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ANALISI 12 Febbraio Feb 2015 1000 12 febbraio 2015

Ucraina, economia, Isis: Usa colpevoli delle crisi globali

Sono stati incoerenti con Mosca. Hanno 'distrutto' il Medio Oriente. Ed esportato il crac del debito. I fallimenti degli Stati Uniti nel dossier Ispi: «20 anni di errori».

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Il presidente Usa, Barack Obama.

Un nuovo cessate il fuoco annunciato in Ucraina, un altro rinvio sul debito greco, una lettera della Casa Bianca al Congresso sull'Isis e decine di corpi assiderati nelle acque del Canale di Sicilia.
Le ultime 24 ore hanno incrociato e mostrato al mondo le sue ferite più profonde: le diplomazie europee e russe a Minsk impegnate a trovare un'intesa riparatoria mentre si spara e si muore a soli mille chilometri di distanza, Barack Obama pronto a domandare poteri di guerra contro il Califfato da cui fuggono i migranti morti a centinaia ai lembi dell'Italia e il muro contro muro all'Eurogruppo sul debito greco.
CRISI DELL'ORDINE INTERNAZIONALE. Realtà diverse, ma che mostrano un denominatore comune: «La crisi generale dell'ordine internazionale». Così la chiama il Rapporto 2015 dell'Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi) appena pubblicato e appropriatamente intitolato: «Un mondo in mezzo al guado».
SCELTE SBAGLIATE DEGLI USA. Secondo il suo curatore Alessandro Colombo, direttore dell'osservatorio Ispi su sicurezza e studi strategici e professore di Relazioni internazionali alla Statale di Milano, il conflitto ucraino e le guerre del Medio Oriente sono il risultato della stessa disarmante «inadeguatezza»: «20 anni di scelte sbagliate a Washington».
NUOVE RELAZIONI INTERNAZIONALI. Anche la recessione economica è partita dagli Stati Uniti e per risolverla - dice Franco Bruni, professore ordinario di Teoria e politica monetaria internazionale alla Bocconi - ci sarebbe bisogno di nuove e migliori relazioni internazionali.
Tuttavia per ottenerle servirebbe un nuovo paradigma che ancora non si vede.
Intanto l'Unione europea non riesce a tornare a crescere in maniera robusta né a imboccare una strada di peso politico. E le faglie rischiano di aggravarsi.

1. La situazione della Russia: Putin invitato al tavolo e poi preso a schiaffi

Nuova intesa e nuovo cessate il fuoco sull'Ucraina. Ma, dice il presidente François Hollande, «Non è tutto risolto». E non poteva essere altrimenti. Il conflitto in Ucraina è stato spesso letto come la conseguenza dell'autoritarismo del regime di Mosca, deciso a creare una nuova 'Urss', a minacciare l'Europa dell'Est come successe nella Seconda guerra mondiale e incapace di rispettare gli accordi.
Tuttavia dal punto di vista di diplomatici e analisti strategici, la visione è parziale e riduttiva.
La Russia il 6 aprile del 2014 ha annesso la Crimea, regione storicamente russa e 'regalata' da Nikita Krusciov a Kiev nel 1954. Due mesi e mezzo dopo, il presidente ucraino Petro Poroshenko ha firmato un accordo di associazione con l'Unione europea che non esclude - ecco il dato significativo - l'adesione dell'Ucraina alla Nato.
È da qui che bisogna iniziare per capire la crisi che ha riportato la guerra in un continente in pace da 70 anni.
«PIANI USA AMBIZIOSI E IRREALISTICI». Nel rapporto dell'Ispi l'ex ambasciatore Sergio Romano dice che nell'agosto del 1991, poco prima della fine dell'Unione sovietica, George H. W. Bush assicurò a Mikhail Gorbacev che gli Usa non avrebbero interferito con la sovranità di Kiev.
Un accordo informale che però secondo alcuni analisti sanciva il rispetto delle aree di influenza delle due potenze anche dopo la fine della Guerra fredda . I successivi comandanti in capo americani, Bill Clinton e soprattutto Bush junior, hanno accantonato quell'idea.
Gli Usa hanno provato a creare un nuovo ordine internazionale a guida unica, «un tentativo ambizioso e irrealistico» secondo il professor Colombo.

