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RIVOLTE 26 Gennaio Gen 2015 1400 26 gennaio 2015

Egitto, c'è il sangue di Shaimaa sulla Rivoluzione svanita

L'attivista morta è l'ultima foto della repressione: 23 omicidi nell'anniversario dei moti del 2011. Opposizione vietata. Partiti fuorilegge. Ma l'Ue guarda altrove.

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Piccoli cortei, qualche centinaio di manifestanti, non di più. Poche decine in una piazza Tahrir blindata, a quattro anni dall’anniversario della Rivoluzione soffocata.
Tra loro ancora 23 morti, troppi, e un centinaio i feriti per mano di un regime che ha riportato l’ordine in Egitto, dialoga e fa molti affari con l’Occidente.
Ma, evidentemente, ha una paura enorme degli attivisti che, inermi, vanno incontro alla morte.
Tra le vittime dell’ultima strage di manifestanti al Cairo c’è la 33enne Shaimaa el Sabag, non una supporter islamista dei vituperati Fratelli musulmani, estromessi dal potere dopo Legislative democratiche e banditi organizzazione terroristica come l'Isis.
MINORANZE REPRESSE. Morta tra le braccia di un uomo che la soccorreva mentre deponeva una rosa a Tahrir, Shaimaa non portava il velo.
Era la dirigente di Alleanza popolare socialista, tra le piccole formazioni di sinistra che, in nome del laicismo, il 3 luglio 2013 appoggiarono il golpe soft dei militari, sperando in Abdel Fattah al Sisi come uomo del cambiamento.
C’erano i fuochi d’artificio, a piazza Tahrir, il giorno dell’entrata nel Palazzo presidenziale e della cattura del presidente eletto, ma inesperto, Mohamed Morsi. I laici e liberali temevano il crac dell’Egitto e l’imposizione della sharia.
Due scenari evitati, ma non democraticamente e neanche pacificamente.
MUBARAK RIABILITATO. Il presidente cacciato dai moti del 25 gennaio 2011, Hosni Mubarak, è stato assolto da una serie di accuse e si prepara a essere rilasciato come i figli.
E, per conservare l’ordine, i militari sparano anche contro le minoranze che li avevano appoggiati, mentre intorno all’Egitto sono in corso altre contro-rivoluzioni.
Ha ancora senso parlare di Primavera araba e di Rivoluzione di piazza Tahrir, nel 2015?

Anniversario vietato per lutto, spari sull’opposizione laica e islamica

Sostenitrice dell'ex generale Abdel Fattah al Sisi.

Shaimaa avrebbe dovuto diventare la Neda (l'iraniana uccisa durante le proteste post-elettorali del 2009) egiziana.
La Mohamed Bouazizi donna che, come l’eroe tunisino della Rivoluzione dei gelsomini, riaccendeva le rivolte di Tahrir.
Invece la tragica morte per l’ennesima pallottola «di gomma», negata dalla polizia, è passata nel silenzio quasi generale, come quella della 17enne uccisa, il 23 gennaio, al termine del venerdì di preghiera negli scontri tra i supporter dei Fratelli musulmani e la polizia.
Da indiscrezioni da fonti di sicurezza, un’altra ragazzina di 11 anni sarebbe rimasta «gravemente ferita» nella repressione dei cortei, in corso fino al weekend dell’anniversario. Ma della sua sorte non si è più saputo nulla.
APPUNTAMENTO IGNORATO. Il lutto, nel mondo islamico, per la morte del re saudita Abdullah, è caduto a pennello per cancellare le celebrazioni ufficiali dei quattro anni dalla Rivoluzione.
L’Europa è stata travolta dalla vittoria anti-austerity del greco Alexis Tsipras. E, anche se avessero voluto, i Fratelli musulmani, il Fronte salafita e i secolaristi del Movimento del 6 aprile (le maggiori sigle dell’opposizione, non tutte) non avrebbero potuto trovare né la forza di dimostrare in massa, né l’ascolto internazionale.
In un anno e mezzo di governo monocolore al Sisi - il generale ministro alla Difesa eletto capo di Stato - migliaia, secondo le denunce delle minoranze, tra attivisti e dissidenti sono stati uccisi. Altri imprigionati.
OPPOSIZIONE VIETATA. Il maggiore partito politico del Paese, la Fratellanza musulmana, è stato dichiarato fuorilegge, equiparato ai jihadisti dello Stato islamico.
Le università e i centri di cultura islamica sono stati infiltrati e presidiati dai contractor dei servizi segreti. Le manifestazioni, prima tra tutte le occupazioni di piazza Rabaa e al Nahda - almeno 600 morti nell’agosto 2013 - sono state represse nel sangue, una dopo l'altra.
Piazza Tahrir e le maggiori arterie cittadine sono blindate dall’esercito e dalle forze dell’ordine, non solo nel giorno dell’anniversario delle rivolte.

Repressione in nome della stabilità: l’Occidente scarica la Primavera

Gli egiziani che chiedono libertà di parola sfilano ogni settimana come fantasmi, sanno di essere bersagli umani.
Archiviato il tam tam della Primavera araba, dei diritti palesemente violati non importa granché all’Occidente: il 2015 è l’anno delle stragi jihadiste in Francia, l’11 settembre europeo che chiede una risposta forte.
Come i discussi sauditi, al Sisi ha inviato una sua delegazione a Parigi, al corteo contro il terrorismo. «Abbiamo bisogno di una rivoluzione religiosa e morale. Alcuni hanno mal compreso l'islam», ha dichiarato, trovando consenso in patria e all’estero.
Gli egiziani hanno paura della deriva jihadista, nel Sinai e alla frontiere libiche. E con i petrodollari sauditi, i militari hanno potuto promettere investimenti strutturali e rilancio economico.
SISI COME MUBARAK. Per l’Europa, gli Usa e anche Israele, poi, il ritorno dei generali-faraoni rappresenta un argine - il più efficace e massiccio - all’estremismo islamico dilagante nei Paesi arabi: il male minore, come, per 30 anni, lo è stato Mubarak.
Se la repressione alimenta la radicalizzazione, è secondario: l’Europa, e in primis l’Italia, aspira a essere il primo partner commerciale dell’Egitto. E anche gli Stati Uniti hanno ripreso a inviare armi al Cairo.
Dal novembre 2013, una legge dei militari ha, de facto, proibito gli assembramenti. Ogni raduno con più di 10 persone richiede l’approvazione, con tre giorni di anticipo, del ministero dell’Interno.
Altrimenti le forze di sicurezza egiziane hanno l’ordine di reprimere, come per l’ultimo anniversario di piazza Tahrir saltato per lutto. Gli assembramenti vicino ai luoghi di culto sono, in ogni caso, vietati.
ISLAMICI E LAICI RIUNITI. Uno stato d’emergenza prolungato contro i Fratelli musulmani che ha finito per colpire tutti.
Anche nel 2014, le proteste per il 25 gennaio fecero più di 40 morti. Piccoli cortei chiedono, un anno dopo, «pane, libertà e giustizia sociale», «morte ad al Sisi e al potere militare».
Islamici e laici sembrano unirsi di nuovo, in difesa delle minoranze e «degli 800 martiri del 2011».
Ma in piazza Tahrir il filo spinato ha sostituito i fuochi a festa. Le pallottole volano contro le molotov e potrebbe essere troppo tardi per la Rivoluzione.

Twitter @BarbaraCiolli

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