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TERRORISMO 29 Gennaio Gen 2015 0600 29 gennaio 2015

Libia, lo Stato islamico mette Tripoli nel mirino

L'Isis penetra nella capitale libica. E minaccia di arrivare in Europa coi barconi. Ma deve fare i conti con le cosche. Che controllano il traffico di esseri umani.

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Tre attacchi rivendicati a Tripoli, altri a Tobruk, le due sedi dei governi libici.
Una città, Derna, proclamata Califfato. E la minaccia targata Isis (su un testo dall’autenticità inverificabile), di «portare l’inferno nei Paesi del Sud Europa, attraverso i barconi dei migranti».
Sull’ultimo attentato all’Hotel Corinthia di Tripoli - 12 morti, fra i quali cinque stranieri e i quattro attentatori - c’è molto buio e, probabilmente, si farà pochissima luce.
Né il governo autoproclamato nella capitale, né l’esecutivo fuggito a Tobruk sembrano in grado di ricostruire l’accaduto.
DUE GOVERNI SI LITIGANO LA LIBIA. Dalla confusione trapela che nessuno dei due governi che si litigano la Libia controlli bene il territorio.
Il cancro dell’Isis si infiltra e si espande nelle aree sfuggite al comando dell’esercito e delle amministrazioni nazionali. È accaduto con le rivolte in Siria, quando il regime ha perso parti consistenti di territorio.
Sta accadendo in Libia dove, dal 2014, cresce il numero di combattenti dalla Siria e dall’Iraq, di ritorno e verso l’ex Jamahiriyya di Muammar Gheddafi. Per dirla con le parole dell’americana Cnn, «il Califfo Abu Bakr al Baghdadi sta investendo molto in Libia».
LA JIHAD TROVA TERRENO FERTILE. Una terra fuori controllo dove, oltre alle basi dell’Isis, i jihadisti di Ansar al Sharia guidano Bengasi, seconda e semidistrutta città del Paese. E dove albergano le cellule di al Qaeda nel Maghreb (Aqim) e decine di altri gruppi di estremisti islamici.
L'allerta è alta. L’unico argine è un accordo in extremis ai negoziati di Ginevra, tra i due governi litiganti, così da far scattare un intervento internazionale.
Ma senza un referente istituzionale in Libia, la Nato non si muove. E nell’immobilità quanto è esposta l’Italia, e quindi l’Europa?

Tunisia, Algeria, Medio oriente: il flusso dei foreign fighter in Libia

Il fumo provocato dall'esplosione dell'autobomba all'hotel Corinthia di Tripoli.

Caduto Gheddafi, è andata sempre peggio. Le prime elezioni democratiche del 2012 sono state vanificate dalla lotta tra milizie, per impossessarsi dei soldi e del potere.
Di frammentazione in frammentazione, si è arrivati al proliferare dei gruppi jihadisti e infine all’Isis: combattenti stranieri da «Tunisia, Siria, Algeria ed Egitto» sono stati citati, negli ultimi mesi, dai media locali, in aggiunta ai jihadisti libici di ritorno.
L’intelligence Usa ha lanciato l’allarme sui campi d’addestramento per jihadisti, spuntati nell’Est del Paese in mano all’Isis e ad Ansar al Sharia. E altri campi segreti si troverebbero, nel Sud, in mano agli estremisti islamici in fuga dalla guerra in Mali.
PAESI CONFINANTI A RISCHIO CONTAGIO. «Il pericolo è, in primo luogo, per la Libia e per gli Stati limitrofi», spiega a Lettera43.it Mattia Toaldo, esperto dell’area all'European Council on Foreign Relations (Ecfr) di Londra.
«Nel Paese si condensano numerosi e crescenti elementi di preoccupazione. A Tripoli, fino a dicembre, la situazione era tranquilla, ora sta sensibilmente peggiorando. La sensazione è che la divisione tra i due governi alimenti i vuoti riempiti dall’Isis e da altri gruppi». Con una Libia simile alla Somalia o alla Siria, la «deriva può facilmente espandersi ai Paesi confinanti di Algeria e Tunisia».
A TUNISI SI MOLTIPLICANO I FOREIGN FIGHTER. Algerini, come i fratelli Kouachi della strage alla rivista Charlie Hebdo, erano il combattente dell’Isis Younis Djilali Mansour, ucciso a dicembre a Bengasi, e Mokhtar Belmokhtar, superterrorista dell’Aqim e mente, nel 2013, della strage di In Amenas.
«La Tunisia che ospita milioni di rifugiati libici è invece anche il Paese con più foreign fighter, combattenti stranieri dell’Isis», precisa l’analista, «con il deteriorarsi della situazione, flussi e commistioni non potranno che aumentare. In questo senso, pure la Turchia, è esposta».

