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BAGARRE 12 Febbraio Feb 2015 1901 12 febbraio 2015

Riforme, in Aula esplode lo scontro tra M5s e Pd

I 5 stelle: «Sono i nazisti di oggi». Renzi: «No a tentativi di blocco». Rissa alla Camera.

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Il fotomontaggio postato sui Facebook del deputato M5s Manlio Di Stefano.

Aula rovente a Montecitorio, dove prosegue tra mille difficoltà l'esame del ddl riforme costituzionali, in seguito alla decisione della maggioranza di portare avanti una seduta 'no stop'. Prima la bagarre nottuna, poi lo scontro sull'assenza del numero legale, con tanto di seduta sospesa per le assenze della maggioranza. A seguire, l'ok al federalismo fiscale ma - subito dopo - il fallimento delle trattative tra Partito democratico e Movimento 5 stelle: al termine di un confronto serrato, lo scontro ha assunto toni violentissimi fino a una nuova sospensione dei lavori, mentre i deputati in piedi sui banchi si scagliavano l'uno contro l'altro.
RENZI: AVANTI TUTTA. Il premier Matteo Renzi, da Bruxelles, ha però avvertito: «Stupisce che ci sia chi esprime non tanto un dissenso, che sarebbe legittimo, ma che siccome ha le idee in minoranza prova a fare ostruzionismo e tentativi di blocco. La nostra maggioranza non si blocca. Molto bene, avanti tutta».
TRE EMENDAMENTI RESPINTI. La condizione posta dal M5s, e cioè l'approvazione di tre propri emendamenti (eliminazione del quorum nei referendum, obbligo della Camera di esaminare le leggi di iniziativa popolare, possibilità delle minoranze parlamentari di ricorrere alla Corte costituzionale), è stata giudicata non accettabile, cosa che ha provocato la reazione sdegnata dei pentastellati i quali, pur rimanendo in Aula, non hanno preso parte alle votazioni. E tensioni si sono manifestate anche nella maggioranza, compresa quella mancanza di numero legale che ha provocato l'irritazione della presidente Laura Boldrini. Mentre Forza Italia, nel rimarcare il suo disappunto per la marcia a tappe forzate imposta dal governo, si è appellata al capo dello Stato Sergio Mattarella.
«PD NAZISMO MODERNO». Alcuni pentastellati, come il deputato Manlio Di Stefano, hanno parlato di un Pd «versione Renzi come un nazismo formato XXI secolo», con tanto di fotomontaggio del simbolo Pd sul petto di Benito Mussolini. Se i dem - hanno ribadito i 5 stelle - «non dovessero accettare la mediazione, noi continueremo con l'ostruzionismo». Ma dai democratici la risposta è stata tutt'altro che conciliante: «E allora andiamo avanti a oltranza». La controreplica è stata un'autentica dichiarazione di guerra: «Alziamo le mani, non garantiamo l'andamento istituzionale dei lavori, ve ne accorgerete».
Mentre Alessandro Di Battista (M5s) ha provato invano a rilanciare con un argomento su cui il Pd si è già detto contrario: il referendum propositivo senza quorum.
TENSIONE INTERNA AI DEM. Ma la tensione è altissima anche dentro la maggioranza, a causa dei 'niet' opposti dal ministro Maria Elena Boschi a numerosi emendamenti. Una «rigidità», secondo Alfredo D'Attorre della minoranza del Pd, che dopo la fine del Patto del Nazareno, risulta «incomprensibile e comica». In particolare, la minoranza del Pd insiste affinché sia inserita la norma transitoria che permetta un giudizio preventivo della Corte costituzionale sull'Italicum: emendamento su cui c'era il veto di Fi, che però ora si è sottratta al Patto. La linea del ministro Boschi è comunque di apportare il minor numero di modifiche al testo licenziato dal Senato, nella speranza che esso poi confermi quanto deciso dalla Camera in questa lettura. «Ieri abbiamo garantito che la riforma andasse avanti e ci aspettavamo che dopo la fine del patto del Nazareno cambiasse il metodo» - ha minacciato D'Attorre - «se continua così ci sentiremo liberi di votare le nostre proposte in Aula, emergeranno le divergenze nel Pd».

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