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INTERVISTA 29 Gennaio Gen 2015 1455 29 gennaio 2015

Toni Negri: «Erri? Un prigioniero politico»

Toni Negri a L43: «Non possono condannarlo per una frase. Cos'è? Reato d'opinione?». L'ex leader di Autonomia operaia difende lo scrittore napoletano.

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Un intellettuale a processo per una frase. Istigazione a delinquere, è questo il capo d'accusa che pende sulla testa di Erri De Luca, reo di aver sostenuto che fosse giusto sabotare la Tav. E mentre il dibattimento si è aperto il 28 gennaio al tribunale di Torino, si moltiplicano le voci in difesa dello scrittore napoletano e della sua libertà d'espressione.
Così, «Je suis Charlie» è diventato «Je suis Erri», e sono in tanti a chiedersi come nel 2015 sia possibile essere processati per aver espresso un'opinione personale.
CASO MORO: NEGRI FU ACCUSATO DI ESSERE MANDANTE MORALE. «Spero che a Erri non capiti quello che è successo a me e che sia immediatamente assolto», dice a Lettera43.it Toni Negri, il più noto dei 'cattivi maestri' italiani, fondatore di Autonomia operaia. Il 7 aprile 1979, quando era docente di Filosofia politica a Padova, fu arrestato con l'accusa di essere l'ideologo delle Brigate rosse e il mandante morale dell'omicidio del presidente della Dc Aldo Moro. Per oltre quattro anni fu sottoposto al carcere preventivo, poi condannato ad altri 12.
«LA LIBERTÀ D'ESPRESSIONE È ASSOLUTA». Per lui la libertà d'espressione «è una libertà assoluta», ed «è solo nel rapporto diretto tra parola e azione» che può formarsi un reato punibile.
Oggi, a 81 anni e dopo averne scontati 10 anni di detenzione (quattro in regime di semilibertà), è scrittore e docente alla Facultad Libre de Rosario, a Santa Fe, in Argentina.
Vive a Parigi, dove era già fuggito nel 1985, ottenendo il diritto d'asilo grazie alla Dottrina Mitterrand.


Toni Negri (©ImagoEconomica).

DOMANDA. È giusto processare un intellettuale per le sue parole?
RISPOSTA.
Penso che questo riguardi tutti i cittadini, non semplicemente uno scrittore o un intellettuale. La libertà d'espressione è una libertà assoluta.
D. E ancora deve essere difesa?
R.
Io vivo in Francia e ho assistito fino a pochi giorni fa a un continuo di manifestazioni nelle quali «Je suis Charlie» era proclamato non solo da intellettuali del pensiero o del disegno, ma era entrato nella discussione pubblica e nella manifestazione pubblica, diventando una dichiarazione che riguardava il profondo dell'anima europea, più che francese.
D. Qui in Italia «Je suis Charlie» è diventato «Je suis Erri». Cosa ne pensa?
R.
Non ho la misura del clima attorno al processo di Torino, ma penso che si tratti di una dichiarazione che ha una grande legittimità.
D. Il reato di istigazione a delinquere, fin tanto che riguarda delle parole, è ingiusto?
R.
Io sono stato condannato per istigazione all'insurrezione e penso che fosse un'accusa completamente piantata per aria. Non solo perché l'incitamento all'insurrezione non c'era stato, ma anche da un punto di vista giuridico e concettuale.
D. Cosa intende?
R.
È solo nel rapporto diretto tra la parola e l'azione che una fattispecie giuridica può formarsi. Non esiste, al di là di quella che è l'incriminazione del pensiero, la possibilità di determinare una fattispecie penale se questa non è legata direttamente all'azione.
D. E in questo caso specifico?
R.
Non credo che Erri De Luca sia andato fisicamente in Val di Susa a battersi fisicamente contro la polizia o i guardioni della valle. Ha solo espresso un parere personale, che peraltro è largamente diffuso.
D. Ha partecipato ad alcune manifestazioni, ma non è mai arrivato allo scontro con le forze dell'ordine.
R.
Credo ci sia un diritto di resistenza che si impone a un certo punto. Il limite non sta a me definirlo, ma non lo si può nemmeno stabilire semplicemente con la legge, ma all'interno di un rapporto di valutazione civile che comprenda nella democrazia una definizione precisa del reato e comunque un consenso generale nell'imporlo.
D. Per De Luca il sabotaggio è un concetto nobile. Lei cosa ne pensa?
R.
Io ho anche scritto un libro sul sabotaggio, ma non mi è valso molto nell'esprimere una posizione giuridica. Il sabotaggio è qualcosa che viene sistematicamente colpito dal diritto di difendere la proprietà. Attorno al tema c'è un problema aperto.
D. Che problema?
R.
Si tratta di una domanda di potere costituente. Il sabotaggio apre a quelli che sono i limiti del diritto, come quello di considerare la proprietà privata e l'appropriazione privata della forza lavoro come un qualcosa di sacrosanto. Siamo sul bordo di quella che è la legittimità costituzionale della proprietà.
D. Vede dei punti di contatto tra quello che è successo a lei e la vicenda di De Luca?
R.
Finché ci sarà una sovranità dello Stato intesa come difesa astratta di principi mai confrontati con la volontà popolare, finché ci sarà proprietà privata difesa in maniera assoluta, è chiaro che ci saranno delle similitudini. Non so fino a che punto interessi determinare una simiglianza con il processo 7 aprile che rappresentava un momento di repressione di un movimento estremamente largo e potente.
D. Del movimento No Tav si può dire lo stesso?
R.
Solo parzialmente. Gli Anni 70 non sono evidentemente confrontabili col movimento No Tav. Io e i miei compagni abbiamo dovuto sopportare soprattutto carcerazioni preventive, senza processo. Io ne ho fatti quattro anni e mezzo, altri fino a sette, otto, 10 anni. Spero che a Erri non capiti, che sia immediatamente assolto.
D. E se così non dovesse essere?
R.
Credo che si tratti di dichiarare guerra a coloro che sostengono questo tipo di reati.
D. Sarebbe punito per un reato d'opinione?
R.
Senza dubbio.
D. Potremmo parlarne come di un prigioniero politico?
R.
Certo, certo, certo.

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