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ANALISI 26 Gennaio Gen 2015 1700 26 gennaio 2015

Libia, l'occasione persa non deve scoraggiarci

Sfumato il primo tentativo di aprire un tavolo negoziale. Ora serve un'azione internazionale concertata.

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Khalifa Haftar, ex colonnello libico.

L’eccidio di Parigi, il suo significato, le sue cause e le sue implicazioni politiche e sociali, continuano a dominare il dibattito nazionale ed europeo.
Mi sembra giusto che così avvenga per l’importanza di questa problematica per il futuro del nostro stesso Paese e dell’intera Europa.
Viviamo infatti l’inevitabilità di una progressiva dilatazione della sua componente islamica e saggezza vorrebbe l’affermazione di una convivenza nel segno dell’apertura alle diversità, nel rispetto di un codice di condotta regolato in base alla discriminante dei principi negoziabili e di quelli non negoziabili.
E mi auguro che questo confronto continui anche nella eco che stiamo registrando nel corrispondente dibattito in atto nel mondo islamico, a casa nostra e nell’area a noi più vicina.
NON TRASCURIAMO IL FANATISMO. Ritengo pure che questo dibattito non debba distrarre da quanto sta avvenendo nei Paesi in cui il fanatismo islamico costituisce una minaccia incombente o potenziale: dal Nord Africa al Medio oriente e al Golfo - con l’esplosiva crisi yemenita - dove lo strumentale scontro settario tra sunniti e sciiti si sta temibilmente acuendo assieme a quello intra-sunnita e dove l’Occidente non sta proprio dando il meglio di sé, dei suoi sbandierati valori e della sua lungimiranza politico-militare e diplomatica.
Non voglio però considerare la triste dinamica siriana e irachena né quella del temibile Stato islamico, né la deriva autoritaria di al Sisi in Egitto.
IL DIBATTITO SULLA LIBIA È CENTRALE. Penso piuttosto alla Libia, a noi vicinissima e di grande rilevanza: per i rischi della sua dinamica interna - caduta nel buco nero di un’instabilità alla somala e fonte di un incontrollabile flusso migratorio (già oggi imbarco di oltre l’80% di migranti che raggiungono le nostre coste) nonché punta avanzata (Derna) della minaccia terroristica dell’Isis attraverso Anasr al Sharia - come per le opportunità che offre, dalla strepitosa ricchezza di riserve energetiche all’enorme potenziale di domanda infrastrutturale e di ricostruzione che potrebbe aprirsi per il nostro sistema produttivo. In una prospettiva di pacificazione naturalmente.
I MERITI DEL GOVERNO ITALIANO. In quest’ottica dobbiamo riconoscere al governo italiano il merito di aver mantenuto la barra dritta su una posizione dialogante, se non proprio di sostanziale equidistanza, tra e con i principali protagonisti del conflitto, e di aver operato in stretta sintonia con le Nazioni Unite in funzione di una soluzione politica.
Posizione affatto scontata soprattutto quando si è venuta a creare la paradossale e conflittuale realtà di due governi e due parlamenti reclamanti legittimità.
UN PAESE E DUE PARLAMENTI. L’uno, riconosciuto internazionalmente, ma sciolto l’estate scorsa da una sentenza della Corte suprema, rifugiatosi a Tobruk e associatosi alle milizie dell’opaco (a dir poco) generale Haftar, ex comandante di Gheddafi.
L’altro, riesumato dal 2012 e ribattezzato Congresso generale nazionale (Gnc) che con le sue milizie islamiche controlla Tripoli, Bengasi e Misurata. E attorno una miriade di milizie locali tra le quali spiccano quelle dei Tuareg e dei Tebu al Sud e la già ricordata Derna a Est.

Obiettivo: portare le due fazioni al tavolo negoziale

Il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni.

Ebbene in questa dinamica caotica, sembrava profilarsi un’ipotesi di micro-sbocco costruttivo all’azione avviata mesi addietro dal Rappresentante Onu in loco, Bernardino Leon, col supporto di un gruppo euro-americano (Francia, Germania, Italia, Regno Unito, Spagna più Ue con l’Alto rappresentante Mogherini) mirante a portare a un tavolo negoziale i due principali agglomerati in lotta.
Dopo i vagiti del settembre scorso quest’azione stava portando a due risultati, ancora fragili, ma importanti: l’accettazione di una tregua, da parte del raggruppamento “islamico” prima e da quello di Tobruk poi, e l’adesione a una road map per la formazione di un governo di unità nazionale da definire in prosieguo.
UN PASSO NELLA GIUSTA DIREZIONE. È vero che non avevano aderito alla tregua le altre fazioni e che il Gnc aveva condizionato la sua partecipazione al tavolo solo se si fosse tenuto in Libia e non a Ginevra, diversamente dalla sua componente di Misurata che l’aveva sottoscritto.
Ma si considerava che il ribadito impegno del Gnc a negoziare fosse comunque un passo nella direzione giusta, imperniato sul principio della soluzione politica (e non più militare). Finalmente, dopo gli oltre 600 morti lasciati sul terreno e il baratro di un “ fallimento” pernicioso per tutte le parti, ciascuna incapace di vincere “definitivamente” sul principale avversario e costretto a fare i conti col nugolo delle altre milizie operanti sul territorio.
LA VIOLAZIONE DELLA TREGUA. Ma questo tenue spiraglio si è richiuso bruscamente dopo che il generale Haftar ha preso il controllo, manu militari, della succursale di Bengasi della Banca centrale la cui dirigenza era riuscita fino a quel momento a preservare una sostanziale neutralità.
Una violazione della tregua; una mossa azzardata, foriera di derive pesanti e la conseguenza immediata di escludere la partecipazione del Gnc al tavolo negoziale, nemmeno se tenuto in Libia. Forse voluta proprio per far franare la costruzione negoziale di Leon, sponsorizzata dal Gruppo euro-americano e imperniata su uno schema di governo di unità nazionale, inclusivo dunque dell’agglomerato islamico.
Fors’anche incoraggiata da qualcuno dei Paesi, penso all’Egitto ma non solo, che sostengono la logica bellica di questo personaggio, ormai di fatto responsabile militare del area politico-governativa di stanza a Tobruk. Lo si vedrà nei prossimi giorni.
SERVE UNA FORTE PRESSIONE INTERNAZIONALE. Ci si interroga al riguardo sulla decisione americana di sollecitare i propri cittadini ad abbandonare la Libia, quasi a lasciar pensare a un’imminente escalation militare che se dovesse aver luogo avrebbe conseguenze davvero disastrose. Mentre è forte il richiamo alla responsabilità rivolto alle parti dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, corredato, quel che più conta, dalla minaccia di sanzioni per quanti ostacoleranno gli sforzi in atto per dare al Paese una transizione capace di ristabilire pace e stabilità. E sfuma il rilievo della convergenza emersa il 19 gennaio tra i ministri degli Esteri dell’Ue e Nabil El-Araby, segretario generale della Lega araba.
Servirebbe una forte e ben diretta pressione internazionale, ma ve ne sono le condizioni? Il nostro ministro Gentiloni dimostra fermezza e lucidità ma di certo non basta.

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