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INCHIESTA 26 Gennaio Gen 2015 0630 26 gennaio 2015

Lobby, così i regimi repressivi si rifanno il look

Dal kazako Nazarbayev al bengalese Hamid. Si puliscono l'immagine. Pagando società di lobbying con sede in Ue. Il Corporate Observatory: «Una vergogna».

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da Bruxelles

Non sono solo le banche o le multinazionali a voler avere voce in capitolo nel processo politico e legislativo dell'Unione europea.
Basta guardare la lista dei clienti delle più grandi società di Pubbliche relazioni (Pr) che lavorano a Bruxelles per capire che tutti hanno un lobbista nella capitale europea.
Come disse però nel 2011 il fondatore e presidente della società di consulenza Bgr Gabara: «Madre Teresa di Calcutta non sarà mai una nostra cliente, perché non ha bisogno dei nostri servizi».
In fondo, «se qualcuno è disposto a spendere soldi per curare le relazioni con i media, è perché ha un problema da risolvere».
PROBLEMI D'IMMAGINE PER I REGIMI. E di problemi i Paesi autoritari ne hanno più di uno. A partire da quello di immagine. Un rapporto pubblicato il 20 gennaio dal Corporate Europe Observatory (Ceo, l'associazione no profit che da 20 anni denuncia la mancanza di trasparenza delle lobby che ruotano intorno alle istituzioni europee) ha messo in luce come i dittatori e i regimi repressivi «tra i più brutali al mondo» stiano pagando società di pubbliche relazioni e lobbisti con base a Bruxelles per promuovere le proprie attività.
E soprattutto “mascherare” o anche solo derubricare i crimini di guerra e le violazioni dei diritti umani per i quali sono accusati.
18 CASI NEL MONDO. 'Spin doctors per gli autocrati: come le società di Pr europee ripuliscono l'immagine dei regimi repressivi' è il titolo del rapporto Ceo che contiene 18 casi di società di consulenza e lobbisti al servizio di regimi repressivi in Paesi come il Qatar, il Benin, la Repubblica democratica del Congo, la Costa d'Avorio, l'Etiopia, Israele, il Kazakhstan, il Bahrain, il Kenya, l'Ucraina, la Nigeria, l'Azerbaigian, il Bangladesh, il Rwanda, la Russia, la Georgia e gli Emirati Arabi Uniti.

Il nigeriano Goodluck Jonathan deve ripulirsi la reputazione

Sfogliando le 60 pagine del rapporto, tra coloro che hanno bisogno di una nuova reputazione c'è certamente il presidente nigeriano Goodluck Jonathan, che dopo la gestione catastrofica delle violenze perpetrate dall'organizzazione terroristica jihadista Boko Haram e in vista delle elezioni di febbraio 2015 si è messo nelle mani degli spin doctors Levick.
La società americana, oltre a seguire la sua campagna elettorale, ha cercato di migliorare la copertura mediatica sugli sforzi del governo nigeriano per liberare le 219 studentesse rapite dal gruppo di fondamentalisti. Il tutto, come riferito dal Los Angeles Time, alla “modica” cifra di 1,2 milioni di dollari.
Famosa è però anche la collaborazione con la londinese Bell Pottinger, che vanta la propria esperienza soprattutto nella gestione delle campagne elettorali come quella per la rielezione di Jonathan nel 2011.
IL KENYA SI FA IL MAKE UP. Ad aver richiesto un 'make up mediatico' è anche il candidato presidenziale per il Kenya Uhuru Kenyatta. Accusato dalla Corte penale internazionale di crimini contro l'umanità, ha assunto una società di pubbliche relazioni Btp per screditare la Corte penale durante la sua campagna elettorale.
Secondo il Registro per la trasparenza dell'Ue, GPlus è subappaltata dalla società londinese Portland per fare lobbying a favore del Rwanda.
Tra gli argomenti su cui si concentra il lavoro della società a Bruxelles c'è il 20esimo anniversario del genocidio e la questione sulla regolamentazione del commercio dei minerali da conflitto.
GRANA UCRAINA PER LA RUSSIA. Nelle mani della società GPlus (con sedi a Bruxelles, Londra, Parigi e Berlino) si è messa la Russia, non solo per curare le relazioni dell'azienda Gazprom, ma anche per gestire - direttamente da Bruxelles - la crisi Ucraina.
Così mentre l'Unione europea imponeva dure sanzioni economiche alla Russia per l'annessione militare della Crimea, il Cremlino pagava la società GPlus - che conta tra i suoi dipendenti numerosi ex portavoce della Commissione europea - per svolgere attività di lobbying e di comunicazione politica sui rischi legati al commercio di gas della Russia e alla sua posizione rialzista sull'Ucraina.
EX FUNZIONARI CONSULENTI. Come riporta Ceo, tra i dipendenti della GPlus c'è Hans Kribbe, consulente senior per il servizio stampa del presidente russo ed ex funzionario della Commissione europea; Gregor Kreuzhuber, a capo della task force che lavora per Gazprom, in precedenza è stato un portavoce dell'esecutivo europeo, oltre che consigliere politico di due commissari europei. Peter Witt, invece, anche lui consulente senior Gplus è l'ex ambasciatore tedesco presso l'Ue.

