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MAMBO 17 Febbraio Feb 2015 1157 17 febbraio 2015

Gentiloni dica se l'Is è un pericolo reale per l'Italia

Rischio vero o solo mediatico? Gli analisti si dividono. Il ministro faccia chiarezza.

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La bandiera libica e sullo sfondo una raffineria.

Com’era prevedibile la politica si spacca sulla Libia, anche se è paradossale che si divida anche il governo.
Altrettanto prevedibile era la divisione fra gli esperti, trattasi di analisti, di esponenti di fondazioni di studio, di militari gallonati e con grande esperienza sul campo.
Queste ultime divisioni appaiono più interessanti perché riconducono al punto centrale da cui dovrebbe partire la riflessione politica.
Si leggono molte cose, e ormai ci sono anche libri sul Califfato e sui limiti e risorse del gruppo denominato “Stato islamico”. Si è capito che è una sigla data in franchising a molte formazioni terroristiche e anche a lupi solitari che agiscono in Europa. Sono analisi ancora incomplete, ma si sa molto più di prima.
IL MINISTRO DEVE FARE CHIAREZZA. Il tema odierno, urgente, è capire l’effettiva minaccia dell’Isis dalle sponde della Libia. Il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni deve sciogliere alcuni dubbi alla Camera.
Alcuni generali e analisti, come Lucio Caracciolo, sostengono che il Califfato in Libia non rappresenta una minaccia militare immediata per l’Italia. Poche migliaia di uomini, scarsa o nulla dotazione missilistica, possibilità di agire prevalentemente sul fronte dell’immigrazione coatta.
Gentiloni qui deve mettere un punto fermo. Avere i jihadisti a poche centinaia di chilometri dalla Sicilia è un pericolo in sé. Questo pericolo tecnicamente come è configurabile? Il controllo delle coste libiche da parte degli assassini del Califfato è in grado di costituire una minaccia immediata? Il loro armamento è davvero così rudimentale e poco sofisticato?
Finora abbiamo sempre letto analisi 'minimaliste' sull’Isis, salvo poi scoprire che si era infiltrato in altri Paesi, che aveva racimolato molti più uomini, che era più armato di quanto gli analisti avevano raccontato.
È SOLO UNA MINACCIA MEDIATICA? Tutti si soffermano giustamente sulla strategia mediatica del terrore (le teste mozzate, i corpi bruciati vivi), pochi ci raccontano in dettaglio com’è fatto il nemico che abbiamo di fronte.
Non è piccola contraddizione. Se i jihadisti non sono una minaccia militare e missilistica immediata hanno ragione quelli che invitano a prendere tempo, ovvero che pensano che l’affare Isis sia un affare inter-arabo e si ammazzino pure fra di loro (si diceva la stessa cosa della mafia quando c’era una guerra fra cosche, ed è inutile ricordare che era una cazzata).
Se invece il Califfato è un nemico in progress, capace di armarsi sempre meglio, allora il tema dell’intervento di terra, autorizzato da un organismo internazionale e attuato da truppe arabo-occidentali, diventa di primo piano e urgente. Eviterei i paragoni con altre guerre libiche del nostro Paese. Sono spiritosaggini da giornalismo facile e emotivo.
ANCHE RUSSIA E IRAN SIANO DELLA PARTITA. Tutti sappiamo bene che un solo soldato occidentale in terra araba - e soprattutto libica o tunisina o somala - può scatenare reazioni nella popolazione residente. Dobbiamo però sperare che quelle popolazioni e le loro tribù non siano conquistate alla causa del Califfo e, anzi, lo ritengano un nemico.
Così come dobbiamo sperare, e qui Barack Obama non ci dà una mano, che nel fronte anti-Califfato trovino un posto dignitoso l’Iran e la Russia, così si sta tutti più tranquilli.
Insomma, Gentiloni ha molte domande a cui rispondere, ma deve fare un intervento politico non un saggio su Limes (che peraltro leggeremo volentieri assieme a tutto ciò che il bravissimo Caracciolo solitamente propone).

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