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RICONVERSIONE 22 Gennaio Gen 2015 0840 22 gennaio 2015

Sulcis, dal carbone al verde bio delle canne da fosso

L'ultima speranza: avviare la raffineria per produrre biocarburante in Sardegna. Costo: 250 milioni. Posti di lavoro: 500. Rischi: stravolgere eccellenze e territorio.

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Il futuro del Sulcis è una raffineria per produrre bio carburanti da canne comuni.

Le buste paga del Sulcis anche questa volta arriveranno dalla terra, ma non dal sottosuolo.
Niente più nero carbone, ma verde bio. O meglio, verde canna da fosso.
Mentre si avvia la chiusura di un’epoca vissuta in galleria con l’addio (deciso dall’Unione europea e finanziato da denaro pubblico) all’ultima miniera estrattiva italiana, spuntano orizzonti alternativi.
Sono ancora fabbriche, ma della cosiddetta Chimica verde.
COLOSSO DA 3 MILIARDI. I nuovi impianti targati Mossi-Ghisolfi - un colosso internazionale da 3 miliardi di fatturato l’anno, 2.100 dipendenti in tutto il mondo: dal Texas al Brasile - saranno costruiti a Portovesme, nella zona industriale, proprio lì dove si produceva l’alluminio della multinazionale Alcoa.
E dove, ormai da anni, c’è la perpetua caccia ad acquirenti e a sgravi energetici da scaricare in bolletta.
SERVONO 220-250 MILIONI. Per la costruzione e l’avvio della bioraffineria servono 220-250 milioni di euro: 90 del gruppo, il resto finanziato da banche.
L’incentivo pubblico non sarà a fondo perduto: la formula, si legge nei documenti, è quella del «rimborso dell’investimento industriale».
Tutto rientra nel Piano Sulcis, la ricetta onnicomprensiva sovvenzionata con 450 milioni di euro iniziali più ulteriori iniezioni fino 600 milioni.
DISOCCUPAZIONE GIOVANILE AL 60%. Con il maxi piano c’è da salvare un territorio con una disoccupazione giovanile al 60% e alimentato dai sussidi.
Quelli degli ex operai o impiegati, dipendenti diretti in stand-by, o quelli degli appalti: si contano 5.500 lavoratori in cassa integrazione o mobilità su 140 mila abitanti totali.
La ripartenza quindi fa gola a tanti, in attesa di ricollocazione: a partire dalle maestranze necessarie per la costruzione (pari a 600 unità).
A regime saranno impiegati 150 lavoratori e altri 350 di ricaduta, ossia nelle aziende dell’indotto. E si assumerà con vincolo di ripescaggio dalle liste di mobilità, dopo opportuna formazione sul campo.
O meglio, nei campi. Perché il biofuel, il carburante bio, si produrrà appunto da biomasse non alimentari, nel caso specifico canne comuni.
80 MILA TONNELLATE L'ANNO. L’obiettivo del gruppo piemontese è di 80 mila tonnellate all’anno e per capire meglio basta un’occhiata all’impianto simile, quello costruito e attivo dal 2013 in provincia di Vercelli, a Crescentino.
Un progetto nato da una joint venture Biochemtex, società di ingegneria del gruppo Mossi Ghisolfi il fondo americano Tpg (Texas pacific group) e il leader mondiale dell’innovazione biotech, la danese Novozymes.
Lo stabilimento pioniere del Nord Italia, in ogni caso, va avanti con scarti di legno per produrre energia elettrica e non ancora con le canne coltivate, secondo la denuncia di Davide Bono e Mirko Busso (rispettivamente consigliere regionale del Piemonte e deputato del Movimento 5 stelle).

L'importazione via nave? Un paradosso green

Lavoratori del Sulcis in manifestazione.

Anche in Sardegna uno dei dilemmi che muovono i più ferventi oppositori è appunto quello della produzione in loco.
La lista dei detrattori è lunga.
In prima fila gli ambientalisti del Grig (Gruppo d’intervento giuridico). Anche se non è certo l’utilizzo dei campi per la produzione delle canne da trasformare in carburante.
I due filoni corrono paralleli: però l’importazione via nave suonerebbe come un paradosso green.
La denuncia è chiara: «Una follia, la fine di qualsiasi prospettiva di crescita, ma anche di mantenimento del settore agricolo sulcitano».
RISCHIO MONOCULTURA. Secondo i calcoli dell’associazione, per produrre il quantitativo di canne necessario servirebbero 5 mila ettari dedicati, pari all’attuale comparto irriguo del Sulcis, nella zona di Tratalias-Giba.
C’è poi la questione acqua: 5 mila metri cubi per ettaro, 25 milioni l’anno. Troppo, sostengono.
Il vero pericolo sarebbe quindi la monocultura che metterebbe addirittura a rischio produzioni doc come i vitigni del Carignano.
E già da mesi esprimono perplessità la scrittrice e candidata alle ultime elezioni regionali con 'Sardegna possibile', Michela Murgia, nonché l’onnipresente Mauro Pili - ex Popolo della libertà, ora deputato del movimento Unidos, già governatore di centrodestra della Sardegna.
«IL BIOFUEL È UNA BEFFA». A cui si aggiungono altri dubbi dal fronte dell’attuale opposizione: come il consigliere regionale Ignazio Locci (Forza Italia). «Il Sulcis», dice, «dovrebbe puntare su eccellenze del territorio: vino e carciofo spinoso. Non sulla beffa del biofuel».
Alle accuse risponde colpo su colpo uno dei sostenitori più fermi dell’impianto: Tore Cherchi, volto simbolo della politica nel Sulcis.
Attualmente delegato dal governo e coordinatore dell’omonimo Piano: uomo del Partito democratico, già presidente della Provincia, sindaco di Carbonia nonché deputato Pci negli Anni 80 e poi senatore Ds.
Per lui nessun dubbio: le canne si coltiveranno in zone marginali, non nei campi ad alta vocazione agricola e già impegnati.
Il Sulcis d’altronde è pieno di zone incolte e da bonificare. Dalla sua, poi, la motivazione che lascia poco spazio a repliche: qui c’è urgenza di posti lavoro.
IMPIANTO IN CANTIERE NEL 2015. E gli investitori puntano a mettere in cantiere l’impianto nel 2015.
Al momento c’è quindi l’ok del governo, quello della Regione e anche la benedizione dell’obiettivo Ue sui biocarburanti. Non è un caso infatti che si investa in questo settore, lo stesso gruppo Mossi e Ghisolfi prevede di aprire altri due impianti simili in Sicilia, a Gela.
Perché il bivio è pronto: o si produce o si compra. Entro il 2020, dicono da Bruxelles, almeno il 10% del carburante deve essere bio perché a bassa produzione di anidride carbonica.
Percentuale ambiziosa per tutti, ma soprattutto per l’Italia. E mancano appena 5 anni.

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