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DIPLOMATICAMENTE 12 Febbraio Feb 2015 1330 12 febbraio 2015

Minsk, Russia-Ucraina: accordo con troppe questioni irrisolte

Incognita sui confini. E sul governo al Sud. Cosa non torna dell'intesa Mosca-Kiev.

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Da sinistra: Vladimir Putin, Angela Merkel, François Hollande e Petro Poroshenko.

L'accordo globale sulla Ucraina non c'è stato. La lunga maratona di negoziati tra Mosca, Kiev, Berlino e Parigi a Minsk non ha fatto altro che definire una road map con alcuni snodi cruciali e parecchie zone d'ombra. Ma è pur sempre un passo nella direzione della sospensione della guerra.
D'altra parte, già la Conferenza sulla sicurezza di Monaco aveva offerto una plastica rappresentazione della profonda divergenza, se non proprio della conflittualità di visione e valori creatasi tra la Russia e i Paesi occidentali. Con Mosca protesa a rappresentarsi come vittima della protervia e delle velleità espansionistiche dell’Occidente e quest'ultimo determinato a restituire al mittente le accuse. Insomma, al vertice in Bielorussia ha regnato un clima di grande sfiducia reciproca.
Tuttavia a Monaco era emersa anche la differenza - in enfasi e toni - all’interno dell’Occidente pur unito nella comune condanna delle violazioni delle norme internazionali da parte di Mosca.
DIVISIONE TRA USA ED EUROPA. Da una parte gli Usa, con la bandiera dell’opposizione all’aggressione russa nel fermo impegno alla solidarietà transatlantica e alla difesa di quelle norme, tra le quali l’intangibilità delle frontiere; dall'altra l’Europa con la cancelliera tedesca Angela Merkel in testa, enfatica tanto nel rigettare l’idea di ri-dividere il Vecchio Continente - tanto meno in un’ottica di riedizione della Guerra fredda - quanto nel difendere la necessità di forgiare la sicurezza con - e non contro - la Russia.
FERMARE LA GUERRA. In quest’ottica deve essere letta l’iniziativa assunta da Berlino, con il concorso di Parigi, e avallata a denti stretti dal presidente americano Barack Obama, per arrivare all’incontro di Minsk dell’11 febbraio nel dichiarato intento di fermare la guerra che sta travolgendo l’Ucraina, di forzare uno sbocco suscettibile di portare separatisti e governo di Kiev a un percorso di normalizzazione dei loro rapporti, e di evitare che quel conflitto dilaghi in una spirale di scontro che risulti progressivamente incontrollabile.
ASSENTI UE E MOGHERINI. Sarebbe stato certamente preferibile che protagonista di quest’iniziativa fosse stata l’Unione europea e non due suoi membri; che Bruxelles fosse risultata almeno quale sua co-sponsorizzatrice attraverso l’Alto rappresentante per la politica estera Federica Mogherini se non proprio il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk.
Ma la politica, quella vera, la fa chi ha potere e credibilità. E, nel caso specifico, chi ha dimostrato in tutti questi mesi di riconoscere il valore aggiunto - politico ma anche economico, commerciale e culturale - di un’Europa ancorata a una logica di inclusività e non di esclusione della Russia. Come ha fatto Merkel con l’appoggio, dobbiamo riconoscerlo, dell’Italia.
PUTIN CINICO NEGOZIATORE. Su questo fondamento cruciale, del resto, il presidente russo Vladimir Putin ha deciso che vi fossero le condizioni minime per assecondare l’iniziativa e ha deciso di partecipare all’incontro di Minsk sulla scorta dell’intenso lavorio diplomatico condotto con le altre parti coinvolte in parallelo con il Gruppo di contatto (Ucraina, Russia, separatisti filorussi e Osce). Lo zar l'ha fatto da autocrate e cinico negoziatore qual è, rigettando con minacciosa durezza i presunti ultimatum di Obama, adombrando la disponibilità a una conflittualità proporzionale alla minaccia di armare Kiev. E dichiarando di condizionare la sua presenza a una seria probabilità di successo.
Tuttavia, Putin l'ha fatto. Incoraggiato certamente dai vistosi progressi messi a segno sul terreno dai separatisti che grazie anche al sostegno di Mosca - peraltro sempre negato - in uomini e mezzi, sono giunti ormai a un passo dal ricompattamento del fronte di Donetsk e di Lugansk.

