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INTERVISTA 17 Febbraio Feb 2015 1135 17 febbraio 2015

Chatzistavrou: «Tsipras cerca l'assist di Draghi»

Stallo all'Eurogruppo. Atene vuole tempo. «Mira al supporto del presidente Bce, che per fortuna è italiano», dice l'analista Chatzistavrou: «La contesa è politica».

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da Bruxelles

Il tavolo è saltato. A Bruxelles l'Eurogruppo sul debito greco si è concluso con l'ennesimo nulla di fatto.
La Grecia continua a rifiutare l'estensione del programma di salvataggio proposta dai ministri dell'Eurozona, che così hanno deciso di alzare la posta in gioco e lanciare un ultimatum.
Atene ha tempo fino a venerdì 20 febbraio per decidere se vuole continuare con l'attuale piano di aiuti. Altrimenti sarà lasciata sola con le scadenze che da marzo non potrà onorare.
«TSIPRAS NON VOLEVA QUESTO ACCORDO». Una minaccia che non scuote minimamente il governo greco, perché «Alexis Tsipras non voleva che il ministro delle Finanze Yanis Varoufakis portasse a casa un accordo di questo tipo».
A parlare con Lettera43.it mentre i 19 ministri dell'Eurozona sono ancora riuniti a Bruxelles non è Cassandra, ma Filippa Chatzistavrou, analista politica presso il think tank greco Eliamep (Hellenic foundation for european & foreign policy).
Da Parigi, dove è dottore di ricerca in Scienze politiche all'università Sorbonne, Chatzistavrou non si stupisce del risultato dell'Eurogruppo, «perché il piano, così com'è stato proposto dagli eurocrati di Bruxelles, per Syriza è inaccettabile».

