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TERRORISMO 16 Febbraio Feb 2015 1800 16 febbraio 2015

Libia, coalizione spuntata: la guerra può attendere

Il Copasir preme. Ma Renzi frena. Perché gli alleati latitano. Usa e Gb defilati. Solo la Francia è pronta a intervenire. Nuovi raid egiziani: decine di morti.

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L'Italia è «pronta a combattere» in Libia, va azzardando da mesi il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni.
Anche con 5 mila uomini ha ventilato la titolare della Difesa Roberta Pinotti, prendendo come pietra di paragone il contingente in Afghanistan: in Libia gli interessi italiani sono ancora maggiori, a suo dire valgono una «missione significativa e impegnativa, anche numericamente».
Frenati dal premier Matteo Renzi, i due ministri (Gentiloni è sotto massima protezione per le minacce dell'Isis), e non solo loro, pressano da tempo per una «coalizione di Paesi dell’area, europei e dell’Africa del Nord», capeggiata dall'Italia nella «legalità internazionale e sotto il mandato dell'Onu».

GLI USA SONO DISTANTI. Ma quale coalizione? Il dibattito pende all'Ue, alle Nazioni Unite e alla Nato, senza risultati. L'America e gli altri governi europei hanno lasciato la Libia dall'estate e non tornano indietro.
Precipitata la situazione, solo Francia ed Egitto hanno chiesto una riunione urgente del Consiglio di sicurezza dell'Onu. Gli Usa sono distanti, molto distanti.
CONTRATTI ENI A RISCHIO. A Parigi gli americani non hanno neppure inviato un loro leader alla marcia contro le stragi jihadiste. L'Isis in Nord Africa è un problema europeo e, prima che europeo, italiano.
Le dichiarazioni interventiste di Gentiloni e Pinotti non vengono neanche riprese dai media stranieri. In Libia più che a capo di un rassemblement internazionale, l'Italia - con i contratti Eni di gas e petrolio - sembra essere rimasta con il cerino in mano.

Per i servizi italiani «l'intervento militare è inevitabile»

Case bombardate a Derna, in Libia.

L'Italia discuterà ogni decisione in parlamento «a partire dal 19 febbraio».
Per il Copasir che controlla i servizi segreti, un «intervento militare in Libia è inevitabile». Ma, se proprio vuole scendere in campo, la possibilità più concreta è unirsi all'Egitto - di fatto, già in guerra insieme con gli Emirati arabi e pronto all'invio di truppe a terra -, affiancata dall'appoggio secondario di europei e americani.
Da mesi i due governi arabi sostengono sotterraneamente il governo libico di Tobruk e il suo capo militare Khalifa Haftar, ex generale gheddafiano, fornendo caccia e basi aeree per cosiddetti «raid ignoti», al di fuori di ogni mandato internazionale.
L'EGITTO VA IN GUERRA. Dopo il massacro jihadista dei 21 cristiani copti, in Libia l'Egitto ha aperto ufficialmente il fuoco, bombardando per la prima volta bersagli dell'Isis a Derna, oltre a Sirte e Bengasi. Gli Emirati arabi hanno confermato al Cairo pieno appoggio, anche nei raid a volto scoperto.
Dopo l'Italia, la Germania è il Paese europeo con più interessi in Libia. Ma deciderà di muovere guerra? Nel 2011 Berlino spiccò dichiarandosi neutrale, puntando i piedi anche all'interno della Nato.
GLI INTERESSI FRANCESI. Nel Vecchio continente pare disposta a muoversi solo la Francia. Ma a che prezzo? L'Eliseo ha diversi motivi per agire, direttamente o indirettamente, Per quanto lontano dal (fallimentare) interventismo di Nicolas Sarkozy, nel 2013 il presidente François Hollande ha bloccato militarmente la deriva estremista in Mali, innescata dalla caduta di Muammar Gheddafi.
Parigi ha in corso anche un'azione militare nella Repubblica centrafricana. Piange i morti delle stragi francesi di Charlie Hebdo e del supermercato kosher. E una campagna in Libia sarebbe l'occasione ghiotta per sottrarre petrolio al (quasi) monopolio dell'Eni. In più deve neutralizzare la bomba interna di jihadisti dell'Isis, molto maggiore in Francia che in Italia.

Londra, più del Mediterraneo interessa il Medio Oriente

Raid dei caccia egiziani sulla Libia.

Per il nostro Paese il pericolo viene dal mare.
I barconi-bomba carichi di migranti, che Gheddafi inviava per taglieggiare Roma, con Tripoli in pugno all'Isis, potrebbero riempirsi di tagliagola. «Siamo a Sud di Roma», hanno rivendicato i jihadisti. Gentiloni è un «ministro dell'Italia crociata», ha scandito dall'Iraq il radiogiornale del Califfato.
Ma per la Gran Bretagna - e a maggior ragione per gli Usa - il Mediterraneo è lontano. Dopo il flop del 2011, più che il Maghreb agli inglesi interessano i giochi del riassetto in Medio Oriente, sua principale eredità coloniale.
WASHINGTON PER LA SOLUZIONE POLITICA. La prima dichiarazione degli Stati Uniti sull'Isis in Libia è stata circa la «necessità di trovare una soluzione politica al conflitto». Secondo indiscrezioni, nei mesi passati con la Francia gli americani hanno tentato di agire attraverso l'Algeria, chiedendo al Paese amico «l'apertura dello spazio aereo a missioni di sorveglianza e ad altri aerei», per missioni verso la Libia, in prospettiva anche per il targeting mirato di jihadisti alla stregua dei raid in Yemen, Somalia e Afghanistan.
Solo gli Stati Uniti, non l'Italia avrebbero i mezzi per un'operazione militare impattante in Libia. Ma sono riluttanti e preferiscono delegare la guerra all'Isis, con commesse di armamenti ai Paesi arabi anti-Isis, premendo, al limite, su un'azione italiana o europea.
TUNISIA E MAROCCO ATTORI INTERESSATI. Dal Mali, forze speciali francesi tentano di bloccare il flusso di jihadisti verso il Sud della Libia. E anche Parigi ha venduto 24 caccia Rafale al nuovo regime egiziano di al Sisi. Come nel 2011, Londra si premura invece di spendere il meno possibile.
A meno di un attacco diretto dell'Isis all'Europa, un aiuto agli interventisti potrebbe venire dalla Tunisia e dal Marocco, attori regionali interessati, come l'Egitto e l'Algeria, a bloccare lo Stato islamico alle porte. Nemmeno l'Unione africana, comunque, prima della crisi era riuscita a radunare uno schieramento che facesse da spalla, per deboli azioni di peacekeeping Onu in Libia, capitanate dall'Italia.

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