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SCONTRO 16 Febbraio Feb 2015 1257 16 febbraio 2015

Lega, la battaglia tra Salvini e Tosi

I duellanti si scontrano in Veneto. Ma buona parte della Liga tifa per il segretario, «erede di Bossi». E il Patto del Pirellone? «Superato».

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Il leader della Lega Nord, Matteo Salvini.

Due quarantenni (più o meno) rampanti. Due ambizioni. Un patto rotto, o superato, a seconda dei punti di vista. E una sola poltrona, troppo stretta per due, in un partito risorto dalle proprie ceneri tornato a macinare consensi che ora veleggia intorno al 14%.
UNA POLTRONA, DUE DUELLANTI. La guerra in Lega, nonostante i pompieri, è scoppiata. Il «capitano» Matteo Salvini contro il super sindaco di Verona Flavio Tosi. Il primo faccia a faccia ufficiale è stato fissato per il 16 febbraio a Vicenza.
Dietro ai due frontman, da una parte c'è il Carroccio che cerca di diventare il punto di riferimento di un centrodestra ormai sfasciato e senza timoniere. Dall'altra quella Liga veneta «madre di tutte le Leghe», come spesso ama ricordare Tosi (leggi l'intervista), che non ci sta a farsi comandare ancora dall'ala lombarda dopo il ventennio bossiano.
LA SFIDA DELLE REGIONALI. Il primo banco di prova è previsto a maggio, con le Regionali in Veneto. Prima di quella data (l'8 marzo), però, Salvini potrebbe tagliare le gambe all'avversario cambiando lo Statuto del partito che, in ottica federale, prevede che le candidature in Veneto siano prese dal segretario nazionale, lasciando a quello federale solo un ruolo di coordinamento.
In mezzo ai duellanti c'è il governatore Luca Zaia, che ha buone possibilità di essere riconfermato. Ma che potrebbe subire l'ira funesta di Flavio, sempre più convinto a correre con una sua lista civica. Facendosi scudo con il patto del Pirellone che sancì, di fatto, la transizione alla Lega maroniana (secondo l'accordo, a Tosi sarebbe dovuta andare la corsa alla premiership mentre a Salvini la guida del partito).
LA STRATEGIA SALVINIANA. Salvini dal canto suo studia le future e possibili alleanze. In primis con Forza Italia. «Per ora la Lega da sola in Veneto è una valida ipotesi», ha precisato da Vicenza. «Vediamo a livello nazionale cosa combina Silvio Berlusconi, perché per ora non l'ho capito nemmeno io».

Il Carroccio lombardo: «Il Patto del Pirellone? Superato dai fatti»

Flavio Tosi.

Matteo Salvini si è «imposto nel Carroccio con i numeri», dice a L43 chi conosce bene le vicende leghiste in Lombardia. E pace se pacta non sunt servanda. «Il patto del Pirellone, sempre ammesso che esista», fa notare la fonte, «è stato superato dai fatti. Salvini ha una proposta che piace».
L'IPOTESI DI SCISSIONE. A questo punto le strade sono due: o Tosi si rassegna alla realtà dei fatti e dà il suo apporto al segretario, oppure lascia il partito. Ma «se esce dalla Lega è morto e destinato a fare la fine di Scelta civica», sottolinea la fonte.
Nemmeno se si allea con Italia Unica per raggranellare i voti moderati? «Corrado Passera», è l'analisi dell'esperto, «poteva entrare in politica quando era superministro del governo Monti. Ora, francamente, può raggiungere quanto? Forse il 2%? Ma a essere generosi».
«LA POLITICA È VIOLENZA». Nel Game of Thrones del Carroccio, insomma, il vincitore sarà soltanto uno. Nonostante all'epoca delle Ramazze dei 'barbari sognanti' di Maroni fosse stata sancita la fine del personalismo bossiano, che tanta sventura aveva portato al movimento.
Ma si sa, sottoline un vecchio leghista lombardo, «la politica è violenza: chi ha i voti comanda. E gli scenari cambiano. Vincono i partiti ad personam, come il Pd renziano. E Salvini funziona. Se è lungimirante, Tosi si adatterà».
TOSI: MISSIONE CONCLUSA. Per la fazione lombarda, insomma, il sindaco di Verona ha esaurito la sua missione. E cioè quella di «ripulire» il brand Lega dagli scandali del Cerchio Magico bossiano. Nel 2012, Tosi vinse le Comunali con un risultato plebiscitario (57,38%). La lista civica che portava il suo nome si impose come primo partito ottenendo il 37,2%, staccando la Lega ferma al 10,82%.
Un anno dopo, nel 2013, fu la volta di Roberto Maroni. Reduce dalle ramazze, conquistò il Pirellone con il 42,8% dei voti. La lista civica per Maroni incassò un buon 10,2%, insidiando il risultato del Carroccio al 13%.
Strategia che vince non si cambia. E in questa ottica che venne siglato il patto del Pirellone. L'uomo adatto a livello nazionale poteva essere Tosi. Insieme con Salvini in Lombardia.
IL PERICOLO TERRORISMO. Poi però le cose sono andate diversamente. E adesso per la fazione lombarda del partito è giusto che Salvini si imponga. Anche, se necessario, imbarcando la destra xenofoba e neofascista di CasaPound. «La Lega è contro gli immigrati dal 1989, quando ci schierammo contro la legge Martelli. Solo che allora non c'era l'Isis, non si sgozzavano le persone. Ora molti hanno aperto gli occhi rendendosi conto del pericolo. Il Carroccio è l'unico che si batte perché nel 2050 non sventoli la Mezzaluna su San Pietro», continua la fonte tra il serio e il faceto (più serio che faceto). Soprattutto adesso con «Alfano ministro dell'Invasione e Mattarella al Quirinale. Insieme con D'Alema furono gli unici due a bombardare i cristiani per difendere i musulmani...».

