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AFFONDO 6 Febbraio Feb 2015 1318 06 febbraio 2015

Renzi: «Abbiamo i numeri anche senza Forza Italia»

Il premier avvisa Fi sulle riforme: «I voti ci sono anche senza di loro. Nessuno ci può ricattare». Sc, in 8 migrano al Pd.

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Matteo Renzi.

Matteo Renzi torna a fare la voce grossa di fronte alle minacce di rottura del Patto del Nazareno da parte di Forza Italia. «Se Fi, che ha sempre difeso» il patto sulle riforme «adesso vuole rimangiarselo, buon appetito», ha attaccato il premier nella sua e-news.
«Ho sempre detto che voglio fare accordi con tutti e che non ci facciamo ricattare da nessuno», ha proseguito, «perché i numeri ci sono anche senza di loro».
«IL PATTO NON È PAPIRO SEGRETO». «Il metodo del Colle», ha spiegato Renzi, «non ha convinto Fi, che ha annunciato la rottura del Patto del Nazareno. Il collegamento mentale è quanto mai curioso. E non solo perché tutti i partiti - anche Fi - negli incontri avevano espresso condivisione per il metodo del Pd. Il punto è che il patto non è un papiro segreto con dentro chissà cosa (con buona pace di qualche direttorone di giornale che forse ammetterà finalmente di aver scritto una bufala), ma un accordo alla luce del sole» sulle riforme.
SODALIZIO CON ALFANO E APPRODO DI OTTO EX SC: PD SEMPRE PIÙ FORTE. Il rinnovato sodalizio di governo con Angelino Alfano. L'azzeramento al Senato di Scelta civica, con l'approdo al Pd di otto ex montiani. Non solo parole, ma fatti. Per dimostrare a chi all'indomani del voto per il Quirinale pensava di alzare la voce, rallentare l'azione del governo, condizionarlo, che non troverà varchi. Il Pd è sempre più forte, i partiti dello «zero virgola» sempre più deboli. E al Senato, assicurano fonti Dem, un gruppo di 'responsabili' è pronto, se servirà, a dare una mano al governo.
FI NERVOSA PER GLI «AVVERTIMENTI» DI RENZI. Ma il premier ha anche aggiunto che se Silvio Berlusconi farà prevalere «il buonsenso», la porta è aperta.
Da Forza Italia, però, al momento nessuna risposta. A verbale restano le profonde spaccature interne al partito del Cavaliere (per il 21 Raffaele Fitto ha indetto una convention dei «ricostruttori», in chiave antirenziana).
Ma attraverso il Mattinale, la nota politica di Renato Brunetta, è trapelato il nervosismo per quelli che sono stati letti come «avvertimenti» di Renzi a Berlusconi: i «soldi» delle frequenze tivù, che Mediaset potrebbe dover pagare per effetto di un emendamento al Milleproroghe, e i «nuovi strumenti offerti alla magistratura politicizzata» attraverso le norme in arrivo sul falso in bilancio. Sono «strumenti» che il premier sta usando, ha accusato il Mattinale, contro chi «non accetta la regola fiorentina della sottomissione». Fi, ha avvertito, non «si svenderà» e alzerà la voce «subito alla Camera» sulla riforma costituzionale, che è in Aula la prossima settimana. Ma certo neanche la nota di Brunetta se la sente di escludere che Berlusconi possa «ripensarci» e confermare il Patto, come al Nazareno sono persuasi accadrà.
GUERINI: «TEMPO FINO A MARZO PER RICUCIRE». Per riassorbire gli «strappi», ha spiegato Lorenzo Guerini, c'è tempo fino a marzo, quando la legge elettorale sarà in Aula alla Camera. Parole, queste ultime, che vengono però lette dai parlamentari della minoranza Pd come una conferma del fatto che se il premier è tranquillo di avere i numeri sulla riforma del Senato, non lo è altrettanto sull'Italicum, considerato anche che si voterà in gran parte a scrutinio segreto.
BERSANI: «L'UNICO PATTO CHE SERVE È QUELLO CON LA MAGGIORANZA». La richiesta della minoranza dem resta quella di modificare i capilista bloccati della legge elettorale. Per approvarla, «l'unico patto che serve è quello con la maggioranza», dice Pier Luigi Bersani, che con Gianni Cuperlo e Massimo D'Alema chiede al premier di ripartire dal Pd. Ma i renziani non si fidano: «Se dietro lo specchio dell'unità Pd si cela la volontà di bloccare le riforme, non ci siamo», ha detto Angelo Rughetti.

