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ANALISI 29 Gennaio Gen 2015 1232 29 gennaio 2015

Yemen: Hamdi e l'Onu all'origine del caos

Il presidente s'è dimostrato inadeguato. Mentre il dialogo internazionale s'è concentrato troppo sulla lotta ad Al Qaeda. Trascurando il processo di ricostruzione del Paese.

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Alcuni combattenti del movimento antiregime Shiite Houthi.

Lo Yemen è un Paese molto povero ma il suo posizionamento geografico alle porte del mar Rosso e la dinamica delle sue criticità interne – dal nucleo più pericoloso di Al Qaeda, alla clamorosa crescita politico-militare degli Houthi, alla pirateria - ne stanno facendo una tessera nevralgica della stabilità stessa della penisola araba e della sicurezza internazionale.
Il fatto eclatante ce lo consegna il dissolvimento del regime di Hamdi - eletto nel 2012 sulle ceneri dell’ultratrentennale autocrazia di Saleh – ad opera di questi Houthi, passati dall’essere una realtà locale all’acquisire la forza politico-militare sufficiente per imporsi al potere centrale del Paese. Con due passaggi fondamentali: l’occupazione della città di San'a' a settembre e quindi l’espropriazione degli occupanti dei Palazzi del regime a gennaio.
L'INADEGUATEZZA DI HAMDI. Un colpo di Stato anomalo visto che chi detiene al momento la barra del timone non ha assunto la presidenza del Paese né ha dissolto il parlamento.
Secondo Riad (e le altre monarchie del Golfo) il successo degli Houthi è stato eterodiretto da Teheran. Accusa comprensibile nel duro confronto-scontro in atto per conquistare influenza egemonica nell’area all’insegna dell’appartenenza sciita o sunnita. E in parte fondata, ma del tutto parziale.
Al successo dei ribelli ha infatti contribuito molto l’inadeguatezza di Hamdi nel fronteggiare le formidabili sfide che il Paese era chiamato ad affrontare: dalla problematicità del tessuto clanico e tribale alla dilagante corruzione, dalla sicurezza al ruolo delle forze militari, alle disastrose condizioni socio-economiche.
GLI ERRORI DEGLI ATTORI INTERNAZIONALI. Vi ha contribuito la scellerata concessione dell’immunità allo stesso Saleh, oltre ai suoi familiari (con certa connivenza della Comunità internazionale) e la possibilità di continuare a guidare il “suo” partito, il Congresso generale del popolo. È riuscito addirittura a far espellere dal partito lo stesso Hamdi nel novembre del 2014 e, nella ritessitura del suo potere, a stringere un'alleanza, verosimilmente temporanea ma non per questo meno perniciosa, con gli Houthi, suoi antichi nemici. Che sia lui il vero deus ex machina del loro successo?
Un contributo lo hanno dato anche le agende dei principali attori regionali e internazionali interessati, troppo sbilanciate, nei fatti se non nelle petizioni di principio, sulla lotta alla minaccia “globale” di Aqap (Al Qaeda nella Penisola arabica) piuttosto che sulla ineludibilità e l'urgenza di un vero processo di ricostruzione del quadro politico-istituzionale e di governo del Paese.
Ne è prova la benevola valutazione dell’andamento del dialogo nazionale previsto dalla Risoluzione 2051 delle Nazioni Unite piagato da contrasti, agitazioni sociali, rigurgiti di settarismo e di separatismo nel Sud.

Il dialogo si è chiuso senza un solido consenso politico

Sostenitori di al Qaeda nello Yemen.

Sono mancate necessarie correzioni di tiro e il dialogo si è concluso nel 2014 più all’insegna della formalità che di un robusto consenso politico. Con buona pace del Gruppo degli Amici dello Yemen giunto a contare fino a 50 membri, fra Paesi e organizzazioni internazionali.
Neppure la lotta al terrorismo con la strategia americana dei droni - di cui Hamdi è stato partner esemplare, a detta dello stesso Obama - ha dato risultati brillanti. Non ha fiaccato Aqap e ha generato un clima di diffuso risentimento nei riguardi di Washington e dell’Occidente.
La presa di San'a' da parte degli Houthi mentre si firmava l’Accordo di pace e di condivisione del potere nazionale ha rappresentato l’espressione plastica dell’incresciosa liquidità politico-istituzionale del Paese. Confermata come detto dall’attuale occupazione dei Palazzi del regime, incruenta e per di più giustificata da una pesante serie di accuse rivolte alla gestione di Hamdi focalizzate sul nevralgico assetto federale del Paese che gli Houthi vogliono in due (Nord sciita e Sud sunnita) e non in sei regioni. Forse prefigurando una sua rinnovata divisione?
GLI HOUTHI NON FORZANO I TEMPI. La settimana di fine gennaio si è aperta dunque all’insegna di un vuoto politico che il gruppo Houthi, dominus al momento della situazione, non ha inteso colmare, nella verosimile consapevolezza di non poterlo fare e di non volere comunque assumerne la guida del Paese a fronte di un forte dissenso politico e popolare nei suo confronti. Non sembra voler forzare le cose preferendo affermare il suo ruolo di arbitro dei futuri sviluppi nello Yemen sui quali pesa anche l’incerta posizione delle forze armate. Lo stesso Saleh non si sta esponendo più di tanto, forse in attesa di essere in qualche modo “chiamato”.
Del resto, mentre sul piano formale Hamdi è ancora il virtuale presidente - spetterebbe costituzionalmente al parlamento deciderne la sorte ma la sua convocazione è stata rinviata - le ore passano all’insegna di manifestazioni di piazza e di scontri pro e contro gli Houthi, ma anche di frenetici contatti fra i principali partiti politici, fra loro e l’inviato dell’Onu Benomar, in consultazione col Consiglio di Sicurezza e i principali partner regionali alla ricerca di una soluzione negoziata: forse un governo di salvezza nazionale o un'altra opzione gradita dagli Houthi.
L'ASSE TRA AQAP E SHAFAIS. Nella sosta a Riad Obama ne ha parlato con l’appena insediato re saudita Salman e per dare un chiaro segnale circa le sue priorità ha fatto lanciare l’ennesimo drone (il 200esimo dal 2002). D’intesa con gli Houthi, nemici acerrimi di Aqap, con i quali si sono stabiliti contatti, asseritamente non in termini di strategia d’intelligence nella logica che il nemico del mio nemico è mio amico.
Aqap risponde moltiplicando inviti trasversali al mondo degli Shafais (sunniti), maggioranza nel Paese, a una lotta comune contro l’aggressione degli sciiti del Nord, accentuando deliberatamente il connotato settario del contrasto. E crescono anche le spinte separatiste del sud, forse non del tutto sgradite agli Houthi.
Urge insomma una soluzione che allontani l’alea di un ulteriore fattore di instabilità regionale e di rischio, Charlie Hebdo insegna, per la sicurezza internazionale.

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