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INTERVISTA 21 Gennaio Gen 2015 1037 21 gennaio 2015

Michael Privot: «Gli imam cambino approccio»

Spiegano come pregare. O trattare il prossimo. Ma non come affrontare la crisi. E la rabbia che ne deriva. L'islamologo Privot: «Sono sconnessi dalla realtà».

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da Bruxelles

All'indomani dagli attentati di Parigi, più che la caccia al terrorista sembra essersi scatenata quella al musulmano.
Un pregiudizio che ha poco a che fare con la logica e la matematica: non importa infatti che nell'Unione europea i musulmani siano tra i 12 e 15 milioni, e i foreign fighter tra i 3 e 5 mila.
La paura cambia la prospettiva.
IL RISCHIO? AUMENTARE LA FRATTURA. Lo sa bene Michael Privot, islamologo e direttore della Rete europea contro il razzismo (European network against racism, Enar), che da anni denuncia il pericolo islamofobia.
«Dopo l'attacco a Charlie Hebdo, il fenomeno si è solo accentuato», racconta a Lettera43.it, «ma quello che sta succedendo non è una novità, in Europa si vede da tempo». Ora però il rischio è quello di «aumentare la frattura con le comunità musulmane che già si sentono stigmatizzate».
«DISAGIO DIFFUSO TRA I MUSULMANI». Privot è anche membro del consiglio direttivo del Centro islamico di Verviers, proprio la città dove il 15 gennaio è iniziata l'operazione della polizia belga che ha portato a numerosi arresti e all'uccisione di due presunti jihadisti.
Ora Verviers viene definita la città focolaio del fondamentalismo islamico, e i musulmani del posto «vivono questa situazione con grande disagio». A essere sotto attacco «non sono però solo i musulmani», ricorda Privot, «ma l'intera società europea. E i fronti dai quali difendersi sono ben tre».

Nel riquadro, Michael Privot, islamologo e direttore della Rete europea contro il razzismo.

