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CORSI E RICORSI 10 Febbraio Feb 2015 0522 10 febbraio 2015

Ucraina: da Yalta a Minsk, in gioco c'è il futuro

Febbraio '45: in Crimea gli alleati gettavano le basi per il nuovo ordine mondiale. Settant'anni dopo quegli equilibri traballano. La crisi ucraina è all'ultimo bivio.

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Winston Churchill, Franklin D. Roosevelt e Iosif Stalin alla conferenza di Yalta del 1945.

Tra il 4 e l’11 febbraio 1945 i leader delle potenze alleate contro il nazifascismo si incontrarono a Yalta, in Crimea, per discutere cosa sarebbe successo dopo la capitolazione della Germania, ormai prossima (8 maggio 1945).
Ospiti nel palazzo di Livadia, ultima residenza estiva degli zar, Iosif Stalin, Franklin D. Roosevelt e Winston Churchill misero le basi per l’ordine mondiale che sarebbe uscito dopo al fine della Seconda guerra mondiale: dalla divisione della Germania in diverse zone di occupazione alle rispettive sfere di influenza sul continente e non solo.
Se la questione della Polonia rimase inizialmente contrastata e irrisolta - sarebbe stata poi l’Unione Sovietica a forzare la mano per la costituzione di un primo governo satellite comunista – ci fu maggiore unità per gettare le fondamenta per la creazione delle Nazioni Unite e del Consiglio di sicurezza, che avrebbe visto la luce nella prima assemblea generale a Londra nel gennaio del 1946.
SCRICCHIOLA L'ORDINE STABILITO A YALTA. Esattamente 70 anni dopo la Conferenza di Yalta, gli equilibri continentali e internazionali sono messi alla prova proprio su quel teatro: la Crimea e l’Ucraina. Gli attori sono diversi e gli schieramenti differenti, ma in discussione c’è in sostanza l’ordine stabilito allora sulle sponde del Mar Nero, che per 25 anni dopo la caduta del comunismo aveva continuato a reggere senza troppi scossoni.
L’Urss non c’è più, Yalta, dopo una parentesi di 60 anni all’interno dell’Ucraina prima sovietica poi indipendente, è tornata a far parte della Russia, la Germania non è una nazione sconfitta, ma ora da Berlino arrivano gli input per tutta la politica continentale. Gli Stati Uniti, oggi come ieri, esercitano una leadership sullo scacchiere mondiale che segue in primo luogo gli interessi nazionali.

Senza un compromesso, l'Ucraina sprofonderà nel baratro

La crisi ucraina ha già lacerato i rapporti tra Europa e Russia e ha evidenziato anche le divergenze all’interno dell’Ue e tra Bruxelles e Washington. In questi giorni in cui l’offensiva diplomatica per la soluzione del conflitto ha raggiunto il suo apice, appare evidente che si è arrivati al punto di non ritorno: o sarà trovato un compromesso soddisfacente per tutti, oppure prima l’Ucraina sprofonderà nel baratro e poi Europa e Russia dovranno raccogliere i cocci non solo a Kiev, ma a casa propria.
IL BIVIO DI MINSK. In questo senso l’appuntamento a Minsk tra Vladimir Putin, Petro Poroshenko, Angela Merkel e François Hollande è decisivo: si tratta di evitare in primo luogo la definitiva escalation militare e in secondo luogo di trovare una soluzione sul medio e lungo periodo per il Donbass e l’Ucraina intera.
Non c’è infatti solo da fermare una catastrofe umanitaria locale, ma da salvare quell’equilibrio senza il quale tutto il continente non può che crollare. Soprattutto la Germania ha spinto e sta spingendo perché sia raggiunta un’intesa duratura e non è un caso che la cancelliera tedesca Angela Merkel e il ministro degli esteri Frank Walter Steinmeier abbiano ribadito alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco come l’architettura della grande casa comune europea non può essere affidabile se viene costruita senza o addirittura contro la Russia.
LE DIVISIONI BERLINO-WASHINGTON. Per Berlino, nonostante tutte le difficoltà nella gestione delle relazioni con il Cremlino, non si può fare a meno di Mosca per salvaguardare la stabilità continentale. Su questo punto, che deriva non solo dalla fase positiva di partnership russo-tedesca sbocciata dalla fine della Guerra fredda, ma anche dalla fase negativa delle dittature del XX secolo, non c’è piena concordanza con gli Stati Uniti e l’idea di fornire armi letali a Kiev da parte di Washington non è altro che il simbolo delle diverse strategie di fondo.
Da una parte al Kanzleramt si sostiene che l’assistenza militare diretta nell’ex repubblica sovietica sarebbe controproducente, dall’altra alla Casa Bianca si ventila l’ipotesi come deterrente verso una nuova escalation.
USA ASSENTI, TOCCA ALL'EUROPA. La differenza è che mentre gli uni giocano con il fuoco a debita distanza, gli altri le grane le hanno nel giardino di casa: se nel 1945 a Yalta si trattava di dare un nuovo ordine sulle macerie dell’Europa devastata dalla guerra, mercoledì 11 febbraio a Minsk saranno i leader europei, senza la partecipazione diretta statunitense, a tentare di evitare che uno Stato in mezzo al continente sprofondi nel baratro con conseguenze imprevedibili per i vicini, a Est come a Ovest.

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