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ANALISI 19 Febbraio Feb 2015 1236 19 febbraio 2015

Libia, le atrocità non giustificano la legge del taglione

Nessun Paese è autorizzato a sfruttare il caos per farsi giustizia da sé. L'Onu è stata chiara: la parola d'ordine è peace building.

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Pick up dell'Isis sfilano in Libia.

Libia. Che fare? Ce lo stiamo chiedendo tutti, chi più chi meno, pervasi da una sensazione di inquietudine, se non proprio di paura, innescata dalle notizie rimbalzate da Derna e poi da Sirte che facevano stato di un’avanzata tanto facile quanto temibile delle bandiere nere del Califfato.
LE RESPONSABILITÀ DI RENZI. Erano notizie da setacciare con cura e ponderazione, almeno da parte di chi aveva esperienza e conoscenza della Libia di oggi.
Si è invece lasciato che prevalesse il vento dell’isteria, per usare il termine impiegato dallo stesso Matteo Renzi, sul quale ricade peraltro la responsabilità di non aver provveduto a definire la linea di linguaggio e di condotta del governo con la necessaria tempestività e di aver lasciato che le prime dichiarazioni dei suoi ministri Gentiloni e Pinotti fossero all’insegna di un interventismo da blitz krieg in salsa anti-terroristica.
Sempre che le indicazioni in proposito non avessero ricevuto una preventiva luce verde subito spenta di fronte alle reazioni che stavano suscitando.
LA REALE DIMENSIONE DEI FATTI. Si sarebbe potuto in tal modo porre in evidenza le reali dimensioni dell’avanzata in atto, parziale e frammentata, la vera identità dei suoi protagonisti, nuclei che si riconoscono nel Califfato ma non parti integranti dello stesso e, soprattutto, non cadere nella trappola della loro strategia propagandistica. Ciò non sarebbe valso a sminuire la portata della loro minaccia ma avrebbe contribuito a calibrarla nelle sue effettive potenzialità terroristiche: da quelle riconducibili alla tristamente nota categoria dei “lupi solitari” - come è stato in Francia e in Danimarca - a quelle correlate alla spada di Damocle di una “marea migratoria” ovvero a un attacco militare.
La controffensiva in atto da parte del fronte islamico (Alba libica) su Sirte non avrebbe stupito più di tanto; avrebbe dovuto far riflettere sulle opzioni aperte che si offrono a questo contendente anche rispetto ai berberi, ai Tebu, ai Touareg e forse anche ad altre milizie jihadiste.
PARIGI PROVA A SCALZARCI DALLA CIRENAICA. Nello stesso tempo avrebbero dovuto - e dovrebbero - suscitare qualche serio interrogativo di legittimità internazionale non solo gli attacchi che da pochi giorni (dall’eccidio dei 21 copti) l’Egitto di Al Sisi sta conducendo contro i nuclei jihadisti che si richiamano al Califfato - da ultimo anche con un attacco da terra - ma anche e soprattutto quelli in atto da parecchio tempo contro le postazioni dell’Alba libica; con la complicità dell’Arabia saudita e degli Emirati e l’omertà della Comunità internazionale che riconosce il governo di Al Thani rintanatosi a Tobruk.
A cominciare dalla Francia, la maggiore responsabile del disastro libico del 2011, che anche attraverso le forniture militari all’Egitto punta a scalzarci definitivamente dalla Cirenaica e dalla sua ricchezza energetica, sopravanzandoci di parecchie lunghezze nell’opera di corteggiamento di Al Sisi che pure l’Italia ha cercato di portare avanti.

Nessuno deve farsi giustizia da sé

Abdel Fattah al Sisi e Matteo Renzi, leader di Egitto e Italia.

Vi è infatti da chiedersi come mai la Comunità internazionale non obietti a tali incursioni da legge del taglione e lasci passare che a richiedere l’intervento delle Nazioni Unite, per giunta armato, possa essere proprio un Paese che sta conducendo una guerra senza quartiere alla Fratellanza musulmana dovunque si trovi, ora allargata all’Isis libico, in un primo momento sostenuto anche dalla Francia, membro permanente del Consiglio di sicurezza (CdS).
ONU A FAVORE DELLA SOLUZIONE POLITICA. Le atrocità non legittimano il farsi giustizia da sé. Tanto più che fin dalle prime battute è emerso chiaramente come in seno all’Onu fosse prevalente la contrarietà all’opzione militare - foriera di conseguenze forse peggiori del male che si vuole estirpare - e il favore per la soluzione politica. Dando quindi più tempo al Rappresentante delle Nazioni Unite in loco, Bernardino Leon, convinto di disporre di un qualche margine di manovra per portare i due maggiori contendenti, l'esecutivo di Tobruk e quello di Tripoli, a trovare le misure di un governo di salvezza-unità-riconciliazione nazionale per fare fronte comune contro l’Isis, il pericolo più incombente, e da lì muovere per far uscire il Paese dal caos clanico-etnico- tribale in cui è sprofondato.
Finora non c’era riuscito, ma non era scoppiato il bubbone Isis e mancava il nuovo endorsment dell’Onu pur in assenza di una Risoluzione del CdS.
PAROLA D'ORDINE: PEACE BUILDING. Tutto dipenderà ora dalla misura in cui ciascuno dei due contendenti riterrà di poter ancora prevalere militarmente sull’altra, grazie anche al sostegno esterno - militare, finanziario e di uomini - su cui conta o pensa di poter contare. La vera risposta verrà principalmente dal Cairo, dal generale Haftar che di fatto ha il controllo del governo di Tobruk e dagli sponsor di Alba libica, non riducibili alla sola Turchia.
La parola d’ordine emersa da New York è dunque peace building. I rischi che vi si oppongono sono molti e a decidere sarà la somma algebrica degli interessi divergenti (geopolitici, di sicurezza energetica e via dicendo) a decidere e a chiudere o meno all’Isis spazi di azione e di alleanze nell’impressionante magma libico.
Legittima purtroppo scetticismo l’esperienza degli “amici della Libia” come quello degli “amici della Siria” per non parlare della coalizione internazionale messa in piedi nel settembre scorso proprio contro l’Isis.
L'ITALIA DEVE RESTARE COERENTE. E lo alimenta il rischio che il tempo e i venti xenofobi che inquinano il clima sociale dell’Europa e internazionale nei riguardi del mondo islamico in generale, e non solo dell’Isis, possano attivare o risvegliare il sottobosco dei cosiddetti lupi solitari, i veri protagonisti del terrore di casa nostra. Il monito venuto al riguardo da Barack Obama merita attento ascolto, anche a casa nostra.
A New York l’Italia si è ben profilata, ma da protagonista di primo piano per posizionamento e ambizione dovrà accontentarsi di un ruolo da comprimario: sarà comunque importante se userà bene le sue carte politico-diplomatiche e manterrà coerenza di linea. Ancora più importante se riuscirà a formulare anche una strategia migratoria all’altezza della sfida politica e di sicurezza che ci si pone e a impegnarvi una recalcitrante Unione europea.
Sarà poi decisiva un’azione di prevenzione sorretta da una vigilanza capillare, non necessariamente di grande visibilità.

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