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TENSIONE 10 Febbraio Feb 2015 2054 10 febbraio 2015

Ucraina, vertice di Minsk: ultima chance per la pace

Bombe e morti a Est alla vigilia del summit. I leader riuniti per evitare la guerra.

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La stretta di mano tra il presidente russo Vladimir Putin e il capo dello Stato dell'Ucraina, Petro Poroshenko.

Il vertice di Minsk dell'11 febbraio è l'ultima occasione per evitare il peggio in Ucraina. Le trattative del gruppo di contatto (Mosca-Kiev-Osce e separatisti filorussi) sono state anticipate dal monito del Cremlino, che ha minacciato «un'ulteriore escalation del conflitto» se gli Stati Uniti decideranno di armare l'esercito ucraino.
OBAMA CHIAMA PUTIN. Ma il presidente americano Barack Obama ha telefonato al presidente russo Vladmir Putin per denunciare le ultime violenze e il protrarsi del sostegno della Russia verso i separatisti. Obama ha poi sollecitato Putin a cogliere l'opportunità dei colloqui di Minsk per raggiungere una soluzione pacifica. Altrimenti, ha affermato, i costi per la Russia aumenteranno.
MOSCA: «RISCHIO DESTABILIZZAZIONE». La vigilia del summit è quindi nervosa, contrassegnata da nuove offensive militari reciproche con l'ennesima strage di civili a Kramatorsk e bombe su Donetsk, nell'Est del Paese.
Oltre alla possibile fornitura di armi, anche un eventuale inasprimento delle sanzioni europee sarebbe un passo «verso la destabilizzazione» secondo il Cremlino.
Ma quella di Minsk è l'ultima chance diplomatica per riportare la pace nel martoriato Donbass dopo la mediazione franco-tedesca.
NESSUNA FIRMA DI DOCUMENTI. Secondo una fonte diplomatica vicina alle trattative, non è prevista la firma di alcun documento sui risultati del summit. Probabilmente, ha aggiunto la fonte, «possiamo aspettarci una dichiarazione congiunta». Tutto fa presagire comunque che il vertice si tenga e che suggelli almeno l'inizio di un processo di pace, se non altro sulla carta, per fermare venti di guerra peggiori e magari congelare il conflitto.





I punti più controversi restano la definizione della linea del fronte (Kiev ha perso un migliaio di chilometri quadrati dagli accordi di Minsk dello scorso settembre), il controllo delle frontiere russo-ucraine (Mosca rimanda ad un negoziato diretto tra Kiev e i ribelli), lo status delle regioni separatiste (in chiave federalista per Mosca, ma Kiev parla solo di decentramento) e le forze di mantenimento della pace: il Cremlino propone bielorussi e kazaki ma Kiev rifiuta ritenendo che si tratti di due Paesi alleati della Russia, mentre l'ipotesi di caschi blu dell'Onu rischia le forche caudine del consiglio di sicurezza, dove Mosca ha diritto di veto.
L'INTESA CONVIENE QUASI A TUTTI. Una intesa però conviene quasi a tutti: a Putin per dividere l'Europa dagli Usa ed evitare la minaccia della tenaglia economico-militare 'sanzioni-fornitura di armi letali'; a Poroshenko per non soccombere militarmente, anche se concedendo troppo rischia politicamente la poltrona; all'Europa per esorcizzare una guerra che rischia di allargarsi nel Continente.
STATI UNITI DIETRO LE TRATTATIVE. Nonostante l'apparente sostegno all'iniziativa europea, Washington sarebbe invece costretta ad accettare un imbarazzante status quo. Ma paradossalmente solo gli Usa, gli unici esclusi dai negoziati, possono convincere o costringere Poroshenko ad accettare un accordo.

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