Sulla carta Renzi ha 172 voti al Senato

Nei prossimi giorni Renzi potrebbe riuscire a conquistare qualche altro sostegno tra i senatori che oggi sono ancora schierati con l'opposizione. A Palazzo Madama i numeri della maggioranza non sono altissimi: ne servono 161 per avere la maggioranza assoluta, Renzi sulla carta ne ha 172, cifra alla quale si arriva sommando tutti, ma proprio tutti, compresi i senatori a vita non sempre presenti ai lavori dell'aula. In realtà, negli ultimi voti di fiducia, il governo si attestato su cifre più basse: 166 voti per l'approvazione del jobs act, 162 per l'approvazione della legge di stabilità. Per non parlare della legge elettorale: per soli tre voti Forza Italia non è stata determinante nella votazione finale.
NESSUN PASSO AVANTI CON I 5 SENATORI DI SC. Con l'approdo di cinque senatori di Scelta Civica nel gruppo del Pd, la maggioranza al Senato non ha fatto un passo avanti: è solo il Pd che si è rafforzato nel suo ruolo di primo partito, passando da 108 senatori a 113. Con il passaggio dei cinque transfughi nelle file dem, i sostenitori del governo a Palazzo Madama sono dunque così divisi: 112 Pd (uno in meno del totale, perché il presidente del Senato Grasso per prassi non vota), 36 Ncd, 17 del gruppo delle autonomie, 2 di scelta civica, 3 popolari di Mario Mauro (attualmente nel gruppo di Gal) 2 del gruppo misto (i senatori a vita Carlo Azeglio Ciampi e Renzo Piano).

Partita aperta per il sostegno di Gal e ex M5s

Giulio Tremonti.

Ma se andasse in porto l'operazione 'nuovi responsabili', ecco che al governo arriverebbe un canestro di voti nuovi, utilissimi per rimpiazzare il soccorso arrivato da Forza Italia grazie al patto del Nazareno. I registi dell'allargamento della maggioranza puntano in due direzioni: l'eterogeneo gruppo Gal (acronimo che sta per Grandi Autonomie e Libertà, nato come costola del centrodestra) e la variopinta pattuglia degli ex senatori grillini. Tra i quindici senatori di Gal già ci sono i tre senatori popolari Mauro, D'Onghia e Di Maggio che votano con la maggioranza: tra i restanti 12 ci sono cinque senatori legati a Forza Italia e l'ex ministro di simpatie leghiste Giulio Tremonti che non hanno alcuna intenzione di dare il loro voto al governo Renzi; ma altri cinque senatori, guidati da Paolo Naccarato, sono pronti ad assicurare il sostegno alla maggioranza.
GLI OCCHI DELLA MAGGIORANZA SU 22 VOTI. Ancora più numerosa l'area degli ex grillini: sono 17 i senatori che hanno lasciato il movimento cinque stelle, tutti approdati al gruppo Misto ma divisi tra chi ha fondato microformazioni (il 'movimento X' e 'Italia lavori in corso') e chi è senza bandiera. Tra Gal ed ex M5s in totale ci sono dunque 22 senatori su cui la maggioranza ha messo gli occhi: se tutti passassero alla maggioranza Renzi arriverebbe a quota 194 voti al Senato e potrebbe assorbire senza troppi patemi d'animo eventuali defezioni che dovessero provenire dal Ncd o dalla sinistra Pd.

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