La Liga veneta: «E il federalismo che fine ha fatto?»

Bepi Covre.

Manuela Dal Lago.

Dalle parti del Veneto al darwinismo si sostituisce un approccio squisitamente federalista. Segno che, dopo il ventennio del Senatùr, la Liga - o meglio una parte di essa - è tornata ad alzare la testa.
Per Bepi Covre, il «leghista eretico» da anni fuori dal partito, nemmeno la Lega dei consensi può abdicare al federalismo. «Anzi», si scalda Covre, «vorrei chiedere in Via Bellerio che fine ha fatto...».
Anche perché Salvini «sembra più preoccupato a imbarcare transfughi di altri partiti invece di rivendicare le radici del Carroccio».
«FINITA L'EPOCA DEL PADRE PADRONE». Il leone di San Marco, per usare una metafora, non si doma. «Salvini sbaglia se pensa di venire qua a comandare. È finita l'epoca del padre padrone da rispettare nella buona e nella cattiva sorte. Non si può tornare indietro».
Senza dimenticare un dettaglio tutt'altro che secondario: «Salvini non è il Senatur. Non ha lo stesso carisma. E nemmeno l'età per fare il padre padrone... Al massimo può aspirare a fare il primus inter pares», mette in chiaro Covre, «i veneti non sopporterebbero un Bossi bis».
«ZAIA? DEVE SPORCARSI LE MANI». Detto questo, a pagare il prezzo della battaglia non deve essere Zaia, «il miglior governatore italiano» secondo l'ex esponente leghista. Che ha le idee chiare: i due 40enni rampanti del Veneto devono dimostrarsi saggi e guardare al bene del partito.
Zaia, dal canto suo, ormai è in campagna elettorale. Per questo «deve sporcarsi le mani e mediare tra i due galletti».
E Tosi? Il sindaco di Verona «ha sempre portato avanti la battaglia dell'autonomia nazionale (si legga veneta, ndr)». E questo basta per essere agli occhi di Covre dalla parte giusta. «Perché la Lega è federalismo», spiega a L43.
Di certo per Covre il segretario nazionale avrebbe potuto mediare maggiormente tra le anime della Liga, avvicinare le due sponde. «Si è arroccato sulle sue posizioni senza avvicinare i cosiddetti lealisti», continua Covre, «che, tra parentesi, non si capisce lealisti a cosa. Procedendo anche con espulsioni. Ma è stato un peccato di gioventù».
DAL LAGO: «LA LINEA DI TOSI È PERSONALE». Non tutto il Veneto però si è allienato alla linea Tosi. La strategia vincente si sposa. A dirlo sono i sondaggi.
Manuela Dal Lago, ex presidente della Provincia di Vicenza ed ex deputata e membro - con Maroni e Roberto Calderoli - del triumvirato che resse le redini del partito dopo le dimissioni di Bossi, è critica nei confronti del sindaco di Verona. Colpevole, secondo lei, «di portare avanti una politica personale».
LE CONDIZIONI DEL FEDERALISMO. Parole pesanti visto che fu proprio lei a insistere nel concedere più autonomia alle segreterie federali. Ma a una condizione: «Il federalismo vale solo se non è utilizzato per remare contro alla Lega». Cosa che, tra le righe, sta facendo Tosi. Che, secondo la politica berica, «non si staccherà dal partito, ma solo perché non ha le carte in regola per farlo».
Per Dal Lago, a differenza di Covre, è chiaro che Salvini è il vero erede di Bossi.
Perché «sta portandone avanti le istanze in modo moderno. Che funziona», per questo va seguito. «E incontrare partiti come quello di Passera», insinua Dal Lago, «non si può definire certo un comportamento leghista».

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