-Tav si è poi interrotta bruscamente. E inaspettatatamente. «Se il costo della Torino-Lione fosse di 7 miliardi meglio pagare le penali alla Francia. Basta con il Paese dei furbi e dei burocrati che decidono senza rispettare il parlamento», dichiarò il 29 ottobre 2014. E su Twitter aggiunse: «Voglio chiarezza. Fosse vero quanto detto da Rfi presenterò mozione per cancellare opera».
Mentre della mozione non se ne è saputo più nulla, è chiaro però che i rapporti tra Esposito e No-Tav sono rimasti tesi. Tanto che il vicepresidente della commissione Trasporti il 6 gennaio 2015 ha definito alcuni manifestanti contro l'Alta velocità «cialtroni patetici frustrati e braccia rubate all'agricoltura».



Esposito, classe 1969, è da sempre in politica. Nel 2004 fu eletto consigliere della Provincia di Torino coi Ds, impegnandosi dall'inizio nella nascita del Partito democratico.
Prima veltroniano, successivamente appoggiò Bersani alla segreteria. Quattro anni dopo il salto a Montecitorio e, nel 2013, a Palazzo Madama dove è vicepresidente della commissione Lavori pubblici e membro della Bicamerale anti-mafia.
#SONOUNTACCHINOFELICE. Ora si è trovato a dare man forte a Renzi sull'Italicum. Dopo aver appoggiato la riforma del Senato. Molti ricorderanno la spina del Tacchino Felice che il senatore regalò a Renzi. Il significato è presto spiegato: i tacchini, cioè i senatori, malvolentieri deciderebbero di entrare nel forno, cioè di abolire la propria Camera. «Ma noi vogliamo essere dei tacchini felici», ha detto Esposito, «perché noi le riforme le vogliamo fare». Il tutto accompagnato dall'hashtag#sonountacchinofelice.
E c'è chi ironizza pure un tacchino furbo. Con i capilista capolista bloccati vuoi mai che un posticino non se lo sia prenotato proprio lui, il Canguro di Moncalieri?

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