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INTERVISTA 24 Gennaio Gen 2015 0630 24 gennaio 2015

Valentino Parlato: «La sinistra non ha più idee»

Il Pd? «Un aggregato d'individui con interessi diversi». I ribelli? «Zero proposte». Napolitano? «Ha aiutato la destra». Un Parlato spietato a L43. Civati nella bufera.

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Cofferati lascia, Civati ci pensa, Fassina scalpita. Gianni Cuperlo, solitamente misurato, parla di una «mutazione genetica» in corso nel Partito.
Il Pd è vicino alla scissione? La domanda è tornata a farsi strada tra parlamentari e osservatori dopo la decisione del “Cinese” di uscire dal partito che l'ha portato prima a diventare sindaco di Bologna poi europarlamentare.
«Una mossa tardiva e inutile», dice a Lettera43.it Valentino Parlato, giornalista ed ex direttore del Manifesto di cui nel 1969 fu tra i fondatori.
CACCIATO DAL PCI NEL 1969. Uno che di scissioni, o meglio sarebbe dire di “radiazioni”, se ne intende. Fu espulso dal Pci in quello stesso anno, insieme a un nutrito e glorioso gruppo di dissidenti (Rossana Rossanda, Luigi Pintor, Aldo Natoli, tra gli altri), per aver criticato la posizione del partito rispetto all'invasione sovietica della Cecoslovacchia. Con loro diede vita a quello che per molto tempo è stato il quotidiano avanguardia della sinistra italiana.
Nulla a che vedere, dice, con quanto accade oggi nei corridoi del Nazareno. «Non ci sono idee, non c'è un'analisi della crisi. Questo partito non c'è più, non c'è più la sinistra. C'è solo un aggregato di persone portatrici di interessi diversi».

Valentino Parlato, fondatore del Manifesto (imagoeconomica).