Viaggi di lusso e comitati consultivi formati dagli ex premier europei

Tony Blair con l'autocrate kazako Nursultan Nazarbayev.

Ma i regimi autoritari non si rivolgono solo a società di consulenza rodate. Sempre nella capitale europea, per esempio, da novembre 2014 c'è un nuovo think tank Eurasian Council on Foreign Affairs (Ecfa), che il quotidiano Astana Times ha definito «indipendente». Secondo l'Intelligence online, invece, è finanziato dal ministero degli Esteri del Kazakhstan.
Per Nursultan Nazarbayev (presidente dal 1991) lavorano inoltre numerose società di comunicazione e sono stati reclutati come suoi consiglieri politici ex leader europei come Romano Prodi, Gerhard Schröder e Tony Blair. Il Comitato consultivo internazionale voluto da Nazarbayev e fondato nel 2010 ha l'obiettivo di «promuovere l'immagine del Kazakhstan a livello internazionale», ed è un vero e proprio club di ex primi ministri.
ANCHE PRODI ALLA CORTE DI NAZARBAYEV. Guidato dall'ex cancelliere austriaco Alfred Gusenbauer, oltre a Prodi, Schröder e Blair, conta anche l'ex ministro degli Esteri spagnolo e già commissario europeo Marcelino Oreja Aguirre, l'ex presidente polacco Aleksander Kwasniewski e l'ex ministro dell'Interno tedesco Otto Schily. Personalità di fama internazionale che ogni anno si riuniscono più volte nella capitale Astana per fare il punto.
Nel settembre 2014 la società Bgr Gabara ha elencato solo tre clienti nel Registro per la trasparenza dell'Ue per il periodo 2012-2013: i governi di Kazakhstan, Mauritius e Bangladesh. Il contratto con il Kazakhstan risale al 2010, per un costo mensile di 45 mila dollari, ma il fondatore Ivo Ilic Gabara ha fatto sapere che ora è terminato.
AL SERVIZIO DI BANGLADESH E AZERBAIGIAN. La Bgr Gabara con sede a Londra e Bruxelles lavora anche in rappresentanza del governo di Dacca guidato da Abdul Hamid e secondo quanto risulta a Ceo si occupa di gestire la sua immagine internazionale offuscata dalle condanne a morte di diversi membri importanti dei partiti di opposizione islamici.
Nel rapporto non mancano poi i «gruppi di facciata» come The European Azerbaijan Society, che lavora per la dittatura sempre più repressiva di Azerbaigian, la quale, a quanto risulta a Ceo, «finanzia viaggi sontuosi per i politici europei, mentre fa imprigionare giornalisti e attivisti».
HOTEL E LIMOUSINE OFFERTI DALLA CINA. A confermare quanto riportato dallo studio è stato anche l'ex eurodeputato austriaco Hans-Peter Martin, che ha pubblicato tutte le richieste di appuntamento fatte dai lobbisti e le offerte di regali ricevute, che andavano da viaggi di lusso gratuiti in Azerbaigian e Cina, a cene di gala, a test drive. Tra questi uno comprendeva il soggiorno in un hotel a cinque stelle con uso della limousine, per gentile concessione del governo cinese.
Nel rapporto si legge anche che la società Burson Marsteller ha condotto una campagna per conto del vecchio regime ucraino per screditare il leader dell'opposizione Yulia Tymoshenko imprigionata dal regime. Il Centro europeo per una Ucraina moderna (European Center for a Modern Ukraine), un gruppo di pressione con sede a Bruxelles, ha invece nascosto i suoi stretti legami con il regime di Yanukovych, ma allo stesso tempo ha firmato contratti multimilionari con diverse società di Pr negli Stati Uniti per rappresentare l'ex partito di governo ucraino, nonostante nel Registro europeo delle lobby dichiari una spesa di appena 10 mila euro.