Da al Qaeda all'Isis: i 'cani sciolti' che colpiscono Tripoli

Le forze di sicurezza libiche attorno all'hotel Corinthia di Tripoli.

Meno realistica è l’infiltrazione dell'Isis nei barconi dei migranti. Usarli è una minaccia ricorrente in Libia, lo faceva anche Gheddafi.
In realtà, spiega Toaldo, il «traffico di esseri umani, e dopo la guerra del 2011 anche di armi e di droga, è saldamente in mano alla criminalità locale, che non ha bisogno dei soldi dello Stato islamico», precisa l’esperto.
Spesso l'infiltrazione è riconducibile a gruppi di «beduini berberi e tuareg, non arabi»: per l’Isis, dunque, sarebbe come andare a toccare gli interessi dei clan, il conflitto potrebbe essere anche etnico. Senza un’alleanza, politica e criminale, tra al Baghdadi e i gruppi che controllano i grandi traffici, lo Stato islamico difficilmente avrebbe la meglio.
Basta comunque che i jihadisti penetrino a Tripoli per far tremare l’Europa.
I DUBBI SULLA RIVENDICAZIONE. L’attacco del 27 gennaio al più lussuoso albergo della capitale, sul rinomato lungomare, è stato rivendicato, secondo il quotidiano libanese Daily Star, dal Califfato di Derna. L’obiettivo sarebbe stato fare pagare - uccidendo «diplomatici stranieri» - la morte in carcere, il 2 gennaio scorso negli Usa, del qaedista Abu Anas al Libi. Ma da Malta, dove sono riparati migliaia di libici, altre fonti hanno attribuito l’attacco a un gruppo armato che avrebbe avuto come target il premier rivale Omar al Hassi, alleato con gli islamisti.
Dai media libici, infine, sono filtrati altri dati contrastanti sul commando e sulle vittime. «Al Corinthia stazionavano tutti. C’erano al Hassi e membri del suo governo, usciti illesi dal retro. E c’erano gli stranieri sequestrati e uccisi, incluso il contractor americano morto», racconta Toaldo, «però i morti non sono i “diplomatici stranieri” del tweet della presunta rivendicazione».
ATTACCO VICINO ALL'AMBASCIATA ITALIANA. L’ambasciata italiana - unica sede diplomatica europea rimasta aperta oltre a quella ungherese - si trova a pochi passi dal grand hotel assaltato. Quanto è sicuro restare in Libia, se anche il governo islamista di Tripoli è colpito nel suo fortino dai fondamentalisti?
L’attacco è avvenuto con una modalità da attentatori suicidi: un’autobomba esplosa nel parcheggio, poi il commando è entrato e infine si è fatto saltare in aria, prima della cattura. Ma i terroristi si sono presentati muniti di zainetto, a volto scoperto come dei dilettanti. «Potrebbero essere foreign fighter dalla Siria, criminali locali pagati in appalto dall’Isis o anche cani sciolti che hanno agito di loro sponte», conclude l'analista. «Come a Parigi, la rivendicazione dello Stato islamico potrebbe essere solo successiva».

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