DOMANDA. L'addio di Cofferati non rischia di far deflagrare le tensioni che ci sono già con la minoranza del partito?
RISPOSTA. Cofferati non è stato mai tanto col partito, è un distacco tardivo il suo. Lo fa quando il suo peso si è ridotto, ha meno credibilità, meno seguito. La trovo una cosa, forse esagero, ma un po' inutile.
D. Renzi non ne sembra preoccupato.
R. Certo, quella di Cofferati non è una scelta di grande efficacia. Ma questo partito è parecchio che si è dissolto, non c'è più. È un aggregato di persone con interessi diversi, non è più un partito. Da prima di Renzi aveva cessato di esserlo, con Renzi si è compiuto il processo. È un corpo che segue un leader, adesso questo leader è Renzi e Cofferati fa una mossa contro il leader.
D. Qualcuno, maliziosamente, sostiene anzi che il segretario ne sia sollevato.
R. Si, certo. E poi non credo che Cofferati abbia oggi un grande seguito, così come non ce l'hanno gli altri scontenti nel partito.
D. Si riferisce a Civati, Fassina, Cuperlo?
R. Non è che Fassina abbia detto, bravo Cofferati vado con lui.
D. Un piede dentro e uno fuori.
R. Se non c'è più un partito non ci sono più nemmeno le scissioni.
D. Qualcuno però nella sinistra Pd sta pensando a un soggetto politico nuovo sul modello di Syriza.
R. In Grecia e in Spagna l'hanno fatto, ma in Italia non mi pare ci siano le condizioni.
D. Ma serve un altro partito a sinistra della sinistra?
R. Ce ne sarebbe bisogno, certo, ma in Italia c'è una crisi politica e culturale molto seria. Una crisi che ha a che fare proprio con la scomparsa della sinistra. L'opposizione che Renzi ha dentro il partito non si esprime con delle proposte. Si limita a dire «non siamo d'accordo su questo», ma non ha una proposta alternativa alla politica di Renzi.
D. Nemmeno la destra ce l'ha.
R. Infatti non è un caso che ci sia una ripresa dei 5 stelle, l'unica opposizione. Non c'è più elaborazione teorica a sinistra, una piattaforma culturale di ricostruzione di un partito di sinistra. Tutti cercano di curare questa crisi ma senza averle fatto la diagnosi.
D. E cos'è questa crisi secondo lei?
R. È una crisi seria del capitalismo innanzitutto. Ma la sinistra ha smesso di fare analisi e perciò non sa come fronteggiarla.
D. In Europa però Renzi è riuscito a strappare maggiore flessibilità sui conti pubblici.
R. L'unica cosa che ha ottenuto Renzi è l'abolizione dell'articolo 18 che riduce l'importanza del lavoro.
D. Le “ricette” di Tzipras la convincono di più?
R. Andrebbe fatta, per dirla con gli economisti borghesi, una politica keynesiana, di spesa e di investimenti. Che non c'è.
D. Neppure nella legge di stabilità appena varata?
R. No, Renzi cerca di aggiustarsi momento per momento ma non ha un pensiero di medio periodo: nei prossimi quattro anni che succede? Del resto la sinistra non c'è più nemmeno in Francia, in Germania, dove c'erano partiti forti.
D. Ora c'è il partito della nazione.
R. Quando noi eravamo comunisti, ai tempi di Togliatti più che ai tempi di Berlinguer, era il Pci il partito della nazione, nel senso che era il partito della classe operaia, l'avanguardia della nazione. Ha mai sentito Renzi parlare di classe operaia? Al massimo ha detto: do 80 euro di sussidio ai lavoratori dipendenti.
D. Ma crede che la definizione di classe operaia sia adatta raccontare la realtà del lavoro, oggi?
R. Sì, anche se ci sono stati molti cambiamenti. Avevamo tante grandi industrie che non ci sono. Lì albergava la classe operaia. Oggi è tutto più frammentato, diviso, si lavora nei servizi, nel terziario ma la condizione dei lavoratori non è molto diversa. Solo che queste diverse nuove forme di lavoro non si sono ancora rappresentate come una classe.
D. Colpa del sindacato?
R. Certo, ma è una crisi complessiva del sistema politico. La forza della sinistra in fondo si basa sul marxismo, che era un'analisi della società. Oggi questa analisi non c'è.
D. Il Pd di Renzi non è di sinistra?
R. No.
D. È un partito democristiano?
R. Nemmeno. È un'aggregazione di interessi vari che poi vanno avanti anche con metodi illeciti, corruzione, imbrogli. Pensiamo al caso Roma, un segno di degenerazione.
D. E le primarie? Non trova siano un efficace strumento di partecipazione?
R. Sono una negazione del partito, perché il partito sceglie ma poi decidono quelli che non ne fanno parte. Il Pci di Togliatti non ha mai fatto le primarie: votavano gli iscritti, punto.
D. Che giudizio dà del novennato di Napolitano?
R. Napolitano si è formato in una scuola seria e importante, quella del partito comunista, all'interno del quale è sempre stato di destra. Si è mosso da presidente che sa fare politica, è stato molto interventista. Quando ha nominato Monti, quello è stato quasi un colpo di Stato.
D. Il governo Monti ha avuto la fiducia delle Camere.
R. Certo, Napolitano l'aveva imposto. Ma quanto è durato? Un anno.
D. Giudizio negativo anche su Napolitano, quindi?
R. Tutto sommato è stato un buon presidente, perché in una situazione di crisi era una delle poche teste ragionevoli. Ma le sue scelte hanno contribuito alla crisi della sinistra, perché ha spostato a destra l'orizzonte politico.
D. Un pronostico sul prossimo presidente?
R. Amato o Mattarella. Comunque una persona di non grande caratterizzazione. Perchè tutto è dominato dal patto del Nazareno.
D. Era necessario per riscrivere regole comuni.
R. Non c'era un patto tra Togliatti e De Gasperi, l'unico patto era il rispetto della Costituzione. E modificarla senza un vero dibattito aperto ma solo in base a un accordo di potere, un accordo segreto, come quello del Nazareno, non è una gran cosa.

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