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DIPLOMATICAMENTE 5 Febbraio Feb 2015 1240 05 febbraio 2015

Sull'Ucraina Obama e Ue difettano di lungimiranza

La deriva bellica porta violenza crescente. Contro Putin troppa incertezza strategica.

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Tank ucraini nel Sud Est del Paese.

La deriva bellica in Ucraina sta raggiungendo una soglia di violenza che lascia esterrefatti.
Minsk e i termini del suo accordo settembre sembrano sotterrati nella gigantesca fossa in cui si stanno furiosamente accumulando le vittime, da una parte e dall’altra, tutte drammaticamente ucraine.
Di fronte a questa tragedia non è ingenuo chiedersi come potranno mai tornare a vivere in un solo Paese condiviso, sotto la medesima bandiera nazionale, i protagonisti di una contrapposizione divenuta violenza e poi guerra in nome di un'identità minacciata gli uni, di una sovranità nazionale gli altri.
SERVE UNO SBOCCO DI VITA. Da lì infatti si dovrebbe partire per riuscire a fermarla, questa guerra, e darvi uno sbocco di vita, non di morte.
Non in nome di un umanitarismo generico, ma delle ragioni di una convivenza umanamente, socialmente e culturalmente accettabile e dunque delle condizioni politico-giuridico-istituzionali che la possano rendere praticabile.
Soluzione ancora possibile, forse, ma temo inesorabilmente lontana, ormai, da quello che poteva essere l’emblematica figura di un’Ucraina Giano bifronte di un fertile e lungimirante partenariato Est-Ovest.
SPETTRO DELLA GUERRA FREDDA. Si è dato invece spazio ad altre pulsioni ideologico-nazionalistiche e di schieramento che hanno rievocato lo spettro della guerra fredda di cui non si sentiva e non si sente affatto il bisogno, ma ancora presente nelle sotterranee dottrine della sicurezza e di cui l’Ucraina è divenuta il nuovo spartiacque.
Malgrado le smentite, si assiste a una logica di confronto bipolare - ai cui estremi sono tornati a posizionarsi Mosca e Washington, con una Unione europea mancata al suo appuntamento nel cuore stesso dell’Europa - che non poteva non portare alle conseguenze disastrose che abbiamo davanti agli occhi.
LA RUSSIA NON ERA UN PARTNER? E che si stanno avvitando lungo una spirale terribilmente rischiosa: in termini di sofferenza umana, di irraggiamento dei semi rivendicativi di questa guerra ben oltre l'Ucraina e ben al'interno della stessa Unione europea; di divaricazione strategica tra Europa e Stati Uniti con gli inevitabili riflessi in sede Nato; di criticità crescenti nei rapporti con la Russia di Putin che fino a poco più di un anno addietro era considerata un partner strategico.

Non esiste un solo colpevole

Proteste ucraine anti-Putin.

Sbaglia chi pensa che esista un colpevole al quale addebitare la situazione attuale, frutto invece di responsabilità ampiamente condivise, anche nel veleno della logica manichea dei due poli contrapposti.
Ce lo indica la cronaca dei fatti: dal rifiuto di Yanukovich degli Accordi Ue (Eastern partnership), alla sollevazione popolare (Euromaidan) capeggiata da O. Tyahnybok, V. Klitschko e A. Yatseniuk, al «Fuck the Eu» di V. Nuland, alla fuga imposta a Yanukovich malgrado l’accordo firmato con rappresentanti dell'opposizione e dell'Unione europea, alla formazione di stampo oligarchico del nuovo regime ucraino.
A quella logica si ascrive anche lo snodo critico della Crimea - peraltro da rivalutare nel metodo e nel merito alla luce di altre analoghe esperienze come l’entrata in scena della Nato, fumo negli occhi per Mosca.
LE SANZIONI NON BASTANO. E che dire della politica delle sanzioni che sarebbe stata più produttiva se accompagnata da una parallela azione su Kiev per indurla a rispondere con un tempestivo e concreto schema di assetto autonomistico alle istanze fondatamente avanzate dalla componente russofona dell'Est.
Con la presidenza Poroshenko sembrava potersi inaugurare una nuova stagione, ma in realtà si è oscillato tra mano tesa e fucile fino all’accordo di Minsk di settembre e poi ancora guerra e tentativi di negoziato, con accuse reciproche e sospetti sempre meno superabili.
ALTRO CHE COLLOQUI DI PACE. Fino all’ennesima e brutale vampata di guerra di queste ultime settimane e giorni; fino al nulla di fatto degli ennesimi “colloqui di pace” di fine gennaio, sempre a Minsk.
E lì stiamo, con questo fallimento alle spalle, nonostante gli auspici per una rapida tregua venuti da Putin, della Merkel e di Hollande; nonostante l’appello nello stesso senso venuto dall'Osce cui ha fatto eco anche l'Alto Rappresentante Ue Mogherini.
Vogliono la guerra i vertici di Kiev che confermano di non brillare per sagacia tattica mentre stanno perdendo pezzi importanti di territorio, ciò che li sta inducendo a inaccettabili pratiche belliche.
AVANZATA DEI SEPARATISTI. La vogliono i separatisti che hanno sferrato un’offensiva senza precedenti: vedono avvicinarsi l’ambizioso obiettivo, con la conquista di Debaltseve, di altro territorio conquistato in funzione della unificazione in un unico fronte dei loro due movimenti di Donesk e di Lugansk.
Obiettivo che darebbe loro, domani, una posizione di ben maggior forza negoziale.

Obama pronto ad armare Kiev

Angela Merkel e Barack Obama.

Putin continua a negare l’evidenza del suo coinvolgimento e a ribadire i punti chiave, a suo giudizio, di una svolta in senso effettivamente negoziale della crisi: gli stessi di sempre anche se appesantiti dalla stratificazione delle azioni e reazioni prodottesi a contorno.
Obama ha voluto far sapere di star riconsiderando l’opzione, finora esclusa, della fornitura di armamento letale a Kiev, quasi a indicare che stanno facendo breccia le convergenti sollecitazioni in tal senso di parte del Pentagono (oltre all’uscente Hagel) e dello stesso vertice militare Nato al fine di «rafforzare la deterrenza ucraina elevando rischi e costi per una Mosca che voglia procedere a una crescente offensiva».
INCERTEZZA STRATEGICA. Vi si starebbe associando anche Susan Rice, il Consigliere per la sicurezza nazionale che vi aveva resistito finora.
Dall’altro però, forse anche a seguito della tempestiva presa di distanza da una tale opzione della cancelliera Merkel - che pur decisa in materia di sanzioni è riuscita a mantenere aperta la porta del dialogo con Putin - ha ribadito di essere sempre decisa a ricercare una soluzione negoziale propiziata dalle sanzioni.
Ha così dato l’impressione di una sostanziale incertezza strategica, di un’oscillazione che ormai gli si rimprovera da molte parti.
Diversamente da Putin che sembra invece sapere bene dove vuole andare a parare, calibrando di giorno in giorno lo spazio di manovra disponibile.
PAPA FRANCESCO NON BASTA. La risultante di tutto ciò è in ogni caso una tragedia che non si può pensare di lasciare affidata alle preghiere di papa Francesco.
Occorre una capacità di ruolo alta e lungimirante, finora mancata e non alle viste.
L’incontro Merkel-Obama potrebbe essere momento di svolta se anche Putin si decidesse a riscuotere il suo dividendo, adesso che i separatisti stanno arrivando là dove avrebbero voluto essere fin dall’inizio.
Vi sarebbero anche le condizioni per permettere a Kiev di salvare la faccia.

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