Il secondo Bush ha varato il progetto dello scudo anti-missile, mentre Barack Obama ha cercato di diminuirne la portata offensiva e nel 2010 ha annunciato un nuovo inizio nelle relazioni con Russia e Cina dal grado zero.
ALTERNANZA DI DIALOGO E ROTTURE. Ma la politica del reset è stata abbandonata e ripresa a seconda delle occasioni. La collaborazione dei primi Anni 90, poi la rottura sul Kosovo nel 1999, il nuovo rilancio al vertice di Pratica di Mare nel 2002 e la guerra georgiana del 2008. Infine i contrasti sulla Siria e l'ultimo conflitto.
In diverse occasioni, ricorda il professore, i Paesi Ue hanno fatto partecipare la Russia all'architettura della sicurezza europea e poi quell'architettura è stata ribaltata ogni qualvolta serviva: «È come invitare qualcuno al tavolo che di volta in volta ascolti e prendi a schiaffi. E invece o lo inviti o si prende a schiaffi, ma non si può decidere di fare entrambe le cose».
«SOTTOVALUTARE PUTIN? DA CRETINI». «Di Putin conosciamo tutti i problemi, non dobbiamo spiegarli qui, ma nei confronti di Mosca, questo è il punto, non c'è stato un orientamento coerente».
Bruxelles ha aperto a Ucraina e Georgia la possibilità di entrare nella Ue e Washington non ha chiuso quella di entrare nella Nato.
«Se pensi che ampliare il raggio della Nato non possa provocare Mosca o sei ipocrita o sei cretino», affonda Colombo e aggiunge: «Potremmo fare esperimenti di laboratorio e vedere come reagirebbero gli Stati Uniti se il Messico entrasse nella sfera di influenza della Cina».
RUSSIA IN DECLINO, UE INESISTENTE. Non reggono secondo l'analista le argomentazioni sul possibile ritorno di una grande Russia: «Non è una superpotenza, sta combattendo una guerra diplomatico-militare di carattere difensivo. In Ucraina vuole presentarsi come l'Urss, ma è esattamente il contrario. Non ha risorse né ideologiche né militari da spendere: è un Paese in declino».
L'Unione europea sconta rispetto agli Usa la mancanza di coesione: «La politica estera europea non esiste e quello di Alto rappresentante degli Affari esteri è un lavoro surreale», commenta il professore.
«È sempre stato così, ma di fronte alla più grande crisi europea è umiliante». Oggi vince la linea della diplomazia tedesca. Ma gli americani, conclude Colombo, «sono lontani, dovremmo ricordarlo bene, perché gli Stati Uniti possono più facilmente agire con irresponsabilità».

2. Il caos in Medio Oriente: sono stati gli Usa a provocarlo

Anche sul Medio Oriente la politica americana ha fallito.
Nonostante la svolta netta tra l'amministrazione di George W. Bush e di Barack Obama.
Il primo ha fatto del Grande Medio Oriente l'esperimento di laboratorio del nuovo Ordine americano.
I fatti sono noti: al Qaeda nata in quella Arabia Saudita da sempre ritenuta alleato di ferro degli Usa e poi le guerre preventive e l'invenzione delle armi chimiche di Saddam Hussein, due conflitti fallimentari in Afghanistan e Iraq. Errori storici a tutti conosciuti.
OBAMA CAMBIA ROTTA. «Obama ha cercato di cambiare rotta. E il tentativo era ragionevole», dice Colombo, «Ma tutti gli attori della regione l'hanno visto come un disimpegno. E hanno provato a riempire il vuoto».
Le Primavere arabe si sono trasformate in una lotta tra la Fratellanza musulmana appoggiata da Qatar e Turchia contro i salafiti vicini all'Arabia Saudita e agli Emirati.
La politica di distensione con l'Iran ha acuito la lotta per la leadership regionale con i Sauditi, lotta che oggi ha il suo più minaccioso risultato in Yemen. Tanto che l'11 febbraio le maggiori potenze occidentali hanno deciso di chiudere le ambasciate sul posto.
La guerra civile siriana si è fusa con quella irachena, in un confronto tra sciiti e sunniti, e all'interno dei sunniti un'altra lotta fratricida a cui partecipa da protagonista lo Stato Islamico del Levante e dell'Iraq.