Gli affari più importanti si fanno a Londra

La stretta di mano tra il presidente russo Vladimir Putin e il capo dello Stato dell'Ucraina, Petro Poroshenko.

Il Ceo stima che ci siano tra i 15 e i 25 mila lobbisti professionisti a Bruxelles. La maggior parte rappresentano gli interessi delle multinazionali, ma ora sono sempre più in prima linea quando si tratta di “ripulire” l'immagine a livello politico e mediatico dei governi autoritari, ai quali non basta più il lavoro svolto dalle proprie ambasciate. Per gestire tutte le complessità della diplomazia moderna hanno bisogno di squadre specializzate.
Il rapporto mostra come Londra sia una sorta di centro globale di «lavaggio della reputazione», tanto che le aziende che fanno questo lavoro sono soprannominate 'lavanderie di Londra”. Ma anche Berlino e Parigi svolgono un ruolo importante.
AINGER: «UN ATTACCO ALLA DEMOCRAZIA». «Per i dittatori e criminali di guerra la scomparsa di persone durante la notte, la tortura dei dissidenti, l'eliminazione degli avversari politici e l'uccisione dei manifestanti potrebbero essere fatti in una giornata di lavoro», ha detto il giornalista freelance Katharine Ainger, autore del report per Ceo. «Ma il fatto che queste persone stiano pagando le società di Pr europee e i lobbisti per minimizzare i loro crimini, senza alcun tipo di responsabilità, è un atto vergognoso alla democrazia in Europa».
Spesso però quando si fa politica e comunicazione la vergogna non è presa in considerazione, come ha dimostrato Ainger citando le parole del fondatore di Burson Marsteller, Harry Burson, ormai 90enne.
BURSON: «ARGENTINA, L'UNICO ERRORE». Nonostante la sua azienda abbia servito alcuni dei clienti più controversi della storia degli ultimi 60 anni - come riportato dal magazine Pr Week tra questi ci sono il governo nigeriano coinvolto nel genocidio durante la guerra del Biafra, la giunta argentina dopo la scomparsa di 35 mila civili, il governo indonesiano dopo i massacri a Timor Est, il dittatore rumeno Nicolae Ceausescu e la famiglia reale saudita – Burson ha ammesso sia stato un errore lavorare per solo uno di questi personaggi: la giunta argentina.
«Il nostro lavoro è stato economico, lo abbiamo fatto per aiutarli a pagare i loro debiti. Non era politica, ma sì, è stato un errore», ha ammesso. Meglio tardi che mai? Forse questa volta non bastano le parole, per quanto a usarle sia proprio un guru della comunicazione.

Twitter: @antodem

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