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TERRORISMO 4 Febbraio Feb 2015 1730 04 febbraio 2015

Isis-Giordania, gioco al massacro nell'Islam

Dopo il pilota arso vivo dai jihadisti, Re Abdullah II risponde con due esecuzioni. Coi terroristi Amman è più instabile e cattiva. Fonti curde: «Bombardata Mosul».

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La Giordania era, ed è, lo Stato arabo più esposto alla vendetta dell'Isis.
Con la sadica uccisione del suo pilota, arso vivo dai jihadisti, la piccola monarchia stretta - non solo territorialmente - tra l'Israele e la Siria, diventa un Paese più caldo, più instabile e anche più cattivo.
Re Abdullah II ha risposto con due esecuzioni: la kamikaze irachena Sajida al Rishawi chiesta come contropartita dell'ostaggio caduto e il qaedista iracheno Ziad Karbouli. Mentre fonti curde hanno dato notizia di raid aerei su Mosul.
LA FATWA DI AL AZHAR. «Dovere di tutti noi, figli della nazione, è unirsi e mostrare la vera forza del popolo contro l'atto di codardia dell'Isis», ha proclamato il sovrano, rientrato d'emergenza dagli Stati Uniti.
Le tribù giordane del martire, il 26enne Muaz al Kassasbeh, chiedono «vendetta» per il pilota, la «distruzione» dei jihadisti.
Dal Cairo, il grande imam Ahmed al Tayyeb dell'università di al Azhar, cuore propulsivo dell'islam sunnita, ha richiamato a «uccidere, crocifiggere, tagliare mani e piedi ai tiranni dell'Isis che fanno la guerra ad Allah e al suo messaggero».
ISLAM CONTRO ISLAM. È partito il gioco al massacro, l'Isis ha piazzato taglie allettanti sugli altri piloti giordani.
Un'esibizione di violenza che, tra i proseliti, rafforza la fama dello Stato islamico ammaccato dalla riconquista curda di Kobane. Ma che, se i musulmani seguiranno il richiamo dell'imam, potrebbe segnarne presto l'autodistruzione.

Concessioni e tolleranza: la monarchia contiene le rivolte

Non c'è autorità dottrinale più autorevole di al Azhar per i musulmani sunniti, dei quali l'Isis è una degenerazione.
Le masse islamiche che camminano sul crinale tra contagio e reazione possono alimentare o arrestare questa deriva, ricominciare una vera Primavera araba.
I giordani sono lo specchio di questo humus che ribolle. Non hanno una dittatura che reprime i sunniti come in Egitto, né (ancora) il caos di Libia, Iraq e Siria.
In Giordania, al contrario che negli altri Stati islamici, la Fratellanza musulmana sta all'opposizione del potere costituito.
MODERAZIONE REALE. Ma Re Abdullah II non l'ha dichiarata organizzazione terroristica come i generali del Cairo o i reali sauditi.
Discendente di Maometto, il sovrano della dinastia hashemita può permettersi una convivenza, anche forzata, con l'Islam politico che chiede maggiore rappresentatività in parlamento.
Esplose le rivolte, anche la monarchia di Amman è stata scossa dalle istanze di cambiamento, che il re e la regina Rania hanno saputo contenere con alcune aperture da illuminati, mostrando sobrietà e moderazione.
OBAMA PROMETTE AIUTI. Nel gennaio 2013, Abdullah II ha chiamato il popolo alle elezioni anticipate, soffocando le manifestazioni con la sua riconferma democratica, agevolata dalla legge elettorale monarchica e dalle consuete iniezioni di fondi Usa.
La povertà è endemica: contro la disoccupazione al 40% (il 60% dei giovani non ha lavoro) e per i campi di rifugiati, Barack Obama ha promesso oltre 1 miliardo di dollari di aiuti l'anno, quasi il doppio dei 660 milioni del 2014.

Quella della Giordania è una guerra solitaria all'Isis

Frame del video che mostra il pilota giordano Lieutenant Muadh al Kasasbeh arso vivo.

Ma la pressione sulla Giordania non è calata.
Dal 2014 con il bubbone dell'Isis, al milione e passa di profughi dalla Siria e dall'Iraq si è aggiunto il cancro dell'infiltrazione jihadista.
Bandiere nere sono spuntate ad Amman e tra i sei milioni e mezzo di giordani (oltre la metà palestinesi) è gonfiato il malcontento per l'ennesima guerra americana in Medio Oriente.
Decine di simpatizzanti dello Stato islamico sono stati arrestati. Una minoranza parlamentare (15%) ha contestato l'adesione della Giordania alla coalizione anti-Isis («Questa guerrra non è nostra»).
I Fratelli musulmani hanno chiesto di «vietare agli Usa le basi per i raid».
E, con la cattura di al Kassasbeh, le proteste per la partecipazione alla guerra sono montate anche tra le tribù che, dopo l'esecuzione, reclamano vendetta.
LA FASCINAZIONE DELL'ISIS. Nel 2014 un'inchiesta del Centro di studi strategici dell'Università di Giordania ha fotografato che solo il 62% della popolazione considerebbe l'Isis un'organizzazione terroristica, appena il 31% gli affiliati di al Qaeda di Jabhat al Nursa.
Umori fluidi ribaltati però repentinamente nella furia popolare contro i jihadisti: da anni la Giordania non ordinava esecuzioni, la rappresaglia dopo l'uccisione del pilota ha tamponato l'esplosione di un'ondata di tumulti.
Il re e la moglie Rania, palestinese, erano alla manifestazione parigina contro il terrorismo.
FINANZIAMENTI CONDANNATI. Ad Abdullah II va il merito di aver condannato, nettamente e da subito, i «finanziamenti e il sostegno iniziale all'Isis» («una minaccia evitabile»), puntando anche il dito contro i «1.000 dollari al mese» intascati dai mercenari jihadisti.
Emirati arabi e Qatar si sono defilati: stop ai raid anti-Isis nella coalizione o comunque pubblicità minima alla guerra nel Paese. Ma la Giordania, nel mirino dell'Isis, continua. E può invertire il corso della storia.
Per la monarchia hashemita è in atto una «terza guerra mondiale tra il bene e il male». «Terroristi satanici», bolla l'imam di al Azhar.

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