«Chi si è preso la responsabilità di ordinare il mondo non lo ha fatto bene: gli Stati Uniti hanno distrutto il Medio Oriente», spiega Colombo.
Eppure la svolta di Obama era iniziata come uno slittamento significativo di alleanze: la revisione dei rapporti con i regimi dittatoriali alleati, nel nome dell'appoggio a un Islam anche se non moderato, almeno democratico.
Perché non ha funzionato? «Perché non è stata percepita come un cambiamento politico, ma come un abbandono», dice Colombo.
FALLIMENTO INQUIETANTE. «L'attuale conflitto mediorientale è il risultato di 16 anni di scelte sbagliate, compiute con politiche opposte, e questo forse è ancora più inquietante».
Oggi Washington torna a suonare i tamburi di guerra. Obama cerca di rispondere al malcontento in patria e fuori con una nuova virata politico-militare.
Ma il dilemma del presidente resta. E il Congresso è diviso tra i democratici - sostenitori di un intervento limitato alla fornitura di armi e all'offensiva aerea - e i repubblicani pronti a una nuova operazione di terra.
«Abbiamo una superpotenza in crisi di orientamento», conclude l'esperto di analisi strategica. E rispetto «a questo svuotamento, non abbiamo alternative».

3. Il crac economico ci affossa: servono nuove relazioni internazionali

Il progetto di un nuovo ordine internazionale promosso dagli Stati Uniti era fondato sull'ideologia dell'allargamento progressivo di mercato (e crescita della ricchezza) e democrazia. Un'idea che si è rivelata fallace.
CRISI DEL DEBITO ESPORTATA. Gli Stati Uniti sono stati superati dalla dittatura cinese come prima potenza industriale del mondo. E hanno esportato nel resto del mondo una crisi finanziaria da cui stentiamo a riprenderci.
La crisi del debito, spiega Franco Bruni nel rapporto dell'Ispi, ha portato le banche centrali a iniettare massicci capitali sui mercati. Ma è finita per creare una «trappola della liquidità»: il denaro si ferma agli intermediatori finanziari e non ha impatto significativo sull'economia reale.
UNA GUERRA DELLE VALUTE. Le politiche monetarie espansive fanno fatica a assolvere il primo dei loro obiettivi: il controllo dell'inflazione.
Questo perché il rapporto tra inflazione e moneta è messo in crisi da trasformazioni strutturali, comprese quelle 'geo economiche'.
Le tensioni si sono tradotte, spesso, in una guerra delle valute tra banchieri centrali, impegnati a svalutare la propria moneta, con più o meno successo, come dimostra il caso del Giappone.


SISTEMA NON PIÙ EFFICIENTE. Secondo Bruni il problema è che la natura della crisi non è stata ben afferrata: «Nel 2014 c'è stato qualche faticoso passo verso la comprensione della crisi come crisi d'efficienza. Ed è anche per questo che è emersa, più esplicitamente e diffusamente nel mondo, l'esigenza di profonde riforme strutturali, delle pubbliche amministrazioni, delle imprese, dei mercati, delle relazioni internazionali».
Le soluzioni per la crescita, sostiene l'economista, è il «trasferimento di risorse da luoghi e impieghi dove sono male organizzate e producono meno a settori ben regolati e ad alta produttività».
Ma per farlo serve «interazione tra attori pubblici e privati» e «cooperazione internazionale per gestire la globalizzazione». Cooperazione che finora si è vista poco. Anzi.
L'ECONOMIA HA PROBLEMI DI LEADERSHIP. Anche se gli Usa continuano a cercare «un ruolo preminente nel determinare le regole del gioco», i Paesi emergenti non sono più disposti ad abbracciarne gli interessi.
La Cina non vuole avere un ruolo di guida a livello politico, ma si sta muovendo rapidamente sul terreno economico: ha firmato intese per relazioni commerciali non fondate sul dollaro, ha creato una banca di sviluppo dedicata ai Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) e un'altra destinata a alimentare come una fucina lo sviluppo del Sud-Est Asiatico.
ORA RIFORME DEI RAPPORTI POLITICI. Da almeno 15 anni, poi, le intese sul commercio globale sottoscritte nella sede dell'Organizzazione mondiale del commercio hanno lasciato il posto a accordi bilaterali o regionali che rispecchiano un mondo di tensioni di difficile composizione.
«L'economia», scrive Bruni, «ha bisogno di riforme extra economiche». In primis quella delle relazioni politiche internazionali.

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