DOMANDA. Parla di tre fronti da cui difendersi: quali sono?
RISPOSTA.
Da una parte ci sono i foreign fighter: l'Europa è diventata il target degli jihadisti che vogliono imporre il loro modo di vivere e pensare.
D. Poi?
R.
C'è l'islamofobia di cui stiamo diventando sempre più vittime ogni volta che c'è un attacco terroristico. Basta vedere quello che è successo i giorni dopo i fatti di Charlie Hebdo, quando si è iniziato a vedere in maniera indistinta musulmani e islamisti fondamentalisti.
D. E il terzo fronte?
R.
Sono i partiti radicali, la cui risposta è sempre più forte e prende di mira la sensibilità delle persone giocando sulla sicurezza, instillando il terrore. E questo rende molto più difficile la convivenza con la comunità musulmana.
D. È la politica della paura?
R.
No, dell'ignoranza. L’assessore all'Istruzione del Veneto (Elena Donazzan, An, ndr) ha chiesto ai dirigenti scolastici di ottenere una condanna degli attentati di Parigi da parte di genitori e studenti musulmani, come se fossero tutti colpevoli. Questo è ridicolo e complica ancora di più la situazione.
D. Come si spiega che in un territorio piccolo come il Belgio ci siano ben 400 foreign fighter?
R.
Una delle cause può essere letta nel malessere sociale. In Belgio molti degli indicatori sociali ed economici mostrano come la comunità musulmana sia una delle più deboli, la maggior parte vive sotto la soglia della povertà. E in Francia e Gran Bretagna l'impatto delle misure di austerity e delle politiche radicali è ancora più forte.
D. Tutta colpa dell'austerity?
R.
L'esclusione economica e sociale purtroppo è un problema, così come la disoccupazione femminile.
D. E per queste ragioni cittadini 'qualunque' diventano jihadisti?
R.
Non solo. Spesso sono giovani di seconda generazione, che sono nati in Europa ma non si sentono europei. Hanno una crisi di identità e quella economica li spinge a voler abbandonare il loro Paese perché si sentono impotenti e frustrati. Non riescono a esprimere la loro rabbia e l'idea di andare a combattere li fa sentire importanti, li rende riconoscibili.
D. Una generazione radicalizzata?
R.
Basta vedere quanti giovani europei aderiscono anche ai partiti di estrema destra. Noi siamo la prima generazione dopo la Seconda guerra mondiale che non potrà dare a i nostri figli il futuro che abbiamo promesso loro. Siamo una generazione che pensa di non avere un futuro.
D. Vittime della crisi, che diventano carnefici...
R.
Il rischio è quello. Ma la responsabilità di questo fenomeno è prima di tutto delle comunità. Ed è su questo che stiamo cercando di lavorare con l'Enar.
D. In che modo?
R.
I musulmani devono fare i compiti a casa, la teologia islamica è un grande patrimonio ma i vari testi, a seconda di come vengono interpretati, possono portare verso un Islam moderato, pacifico e integrato o verso uno radicale.
D. Ed è quest'ultimo che sta prendendo sempre più terreno?
R.
Perché per troppo tempo i leader islamici, così come i filosofi, gli intellettuali, i religiosi, gli attivisti musulmani non hanno sviluppato una controanalisi, ma semplicemente applicano l'Islam che viene predicato.
D. Viene dato troppo potere agli imam?
R.
Se guardiamo i discorsi che vengono fatti nelle moschee, non sono certo tutti sulla jihad come a volte si crede, ma sono comunque pericolosi perché sono completamente disconnessi dalla realtà che le persone affrontano ogni giorno.
D. Per esempio?
R.
Nelle moschee molti imam spiegano come si deve pregare, come essere carini con i vicini. Dicono cose che possono essere predicate a Islamabad come a Bamako, usando anche le stesse parole. Ma non parlano mai di come l'austerity sta colpendo le persone, di come affrontare le difficoltà quotidiane, di come gestire la rabbia e la paura davanti a un malessere sociale ed economico. E soprattutto di come sia pericoloso diventare radicali.
D. È una scelta consapevole?
R.
Molti imam arrivano dal Marocco, da Paesi lontani e non si rendono conto che in Europa la comunità musulmana vive altre situazioni. Quando predicano sono completamente sconnessi dalla realtà in cui vivono le persone che vanno in moschea.
D. O peggio ancora cercano di fare politica.
R.
Sì, ma non tutti i musulmani sono islamisti e non tutti gli islamisti sono radicali. Gli islamisti vogliono applicare i principi islamici nella vita politica, nell'organizzazione della società. E questo è un problema quando diventano fondamentalisti.
D. Quanto è elevato questo rischio in Europa?
R.
Ci sono persone che cercano di esprimere questi principi a livello politico, ma non si sono ancora costituti in veri e propri partiti politici come per esempio in Turchia. E poi ricordiamoci che cinque persone non formano un partito islamista radicale, serve una maggioranza che lo voti.
D. E ci sarà mai?
R.
La maggior parte dei musulmani non sta chiedendo questo dalla loro religione. Non vogliono una radicalizzazione né una trasposizione politica.
D. E che cosa vogliono?
R.
Il riconoscimento di diritti. Vogliono lottare per avere una casa, per trovare un lavoro. I musulmani vogliono gli stessi diritti di un cittadino non musulmano. Il sentimento di frustrazione di queste comunità è sottovalutato.
D. O sopravvalutato, tanto da essere visto come pericoloso.
R.
Alla fine è la stessa frustrazione che c'è quando un cittadino vota per l'estrema destra e diventa un estremista radicale, solo che in quel caso preoccupa meno.
D. Marine Le Pen che propone la pena di morte fa meno paura?
R
. Sì, perché siamo più abituati. Quelli del Front National o del Vlaams Belang hanno il 'volto europeo' e non sono musulmani,
D. Allora siamo davvero allo scontro di civiltà?
R.
No, stiamo solo assistendo al consolidarsi di una società basata sulla paura.
D. Chi dovremmo temere di più?
R.
Quelli che non vogliono neanche riconoscere l'islamismo e creare una struttura democratica, politica, ma passano al radicalismo puro usando la violenza per avere il potere.
D. Ed è questo islamismo fondamentalista che i musulmani dovrebbero denunciare?
R.
Dopo i fatti di Charlie Hebdo i musulmani hanno preso le distanze da quello che è successo, non è vero che non hanno detto niente. Invece la stampa ha preferito dare questa immagine.
D. Perché?
R.
Perchè è più allarmista, più titolabile. Ma è una contronarrativa che non rappresenta certo la maggioranza dei musulmani. E comunque se non chiediamo a tutti i cristiani del mondo di alzarsi e scusarsi per le crociate o le violenze che alcuni di loro hanno perpetrato nei confronti dei musulmani, perché dovremmo fare il contrario?
D. Che cosa servirebbe invece?
R.
Il ruolo della società è creare le condizioni perché ci sia una contronalisi, perché la riforma dell'Islam posso davvero avere luogo. Ma ricordiamoci che per esempio la riforma del giudaismo è avvenuta in Germania perché c'era la middle class della società ebraica che la chiedeva. Il problema è che oggi in Europa, nella comunità musulmana, questa middle class ancora non esiste.
D. Quindi, che fare?
R.
Lavorare per crearla. Tutti devono fare i compiti a casa. Ricordiamoci che le condizioni economiche e sociali sono cruciali per sviluppare una riforma di questo tipo. Perché anche se diciamo che domani i musulmani hanno creato un Islam perfetto, ma fuori dalle moschee le loro vite non cambiano, il rischio di finire nelle mani dei jihadisti rimane.
D. È la politica che deve agire?
R.
Sì, ma non vedo in nessuno discorso dei politici una vera voglia di risolvere i problemi economici che hanno frammentato la società. Non c'è una volontà di investire nell'educazione. E a crescere sono i partiti radicali di estrema destra, anti-immigrati e islamofobi.
D. Sta dicendo che abbiamo già perso?
R.
L'Ue sta perdendo la sua credibilità perchè non sta riuscendo a prendere misure necessarie per garantire i diritti fondamentali dei suoi cittadini. Musulmani o cristiani che siano.

Twitter: @antodem

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