Il Cremlino a Minsk per capitalizzare i vantaggi conseguiti sul terreno

Il presidente della Russia, Vladimir Putin.

L'inquilino del Cremlino è volato a Minsk, forse, indotto anche nella consapevolezza che il presidente ucraino Petro Poroshenko e il suo regime oligarchico stiano vivendo un sempre più costoso rapporto costo-benefici in termini militari - difficilmente sanabile, almeno in tempi brevi, anche in caso di sostegno «letale» americano - e un’allarmante precarietà economica e sociale.
Putin ha comunque accettato di 'vedere' le carte degli altri. E le indicazioni che nel frattempo gli giungevano dal Gruppo di contatto in materia di convergenza sul cessate il fuoco, sul suo monitoraggio, sul ritiro delle armi pesanti e la creazione di una zona cuscinetto demilitarizzata, ne hanno confortato la decisione finale di intervenire e la spinta ad alzare di molto l’asticella delle rivendicazioni separatiste, cercando di capitalizzarne i vantaggi territoriali conseguiti.
TENSIONI CON LA GERMANIA. Putin ha trovato una cancelliera tedesca che, pur spalleggiata dall’area dialogante della maggioranza dei membri dell’Ue, non intendeva cedere su certe soglie di difesa dei principi rivendicati dall’area più sospettosa dei Paesi nordici e dall’incoraggiamento obliquamente condizionato di Obama. E Merkel ha dovuto resistere alla pressione psicologica del 'tentativo dell’ultima ora', al clima da 'ultima spiaggia', e alla vigilia di una possibile deriva catastrofica resa tanto più credibile dalla recrudescenza degli scontri sul terreno. Tanto più che Poroshenko era parso tutt’altro che disposto ad allontanarsi dallo schema di Minsk 1 e dunque a cedere sul posizionamento della linea di demarcazione, sulla potestà di controllo e soprattutto sul dossier verosimilmente più spinoso della autonomia per la quale da New York era giunto il suggerimento del ministro degli Esteri Paolo Gentiloni di tener presente la formula del Sud Tirolo.
STALLO NEI NEGOZIATI. Risultato ne è stato una situazione di stallo ben illustrata dalla prospettiva di una mera e riduttiva ipotesi di dichiarazione congiunta sulla necessità di rispettare gli accordo di settembre e sul sostegno a un piano per attuarli affidato al Gruppo di contatto. Troppo poco per dare per concluso il negoziato accettandone il fallimento. Da qui la decisione di proseguirlo per arrivare almeno a fermare la deriva conflittuale e auspicabilmente invertirne la rotta del conflitto. E non è bastata la notte per giungervi, segno che quel 20% di disaccordo ancora persistente secondo le fonti russe e coincidente con le «condizioni inaccettabili» denunciate da Poroshenko ha costituito l’ultimo nodo da sciogliere.
OK AL CESSATE IL FUOCO. Alla fine, però, la volontà di chiudere ha avuto la meglio.
Il risultato più importante è stato l'impegno delle parti in conflitto sul cessate il fuoco fissato per la mezzanotte di domenica 15 febbraio, ma pure il ritiro delle armi pesanti (entro due settimane) e delle truppe straniere in Ucraina e il rilascio dei prigionieri. Non poco se si considera che il fallimento dell'incontro avrebbe prodotto conseguenze rovinose.
Restano, tuttavia, irrisolte alcune questioni che sono state messe da parte perché molto spinose: per esempio la demarcazione del fronte - i separatisti volevano fosse riconosciuta fino all'area di recente conquistata per ricompattare i fronti di Donetsk e di Luhans - e la definizione dell'assetto costituzionale delle regioni in guerra.
Insomma, il futuro per l'Ucraina è ancora incerto. E resta il rischio di chi vuole usare la carta ucraina per una guerra per procura e di chi vuole anteporre principi di integrità territoriale alle ragioni di una convivenza sostenibile dei popoli.

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