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INTERVISTA 17 Febbraio Feb 2015 1913 17 febbraio 2015

Libia, Parisi: «Non commettiamo gli errori del 2011»

L'Italia non deve farsi guidare «da Paesi presenti nell'area grazie a un passato non meno coloniale» del nostro. La via diplomatica? «È ancora possibile». E sull'Isis dice: «È ora di contestare la loro sanguinosa narrazione». L'ex ministro a L43.

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Con la Libia non possiamo ripetere gli errori del 2011, finendo «guidati da Paesi che nell'area sono presenti grazie a un passato non meno coloniale» del nostro.
Ma ciò non significa far parlare le armi. La via diplomatica resta prioritaria e un «accordo politico» tra i diversi attori sul terreno «è ancora possibile».
«CONTESTIAMO LA SANGUINOSA NARRAZIONE DELL'ISIS». Arturo Parisi, ex ministro della Difesa del governo Prodi, riflette sull'aggravarsi della crisi libica muovendo da un presupposto: «È il momento di iniziare a contestare la sanguinosa narrazione» dello Stato islamico (Isis), dice a Lettera43.it, «fatta a base di cortei di Toyota, di guerrieri ordinati, di boia in nero e agnelli sacrificali vestiti di arancione».

Arturo Parisi, ministro della Difesa nel governo Prodi II. © ImagoEconomica

DOMANDA. L'Egitto chiede che la comunità internazionale intervenga in Libia. La missione militare è inevitabile per fermare l'avanzata dell'Isis?
RISPOSTA.
Qualcosa, qualcuno dovrà pur farla. Ma intanto mi accontenterei che non l'aiutassimo. Per quello che ho capito, l'Isis prima che una realtà è un'idea e un mito: la pretesa di ricostruire l'unità della comunità dei credenti come unità religiosa, politica e militare attorno al Califfo riconquistando e riorganizzando dentro una unica forma statuale le terre un tempo raggiunte dall'Islam, come base per la conquista del globo.
D. La propaganda dell'Isis è più forte della sue reali capacità militari?
R.
Unirsi all'Isis nel sanguinoso racconto della sua vittoriosa avanzata, spingere le realtà più diverse a raccogliersi attorno a esso, chiamare alla leggera Isis tutto ciò che non è anti-islamico o sunnita, descrivere l'unità di tutti gli 'altri' come contrapposizione allo Stato islamico, è il miglior modo di cooperare alla sua vittoria. Ci stiamo quasi riuscendo.
D. Se si decidesse per un intervento armato, sarebbe ipotizzabile un attacco fatto solo di raid aerei o servirebbe a quel punto anche l'invio di truppe sul campo?
R.
Con gli aerei si fa quel che si può fare con gli aerei: poco. Anche se talvolta è un passaggio inevitabile. Poi, visto che non siamo volatili, viene il momento di tornare coi piedi sulla terra.
D. Quali costi e rischi avrebbe una missione militare per i Paesi che decidessero di far parte di una eventuale coalition of the willings?
R.
Prima dei costi e dei rischi presenti, vengono gli obiettivi futuri. Tanto vale cominciare da questi. Da come pensiamo che la storia possa continuare, e la vita riprendere. Da chi e come possa riempire stabilmente il vuoto che noi abbiamo contribuito a creare. Dalla costruzione in Libia di una coalizione interna di volenterosi per ricominciare, più che dalla coalizione esterna di volontari pensata solo per metter fine alla situazione presente.
D. Le nostre forze armate sarebbero attrezzate per sostenere uno sforzo bellico sul terreno? Il ministro Pinotti ha parlato di 5 mila uomini...
R.
Ci sono cose che talvolta anche i ministri non sanno. Figuriamoci un ex ministro come me. Ritengo tuttavia che se il ministro Pinotti così ha detto, e se ha detto 5 mila, lo ha fatto a ragion veduta. Resta che parlava del possibile contributo italiano a una eventuale missione da tutti ipotizzata nel caso enormemente più ampia. Una missione inevitabilmente fondata su una partecipazione massiccia delle forze dei Paesi confinanti e africani prima ancora che dei Paesi lontani, dentro quel quadro di 'legalità internazionale' al quale ha fatto riferimento il ministro Gentiloni.
D. Quali conseguenze ci sarebbero per la sicurezza interna e dei nostri confini?
R.
Il rischio è già presente, ed è molto grave. Così come è sicuro che ci sono già occhi che ci osservano e orecchie che ci ascoltano. Ma se si cede alla tentazione di trasformare la legittima diversità di opinioni in divisioni profonde, non è difficile immaginare che qualcuno trovi il modo di mettere a frutto queste divisioni. Tutti hanno il dovere di ragionare, chi ha una qualche responsabilità ha più che mai il dovere di misurare le parole e di difendersi dalla tentazione di attizzare qualche focolaio. Parlo soprattutto per me.
D. Rispetto alle posizioni dei ministri Gentiloni e Pinotti, il premier Renzi è sembrato più cauto sull'ipotesi di un intervento.
R.
