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TERRORISMO 7 Febbraio Feb 2015 0700 07 febbraio 2015

Isis, la Germania torna in guerra dopo 70 anni

Berlino manda armi e soldati in Iraq coi curdi. Mossa di dubbia costituzionalità. Addio moderazione in politica estera. Gli Stati Uniti valutano l'invio di truppe.

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Caduto il tabù delle armi ai curdi, avanti con le truppe.
Era nell'aria e, mentre in Italia si trepidava per fare il nuovo presidente, il parlamento tedesco approvava, a maggioranza schiacciante, la prima, controversa missione di soldati all'estero della Germania post nazista, svincolata dalla Nato e dall'Onu.
Notizia passata in sordina, non solo a Sud delle Alpi, ma parecchio dibattuta tra i tedeschi perché molto importante per la loro storia e per la quella dell'Europa.
TRAINER SUL CAMPO. Formalmente, come per le unità in Iraq di Usa e di altri Paesi, il contingente della Bundeswehr di altri 100 soldati serve ad «addestrare combattenti contro i jihadisti dello Stato islamico (Isis)», in rinforzo alla manciata di istruttori sul campo.
Ma intanto i “trainer” canadesi, presi a mitragliate e colpi di mortaio, sono stati costretti a regire militarmente.
Anche i Verdi hanno ammesso l'eventualità di scontri sul terreno: «Stiamo inviando soldati, è una novità. Può essere che siano coinvolti in operazioni di combattimento. Altrimenti non li avremo mandati».
BUNDESTAG COMPATTO. Soprattutto sorprende la disinvoltura con la quale il Bundestag, altrimenti paludatissimo, ha votato compatto (457 sì, 79 contrari e 54 astenuti) una missione di dubbia legittimità costituzionale, scavalcando la procedura di modifica della Carta fondamentale, che, per i trascorsi del Reich, limita gli interventi militari all'estero.
Strana decisione. Pure l'opinione pubblica tedesca è per la maggioranza contraria alle ultime guerre della Nato. Figuriamoci a un intervento diretto.

Germania seconda europea per combattenti stranieri in Siria e Iraq

Il via libera del Bundestag è caduto alla vigilia della Conferenza annuale sulla sicurezza di Monaco (6-8 febbraio 2015), con in agenda non solo la lotta al terrorismo islamico ma la crisi Ucraina, e dopo la pubblicazione, per l'occasione del Munich Security Report dell'organismo, su una «nuova politica estera tedesca».
Nel quaderno si citano innanzitutto i dati del 2014, aggiornati e allarmanti, sui foreign fighter, combattenti stranieri in Siria e in Iraq.
Al record nell'Unione europea dei 1.200 jihadisti francesi - raddoppiati dal 2013 - seguono, a pari merito con gli inglesi, tra i 500 e i 600 islamisti tedeschi partiti per il Califfato (l'Italia ne ha 80).
LEADERSHIP TEDESCA? «L'ordine collassa, i guardiani sono reclutanti», è il titolo del report, che suona come un richiamo tedesco alla leadership, mentre nell'Est del Paese crescono gli anti-islamici di Pegida.
E Angela Merkel, «cancelliera anche dei cittadini musulmani», viene ritratta col velo.
LA GENTE È SCETTICA. Ciò nonostante, in Germania la gente resta scettica sulle missioni all'estero della Bundeswehr.
In concomitanza con l'uscita del dossier, nel gennaio 2015, l'istituto di ricerca tedesco Tns Infratest ha fotografato come favorevole a un impegno militare più forte solo il 34% dei tedeschi, ancora meno del 37% del 2014.
ESERCITO ARRUGGINITO. Berlino è anche reduce dalla brutta figura nella consegna, in autunno, dei circa 70 milioni di euro in armi al Kurdistan: guasti aerei e inefficienze varie hanno rivelato un parco mezzi arrugginito (solo 42 su 109 eurofighter e 38 tornado su 89, disponibili per l'uso immediato) dai risparmi alla Difesa.
La Germania vi investe circa l'1,3% del Pil , sotto il 2% chiesto dalla Nato.
Per quale urgenza, allora, il Bundestag ha sdoganato il piano anti-Isis del governo, infischiandosene della dubbia costituzionalità della missione e sotterrando 70 anni di moderazione in politica estera?

Lotta al terrorismo o revival imperialista?

Nel Paese c'è allarme per il proselitismo vertiginoso dei salafiti.
«Potrebbero essere fino a 7 mila, due volte e mezzo i 2.800 di qualche anno fa», ha stimato il capo dell’Ufficio federale per la protezione della Costituzione Hans-Georg Maassen.
Quasi tutti i jihadisti partiti dalla Germania per la Siria e l'Iraq appartenevano al credo radicale dell'Islam: un trend «preoccupante» soprattutto tra gli «esclusi che hanno l'impressione di balzare al top».
«È cool partire per la Siria o per l’Iraq, è cool ricevere la mattina un tweet da Aleppo, è cool avere amici su Facebook che sono laggiù», ha dichiarato l'alto funzionario di Stato.
JIHADISTI APOLIDI. Ad anno nuovo, il governo tedesco ha anche approvato, come Londra, una legge per il ritiro della carta di identità ai cittadini musulmani sospettati di unirsi ai gruppi jihadisti.
L'invio di unità speciali nel Kurdistan iracheno è parte del pacchetto anti-terrorismo, magari l'extrema ratio per disinnescare una bomba interna.
All'inizio del 2015 il Bundestag ha autorizzato anche il dispiegamento di missili Patriot tedeschi in Turchia. e il governo valuta nuove forniture di armi ai curdi e un impegno tedesco in Africa, in sostegno contro i terroristi islamici di Boko Haram.
Ma la Costituzione tedesca del 1949 autorizza la Bundsewehr solo alla difesa nazionale. Anche dopo la riunificazione, la Corte suprema ha dichiarato legittime le missioni estere, se parte di una «sicurezza collettiva reciproca», ossia coperta da Nazioni Unite o Nato.
LA KOBANE TEDESCA. L'azione unilaterale in Iraq è ambigua e c'è chi, dietro a tanto attivismo per i peshmerga, intravede vecchie mire imperialiste.
La città curda di Kobane prende il nome dalla società tedesca che, durante la Prima guerra mondiale, costruiva la linea ferroviaria per i turchi ottomani. Il sogno del Kaiser era un Orient Express Berlino-Baghdad, via Aleppo e Mosul.
«La lotta all'Isis è anche una sfida militare, la liberazione di Kobane lo dimostra», ha dichiarato il portavoce di Politica estera dei socialdemocratici (Spd) Rolf Mützenich.

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