Mario Draghi e, nel riquadro, l'analista politica Filippa Chatzistavrou. © Getty

DOMANDA. Vogliono ottenere qualcosa in più Tsipras e Varoufakis?
RISPOSTA.
No, è la visione di insieme che è completamente diversa tra le due parti.
D. E qual è?
R.
Quello che si sta discutendo con la Grecia non è una questione tecnica. Naturalmente Bruxelles e anche la Germania vorrebbero fare credere questo a tutti i cittadini europei, ma non è così.
D. Cos'è allora?
R.
L'ha spiegato bene Varoufakis: «Siamo stati eletti per cambiare questo programma, non per portarlo a termine». L'estensione del programma è, quindi, solo una discussione a uso e consumo dei media e per le persone che non sanno davvero che cosa sta succedendo.
D. Ce lo può dire lei?
R.
Il vero disaccordo tra Bruxelles e Atene è sul modello di governo, su come gestire la crisi europea. Sul tavolo del negoziato non ci sono numeri, dati, ma due diverse concezioni politiche.
D. Quali sono?
R.
Da una parte c'è quella tedesca, condivisa anche dalla maggior parte dei Paesi dell'Eurozona, che dice che per stimolare e rafforzare la crescita dobbiamo fare le riforme strutturali, le privatizzazioni e flessibilizzare il mercato del lavoro.
D. E dall'altra parte?
R.
Il governo greco pensa invece che le riforme strutturali proposte sinora sono favorevoli al mercato, non possono garantire la competitività ai Paesi europei e non assicurano un rafforzamento della crescita.
D. Due posizioni inconciliabili quindi?
R.
Questo è il vero problema, perché possiamo decidere anche di avere un altro nuovo piano, un programma ponte come dice Varoufakis, ma a Bruxelles non possono far finta di non sapere che Syriza vorrebbe cancellare tutte le misure che sono state prese lo scorso anno sull'assistenza sanitaria, nel settore del lavoro; che vorrebbe bloccare le privatizzazioni e persino cancellare una parte di quelle che sono state avviate.
D. Varoufakis ha detto però di condividere il 70% delle riforme previste dall'attuale programma di salvataggio.
R
. Varoufakis non è un politico, è un accademico, ha detto di essere un economista marxista, ma è molto moderato, ha un profilo internazionale, ha vissuto all'estero a lungo, ha la cultura per poter negoziare con gli eurocrati ed è quello che sta facendo.
D. A differenza di Tsipras...
R.
Tsipras è un politico greco senza alcuna esperienza di politica estera, per questo ha deciso di coinvolgere Varoufakis, che sta cercando strumenti diplomatici per discutere con l'Ue, perché sa che la Germania per esempio ha molta paura di cosa farà la Grecia.
D. E quel 70% è una rassicurazione?
R.
Per ora non vuol dire niente. Quando Varoufakis ha parlato di 70%, la parte estrema radicale di Syriza è diventata matta. Non possono accettarlo, hanno una posizione davvero rigida perché non sanno come funziona Bruxelles, com'è la politica europea, che cosa vuol dire negoziare.
D. Quindi c'è una incomprensione all'interno del governo greco?
R.
Non penso ci sia un grande disaccordo tra Varoufakis e Tsipras, anche perché il ministro delle Finanze è una persona intelligente e sapeva quando ha accettato questo ruolo come sarebbe andata. Ma è funzionale a Bruxelles dire che il governo greco non è chiaro, che non ha messo sul tavolo nessuna proposta o che ha posizioni diverse
D. Perché?
R.
Per gli eurocrati è più facile pensare questo, che i greci non sanno discutere tra loro, che non capiscono come stanno davvero le cose, che non riescono a trovare una linea comune.
D. Hanno ragione?
R.
È una pura semplificazione. E hanno anche esagerato per mettere in difficoltà il governo greco.
D. Ci stanno riuscendo?
R.
No. La linea comune con Tsipras c'è, solo che è difficile negoziare quando ci sono tante cose che non sono compatibili tra loro. Per esempio quando tu hai bisogno di soldi, non puoi chiedere allo stesso tempo a 18 Paesi di cambiare la linea su come gestire la crisi.
D. Per questo il ministro delle Finanze tedesco li ha definiti irresponsabili?
R.
Sì, prima di iniziare l'Eurogruppo Wolfgang Schäuble ha dichiarato di voler sostenere gli sforzi del governo greco, a patto che questo non mettesse in dubbio le riforme fatte sinora. Ma questo per Syriza è inaccettabile, vorrebbe dire non tenere fede alle promesse elettorali.
D. Il 70% che intende Varoufakis è quindi solo formale?
R.
Per Varoufakis il 70% vuol dire lotta all'evasione, alla corruzione, una nuova politica fiscale, mentre quello che ha a che fare con il mercato del lavoro, le privatizzazioni e e politiche di welfare deve essere cambiato.
D. È quel 30% del vecchio programma che non vogliono accettare?
R.
Sì, per questo rifiutano l'estensione. Se accettassero il vecchio piano perderebbero ogni credibilità a livello nazionale. L'unico strumento che hanno è sostituirlo con una politica fiscale molto efficiente, tassando quella parte della società che finora non ha pagato.
D. Insomma, servono altre riforme strutturali.
R.
Sì, perché quelle fatte negli ultimi anni non hanno rafforzato la crescita in Grecia. L'export per esempio è stato un vero fallimento perché il risultato migliore rispetto agli anni passati è dovuto al fatto che abbiamo importato meno, non esportato di più.
D. Ma la crescita c'è stata.
R.
No, anche questo non è vero. Il Pil è caduto dell'1,1%, ma siccome la deflazione è aumentata ancora di più, oltre il 2%, il valore nominale del Pil è aumentato. Questa però non è crescita, ma deflazione. Come ha detto Varoufakis, la Grecia è in depressione.
D. Se per Syriza tutto è sbagliato, qual è allora la sua proposta alternativa?
R.
Per ora l'unica cosa che vogliono è un'estensione, non del programma, ma temporale. Atene vuole sei mesi di tempo, per questo non hanno siglato un accordo all'Eurogruppo, vogliono una negoziazione lenta, che duri almeno sino a giugno, per essere sicuri di riuscire ad avere prima di tutto il supporto di Mario Draghi.
D. Perché?
R.
Uno dei rischi è che il presidente della Banca centrale europea, che ha il vero potere, possa decidere di spingere la Grecia fuori dall'euro limitando l'accesso alla liquidità.
D. Uno scenario possibile?
R.
Sì, ma un punto davvero importante e positivo per la Grecia è che Draghi è italiano. E dalla sua parte Tsipras ha anche Matteo Renzi, che avendo paura di quello che può succedere in Italia sostiene la posizione greca.
D. Infatti, nonostante i toni duri, anche per il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan non c'è un rischio 'Grexit', come sostengono invece altri minsitri dell'Eurozona.
R. Sì, gli italiani hanno capito che i greci vogliono solo del tempo per ottenere un consenso soft su come discutere un nuovo piano di riforme.
D. Perché ancora non lo sanno?
R.
Non credo che sappiamo quanto possa davvero costare il Thessaloniki programme, (il piano di Syriza, ndr), per ora hanno detto circa 12 miliardi, ma è solo una parte del programma elettorale. Il governo greco ha bisogno di più tempo per orgarnizzarsi e poter dire a Bruxelles: «Rispetteremo il bilancio, ma lasciateci decidere come farlo».
D. Per ora i due punti principali di contrasto tra Atene e i creditori internazionali sono ancora le privatizzazioni e le leggi sul lavoro.
R. Sì, ma è un contrasto insanabile, perché accettando un compromesso su questo Syriza non rispetterebbe le promesse elettorali. Sarà quindi un negoziato difficile, avremo altre discussioni, forse un altro Eurogruppo.
D. Ma il tempo è finito: il 28 febbraio il programma di aiuti scade.
R.
Questo non è un problema reale, abbiamo già avuto una prima estensione a dicembre. E la ratifica da parte di alcuni parlamenti dell'Eurozona tra cui Germania e Finlandia è una formalità, il problema vero è che i greci per avere un'altra estensione devono proporla, chiederla.
D. E se non lo fanno il rischio Grexit diventa reale?
R.
Possiamo immaginare una Grexit solo se dopo un lungo periodo di negoziato, sei mesi, non sarà possibile trovare un terreno comune per un accordo condiviso. Ma questi sei mesi sono comunque molto rischiosi.
D. Perché?
R.
Avere più tempo per negoziare e capire il vero costo del programma di Syriza va bene, ma allo stesso tempo può essere una trappola perché sia il mercato sia le persone potrebbero pensare che questa lunga negoziazione alla fine non porterà a un accordo. Inoltre la discussione sul debito greco potrà essere fatta solo dopo che c'è stato un accordo sulle riforme.
D. Ma Tsipras è pronto al compromesso europeo?
R.
L'80% della popolazione greca supporta il governo, quindi anche se Tsipras prova a moderare la discussione, non può farlo perché la maggioranza non vuole, e molti greci stanno persino iniziando a considerare una moneta parallela. Quindi è difficile per Syriza cambiare idea rispetto a quello che hanno promesso.
D. Insomma un vicolo cieco.
R.
L'unico modo per uscirne è che dicano che stanno cercando di realizzare quanto promesso nelle elezioni, ma in maniera graduale. Per questo hanno bisogno di tempo.
D. Hanno bisogno di sei mesi a Bruxelles e in Grecia?
R.
Non possono cambiare tutto da un giorno all'altro, ma in uno o due anni. Per esempio riguardo al cambio della politica salariale hanno già detto che hanno bisogno di due anni, quindi inizieranno magari ad adottare qualche misura, ma faranno piccoli step.

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