Che la posizione del governo si sia andata ridefinendo è a tutti evidente, ma non ne farei un dramma. L'esecutivo che in pubblico ha parlato attraverso Gentiloni e Pinotti è infatti lo stesso che ha tirato le somme per voce di Renzi, sulla base dei sentimenti e dei ragionamenti che si erano manifestati nel corso delle ore. Anche se la guerra è un tema del tutto particolare, non si sottrae alla regola che chiede alla democrazia di trattare in pubblico le cose pubbliche. Semmai è una questione di misura e di responsabilità.
D. Ma lei condivide questa prudenza o ritiene che l'Italia dovrebbe assumere un ruolo guida, a differenza del 2011?
R.
Una cosa è l'iniziativa, sempre doverosa e quasi sempre tardiva, un'altra cosa è la leadership. La leadership non è una funzione che uno si attribuisce da solo. Soprattutto se gravati da un passato di ex potenza coloniale, come è per noi in questo caso. Da soli tuttavia possiamo e dobbiamo evitare di finire guidati da Paesi che nell'area sono presenti grazie a un passato non meno coloniale. No. Non dobbiamo permettere che si ripeta la situazione del 2011.
D. Egitto, Algeria, Lega Araba. Se il consiglio di sicurezza Onu si esprimesse per l'uso della forza, quali Paesi andrebbero coinvolti in un eventuale intervento militare?
R.
Intanto diciamo meglio iniziativa. Si guardi comunque la carta geografica. Vanno coinvolti tutti quelli che sono già oggettivamente coinvolti, nessuno escluso. Nel quadro della Lega Araba e della Unione Africana. Ma non dobbiamo dimenticare che se la Francia è vicina, l'Italia vicinissima, e ancor più vicini i Paesi africani confinanti, i protagonisti del dramma sono i libici: è da loro che bisogna iniziare.
D. La presenza di truppe non rischierebbe di attrarre jihadisti da tutto il Medioriente, favorendo di fatto la strategia del Califfato?
R.
Credo meno di quel che si dice. Certo che se continuiamo sui nostri schermi a trasmettere passivamente e a ciclo continuo gli spettacoli sanguinosi che l'Isis mette in scena, il reclutamento glielo organizziamo noi. È il momento di iniziare a contestare la loro sanguinosa narrazione fatta a base di cortei di Toyota, di guerrieri ordinati, di boia in nero e agnelli sacrificali vestiti di arancione.
D. Come?
R. Bisogna contrastare la pretesa onestamente ridicola che grazie a pochi assassini il Califfato abbia ormai circondato l'Egitto con la costituzione a Oriente della Provincia del Sinai e a Occidente di quella della Tripolitania. Cominciamo perciò a ridisegnare sulle carte - che alla leggera andiamo moltiplicando sui media - la consistenza della loro presenza reale. Non vorrei che, all'opposto delle intenzioni di chi le ha disegnate, finiscano per incoraggiare gli sciagurati che a loro guardano, e impaurire noi che le guardiamo.
D. Prodi si è detto contrario a un intervento armato prima di aver fatto tutti gli sforzi diplomatici possibili. Ma ci sono ancora le condizioni in Libia per un accordo politico?
R.
Le condizioni ci sono sempre. Anche nella Libia di oggi che Prodi conosce come pochi. Dobbiamo cercarle. A meno che qualcuno pensi la pace e l'ordine come premessa e non come un faticoso approdo. È bene però chiarire che, quando si parla di azione diplomatica, più che alla diplomazia dei rapporti interstatuali si pensa alla politica e ai rapporti tra tutti i soggetti che interagiscono in quello spazio che chiamiamo Libia.
D. Quali potrebbero essere i nostri interlocutori sul terreno?
R.
Tutti. Escludendo le bande meramente criminali che vanno moltiplicandosi, e rispettando l'ordine della loro qualità politica e quantità sociale.
D. C'è la possibilità di arrivare a un fronte comune anti-Isis tra le diverse fazioni in campo, principalmente il parlamento di Tobruk, riconosciuto dalla comunità internazionale, e quello di Tripoli?
R.
Definire l'iniziativa e l'eventuale coalizione come un fronte anti-Isis è riconoscere allo Stato islamico una consistenza e una autorità che è al momento di certo non ha. La Libia è oggi una maionese impazzita, non un Paese diviso tra Isis e non Isis. Prima recuperiamo il valore delle parole e meglio è. Ricordando che una cosa sono gli islamici, un'altra gli islamisti, una cosa gli islamisti e un'altra i seguaci del Califfo.
D. Lucio Caracciolo ha avanzato la proposta di un blocco navale accompagnato da operazioni di forze speciali nei porti libici contro il traffico di migranti. Può essere un'alternativa efficace?
R. L'alternativa all'azione militare, secondo Caracciolo, è l'uso delle leve finanziarie per bloccare i flussi di denaro che arrivano ai gruppi armati e il contrasto dei traffici che alimentano le diverse milizie. La condivido. La questione del mercato di esseri umani, che giustamente Caracciolo definisce «il più osceno dei traffici», è una questione distinta che intercetta la questione libica perchè influisce sulle forme e l'entità di un fenomeno che va comunque contrastato. Anche in questo caso condivido la sua posizione. Totalmente.

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