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ESTERI 31 Gennaio Gen 2015 0700 31 gennaio 2015

Kobane, la liberazione riapre la questione curda

La vittoria sull'Isis riapre la partita per l'indipendenza. Tra le resistenze turche. E il silenzio di Ue e Usa. Ma la strada verso un Kurdistan libero è tutta in salita.

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L'Isis ha perso dove era più scomodo. Kobane è libera, festeggiano gli abitanti-partigiani cantando Bella Ciao, dopo mesi d'assedio. La donne si svestono delle uniformi, i bambini tornano nelle scuole.
Diversi compagni sono morti, la Stalingrado di Siria vive anche nel loro ricordo. Ma la rivincita dell'unico popolo riuscito a sconfiggere, con tenacia e in quasi solitudine, la barbarie del Califfato, non è l'ultimo atto della storia.
AIUTI LIMITATI DALLA TURCHIA. Con Kobane si sono schierati gli Stati Uniti e l'Europa. La Turchia ha infine lasciato passare poche centinaia di peshmerga dalla frontiera adiacente. Gli uomini e i mezzi però sono stati pochi.
Senza i raid americani, i partigiani coi kalashnikov e le vecchie armi russe non avrebbero mai respinto i jihadisti più armati di loro, in una città che si percorre a passo d'uomo.
Eppure con un aiuto vero, liberare Kobane sarebbe stato un gioco, questione di pochi giorni. Centinaia di vite sarebbero state risparmiate. Decine di donne non si sarebbero uccise, per non essere prese e violentate.
ANKARA E LA MINACCIA DI UNO STATO CURDO. Ma Kobane è un cantone della Repubblica socialista di Rojava, i partigiani del Ypg (unità di difesa popolare) sono i compagni curdo-siriani del Pkk di Abdullah Öcalan.
La battaglia fallita in Turchia sta riuscendo in Siria e il presidente turco Recep Tayyip Erdogan tutto vuole al confine, tranne che uno Stato curdo, o un'altra regione autonoma curda come in Iraq. L'Occidente, suo alleato Nato, la usa nella lotta all'Isis, ma glissa nel riconoscerla.

La guerra al Kurdistan siriano

Il premier della Turchia, Recep Tayyip Erdogan.

Mille jihadisti morti su 1.300 caduti, nei quattro mesi di trincea, tra i quali 12 civili che non sono riusciti a unirsi all'esodo dei circa 200 mila abitanti in Turchia.
Per i curdi, Kobane è una resistenza storica nel percorso verso la nazione.
E, per l'Occidente, la dimostrazione che scacciare l'Isis è possibile, anche in contesti difficili, se si è uniti e lo si vuole: la forza del Califfato sta “solo” nel mandare migliaia di uomini al macello, allargandosi negli spazi fuori controllo.
AIN EL ARAB, NON KOBANE. Ma per la Turchia, il cantone di Kobane - di fatto autonomo - continua a chiamarsi Ain el Arab, il nome arabo usato anche dall'Isis.
«Non vogliamo che, dopo un Iraq del Nord (il Kurdistan iracheno, ndr), nasca una Siria del Nord. Non possiamo accettarlo, sarebbero guai per il futuro», ha stroncato il “sultano” di Ankara, dopo averne, dall'autunno, prospettato la «caduta».
ERDOGAN USA IL BASTONE E LA CAROTA. I curdi turchi e iracheni corsi alla frontiera tra Suruç e Kobane, per festeggiare la liberazione nella Rojava, sono stati respinti dalla polizia a colpi di cannoni d'acqua e lacrimogeni.
Altri (40) sono morti nelle manifestazioni pro-Kobane represse in Turchia. Spiazzato dallo spettro di uno Stato di 40 milioni di curdi, tra Turchia, Siria, Iran e Iraq, Erdogan è arrivato a ironizzare: «Chi ricostruirà adesso Kobane?». Lasciando trapelare l'arma della carota: comprare i socialisti del Ypg con le lire e le aziende turche, per distaccarli dalla lotta di Öcalan.

Si riapre la partita per l'indipendenza curda

Kobane chiude un conflitto e ne apre un altro.
Mentre l'Isis continua ad abitare Siria e Iraq, espandendosi nel mondo, la lotta dei curdi riparte dall'ultima vittoria.
A una guerra diretta, Ankara preferirà mandare avanti i negoziati spostando in là la questione curda, magari lavorando sottilmente per dividere i peshmerga dell'Iraq dai fratelli del Pkk e del Ypg.
Ma non si esclude la ripresa di un conflitto a bassa intensità, contro le basi dei guerriglieri curdi tra la Turchia e l'Iraq come tra la Turchia e la Siria: qualcosa, comunque, da far trascinare nel tempo.
IL SULTANO TRA DUE FUOCHI. Erdogan è in una posizione delicata, per ordinare azioni drastiche. Stroncando il dialogo interessato con i 15 milioni di curdi della Turchia, rischia la riesplosione delle azioni irredentiste: la tensione è già alta, due attentati sono stati compiuti, a gennaio, a Istanbul, da mani di area politica del Pkk.
Ma aprire senza ambiguità a una riconciliazione curdo-turca muoverebbe i jihadisti interni dell'Isis (stimati dalle autorità tra i 700 e i 1.000) a una raffica di ritorsioni nel Paese. Il governo islamista (Akp) di Ankara ha giocato un gioco pericoloso con l'Isis, permettendone l'espansione nel Nord della Siria, a scopo egemonico e anti-curdo.
IL BOOMERANG DELL'ISIS. Dopo mesi di laissez faire-laissez passer, i terroristi islamici sono irritati per la stretta turca sui foreign fighter, finalmente bloccati al passaggio verso il Califfato.
La Turchia ha partecipato alla manifestazione parigina contro l'Isis, per non finire isolata. Internazionalmente è già ampiamente screditata, ma teme il boomerang jihadista.
Pure gli americani, d'altra parte, sul Kurdistan si mantengono cauti: «Contro l'Isis, Ankara ha prestato il suo contributo su ogni linea», ha stemperato il Dipartimento di Stato Usa. Anche il tam tam a Bruxelles per depennare il Pkk dalle organizzazioni terroristiche è caduto nel dimenticatoio.

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